Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4260 del 17/02/2017


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Cassazione civile, sez. II, 17/02/2017, (ud. 13/01/2017, dep.17/02/2017),  n. 4260

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7510-2012 proposto da:

NUOVA THERMOTREBBIA DI A.M., P.I. (OMISSIS), IN PERSONA

DEL LEGALE RAPP,.TE P.T., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

CARLO POMA 4, presso lo studio dell’avvocato MARCO BALIVA,

rappresentata e difesa dall’avvocato SISTO SALOTTI;

– ricorrente –

contro

IMPRESA G.G. COSTRUZIONI GENERALI SPA, IN PERSONA DEL

LEGALE RAPP.TE P.T.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1871/2011 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 30/12/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/01/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO;

udito l’Avvocato Toraldo Edoardo con delega orale per la ricorrente

che si riporta agli atti depositati;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DEL

CORE Sergio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

A.M., quale titolare dell’impresa individuale Nuova Thermotrebbia, conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Torino l’impresa G.G. Costruzioni Generali S.P.A..

Parte attrice esponeva di aver eseguito lavori termoidraulici, su incarico della TIF S.r.l., presso un residence in (OMISSIS) di pertinenza della società convenuta e che i detti lavori, con realizzazione di opere termosanitarie erano stati portati ad esecuzione anche dopo che l’abbandono del cantiere da parte della TIF, appaltatrice e subappaltante, aveva abbandonato il cantiere.

Tanto esposto chiedeva, ai sensi dell’art. 2028 c.c. o, in subordine, dell’art. 2041 c.c. la condanna della società convenuta al pagamento delle opere realizzate (assommanti ad Euro 189.107,78), oltre che di altre, consistite nella realizzazione di sette bagni, per le quali chiedeva la somma di Euro 6.560,00.

Costituitasi in giudizio parte convenuta riconoscendo, in parte e nei limiti di soli Euro 3.051,56 la somma dovuta per lavori commissionati, resisteva all’avversa domanda chiedendone il rigetto.

L’adito Tribunale, con sentenza n. 273/2010, condannava la convenuta società al pagamento sia della somma dalla stessa riconosciuta che di quella maggiore richiesta dall’impresa attrice. Avverso tale decisione del Giudice di prime cure, la succitata S.p.a. interponeva appello resistito dalla parte appellata.

L’adita Corte di Appello di Torino, con sentenza n. 1871/2011, accoglieva il proposto appello e, ritenendo cessata la materia del contendere quanto alla riconosciuta somma nelle more pagata, rigettava la domanda e compensava parzialmente (per un decimo, le spese dei due gradi del giudizio, onerando le stesse – quanto al resto a carico della parte appellata.

Per la cassazione della succitata sentenza della Corte distrettuale svolgeva ricorso l’impresa, in bonis, in origine attrice.

Non svolgeva attività difensiva la società intimata.

Con atto del 25 novembre 2016 si costituiva il fallimento della suddetta impresa, nelle more del giudizio andata in decozione.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

1.- Con il primo motivo del ricorso si censura il vizio di violazione di legge e vizio di motivazione per avere la Corte territoriale omesso di pronunciare sull’eccezione di inammissibilità di domande e produzioni effettuate per la prima volta in appello dalla committente.

Col motivo si censura il carattere innovativo di “domande e produzioni”, queste ultime – in particolare – “rientranti fra le c.d. prove costituende e precostituite il cui divieto di ingresso è noto”.

Senonchè parte ricorrente non specifica con sufficienza quali domande e quali produzioni sarebbero state introdotte in violazione del detto divieto (limitandosi solo ad accennare a 24 nuove fatture con TIF).

E censure svolte col motivo sono in parte inammissibili ed in parte infondate.

Più specificamente e quanto al pure dedotto vizio motivazionale deve osservarsi quanto segue.

La doglianza per carenza motivazionale per valutazione di (specifici) documenti di cui si prospetta la non producidibilità deve comunque fondarsi sull’elemento della decisività.

Infatti nel giudizio di cassazione, per potersi configurare il vizio di motivazione (su un asserito punto decisivo della controversia) è in ogni caso necessario – giusto il regime precedente alla modifica introdotta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134 – un rapporto di causalità con la soluzione giuridica data alla controversia, tale da poter far ritenere che -in assenza della valutazione di quei documenti – si sarebbe avuta una diversa soluzione della vertenza. E tanto con un giudizio di sufficiente certezza e non di mera probabilità di guisa che la ratio decidendi della impugnata sentenza venga a trovarsi priva di base (v., fra le altre: Cass. n. 24092/2013).

Tutto ciò non si riscontra nella fattispecie.

La sentenza gravata (come risulterà ancor più chiaramente di seguito) fonda il proprio convincimento su altri elementi e l’eventuale ammissione e valutazione dei documenti peraltro solo genericamente indicati non hanno costituito l’unica, esclusiva e decisiva ratio.

La gravata decisione (venendo al profilo della censura relativa a violazione di legge) si fonda su una precisa e decisiva ratio che prescinde oggettivamente dalla questione dei documenti pretesamente nuovi ovvero dalle dette fatture genericamente indicate.

L’impugnata sentenza si basa, in effetti, su altri riscontri documentali e sull’ammissione (da parte dello stesso A.) di talune decisive circostante.

Alla stregua di quest’ultime (per ammissione di cui alla stessa citazione di primo grado) risultava che ” G. aveva stipulato Un contratto di appalto con la TIF S.r.l., la quale a sua volta “incaricava la Thermotrebbia per le opere termosanitarie”.

Tale fatto trovava ulteriore riscontro nella lettera del 23 marzo 2007 con la quale il medesimo A. evidenziava, per stabilire le modalità di prosecuzione (con significativa richiesta di “pagamento diretto” di SAL) delle opere affidategli da TIF che il proprio “rapporto lavorativo era legato alla TIF come da contratto”.

E’ questa la ratio della decisione in nulla scalfita dalla questione di cui al motivo in esame.

Peraltro, deve, ribadirsi – più in generale -il noto prinicpio, già enunciato da questa Corte, per cui “in tema di appalto, la consapevolezza, o anche il consenso, sia antecedente, sia successivo, espresso dal committente all’esecuzione, in tutto o in parte, delle opere in subappalto, valgono soltanto a rendere legittimo, ex art. 1656 c.c., il ricorso dell’appaltatore a tale modalità di esecuzione della propria prestazione e non anche ad instaurare alcun diretto rapporto tra committente e subappaltatore. Ne consegue che, in difetto di diversi accordi, il subappaltatore risponde della relativa esecuzione nei confronti del solo appaltatore e, correlativamente, solo verso quest’ultimo, e non anche nei confronti del committente, può rivolgersi ai fini dell’adempimento delle obbligazioni, segnatamente di quelle di pagamento derivanti dal subcontratto in questione. (Cass. civ., Sez. Seconda, sent. 2 agosto 2011, n. 16917).

Il motivo va, quindi, rigettato.

2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce il vizio di violazione dell’art. 2028 c.c. in relazione alla ritenuta insussistenza di una gestione di affari.

Nel ricorso viene, in punto, genericamente riportata Cass. 12280/2007, sentenza con cui questa Corte ebbe a richiamare 1′ elemento caratterizzante la gestione di affari altrui (compimento spontaneo di atti svolti utilmente nell’interesse altrui, in assenza di un obbligo legale senza opposizione o divieto del dominus). Senonchè la mera allegazione di una massima di una sentenza di questa Corte non identifica il requisito fondamentale cui, comunque, deve correttamente attenersi – come per il motivo qui scrutinato – il ricorso per cassazione.

Va ribadito, al riguardo, il principio che questa Corte ha già avuto modo di enunciare per cui “difetta, pertanto, di specificità dei motivi il ricorso in cui, pur denunciando violazione e falsa applicazione della legge, con richiamo di specifiche disposizioni normative, non siano indicate le affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le disposizioni indicate – o con un’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina – per cui il motivo è inammissibile perchè non consente alla Corte di Cassazione di adempiere il compito istituzionale di verificare il fondamento della denunciata violazione” (Cass. n. 10475/2001 e Cass. 1317/2004).

Il motivo è, quindi, inammissibile.

3.- Con il terzo motivo del ricorso si prospetta il vizio di motivazione in relazione all’interpretazione di un documento ai fini della prova dell’esistenza di un solo rapporto diretto fra committente ed appaltatore.

Il motivo si incentra tutto in un preteso difetto motivazionale dell’impugnata sentenza quanto al fatto che il G. non impedì la lavorazione dei lavori per i quali è controversia.

Il motivo non può essere accolto.

Con lo stesso si tende palesemente ad una rivalutazione delle emergenze istruttorie non più possibile in questa sede del giudizio.

Conclusivamente va riaffermato il principio per cui “la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito emerga una totale obliterazione di elementi” (Cass. civ., S.U., Sent. 25 ottobre 2013 n. 24148).

Nè, d’altra parte, “il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 può equivalere e risolversi nella revisione del “ragionamento decisorio” (Cass. civ., Sez. L., Sent. 14 no novembre 2013, n. 25608).

Il motivo è, quindi, inammissibile.

PQM

LA CORTE

rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 13 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2017

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