Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4259 del 19/02/2020

Cassazione civile sez. I, 19/02/2020, (ud. 08/11/2019, dep. 19/02/2020), n.4259

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. G. C. – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 889/2016 proposto da:

C.S., e Ci.Al., domiciliate in Roma, Piazza

Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione,

rappresentate e difese dall’avvocato Filippo Polisena, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

Arena NPL One s.r.l., – cessionaria a titolo particolare ed attuale

titolare del credito de quo – e per essa la sua mandataria DoBank

s.p.a., già denominata UniCredit Credit Management Bank s.p.a.

(già UniCredit Banca S.p.a.), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Piazza di Villa

Carpegna n. 53, presso lo studio dell’avvocato Marco Gregoris,

rappresentata e difesa dall’avvocato Domenico Formica, giusta

procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 889/2014 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 17/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

giorno 08/11/2019 dal Cons. Dott. MARCO MARULLI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. C.S. ed Ci.Al. ricorrono per cassazione avverso l’epigrafata sentenza della Corte d’Appello di Ancona che, respingendone il gravame, ha confermato l’impugnata decisione che in primo grado aveva accolto la domanda di Unicredit Banca s.p.a. a cui è nelle more subentrata la Arena NPL One s.r.l. – intesa a far dichiarare l’inefficacia a mente dell’art. 2901 c.c., della donazione di un immobile effettuata dalla C. in favore della propria figlia Ci.Al. e ciò a fronte delle passività accumulate dalla prima nei rapporti con la banca.

La Corte d’Appello, ricostruito il quadro di riferimento, ha respinto il proposto gravame rilevando, in prima cura, che l’esistenza del credito era nella specie comprovata dagli estratti conto prodotti dalla banca, nonchè dal fatto che, limitandosi a contestare l’entità della pretesa, la convenuta aveva in tal modo implicitamente ammesso l’esistenza del debito; e, quindi, che la consapevolezza che nella specie il negozio revocando sarebbe risultato pregiudizievole per il creditore era presumibile in ragione dei rapporti di parentela correnti tra le parti e ancora del fatto che la C. si era in tal modo spogliata dell’unico bene di proprietà senza dimostrare altrimenti la persistente capienza del proprio residuo patrimonio.

Il mezzo così proposto si vale di due motivi di ricorso, cui resiste l’intimata con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

2. Con il primo motivo di ricorso le ricorrenti si dolgono della statuizione impugnata laddove essa avrebbe ritenuto sussistente l’allegata posizione creditoria in capo alla banca, deducendone la contrarietà agli artt. 2901 e 2967 c.c., nonchè, riguardo ad essa, pure l’omesso esame di un fatto decisivo e la totale mancanza di motivazione. Il decidente si sarebbe, invero, indotto alla sua adozione quantunque la C. avesse contestato l’esistenza del credito, formulando un’esplicita eccezione in tal senso, disattesa dalla Corte d’Appello con motivazione totalmente carente o meramente apparente e, comunque, senza un’approfondita disamina in grado di rendere possibile il controllo sull’esattezza e la logicità del relativo ragionamento.

3. Il motivo, sfrondato di ogni suggestione motivazionale che nei termini rassegnati non è più sindacabile in questa sede alla luce della riduzione al minimo costituzionale del sindacato di legittimità sulla motivazione conseguita alla novellazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è quanto agli altri aspetti privo di pregio.

4. Ricordato in principio che l’art. 2901 c.c., ha accolto una nozione lata di credito, comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza dei normali requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità (Cass., Sez. III, 9/02/2012, n. 1893), sicchè l’azione revocatoria può essere proposta non solo a tutela di un credito certo, liquido ed esigibile, ma in coerenza con la sua funzione di conservazione dell’integrità del patrimonio del debitore, quale garanzia generica delle ragioni creditizie, anche a tutela di una legittima aspettativa di credito (Cass., Sez. III, 5/03/2009, n. 5359), la declinata doglianza si rivela perciò in punto di diritto del tutto distonica rispetto ad esso allorchè rivendica la necessità di una previa dimostrazione dell’esistenza di un’esatta ragione di credito, giacchè se la norma tutela su questo terreno anche le mere aspettative, la naturale fisiologica dinamica dei rapporti intercorrenti tra la banca ed i propri clienti postula un’alternarsi e un reciproco succedersi di posizione a credito e a debito, rispetto alle quali è plausibile che la banca, specie se il cliente risulti affidato e possa perciò più facilmente risultare debitore verso di essa, possa fare legittimo affidamento sul patrimonio del medesimo, coltivando riguardo ad esso una pur semplice aspettativa di vedere soddisfatto all’occorrenza il proprio credito.

5. Questo, del resto, sfata anche il dubbio che le ricorrenti accampano in ordine alla coerenza e alla completezza della motivazione, dacchè la Corte d’Appello, che ha pure, con accertamento di fatto insuscettibile qui di revisione, annotato che le contestazione dei resistenti attenevano all’ammontare del debito piuttosto che alla sua esistenza, proprio all’argomento dianzi richiamato ha inteso legare il proprio giudizio, sicchè l’obiezione risulta orfana non solo di un addentellato in punto di diritto, ma pure sul piano dell’esatta interpretazione del dovere motivazionale, alla cui censura il motivo pure anela, suona insopprimibilmente afona.

6. Con il secondo motivo di ricorso oggetto di lagnanza è il capo dell’impugnata decisione che, confermando la decisione di primo grado e violando in tal modo gli artt. 2901,2697 e 2729 c.c., oltre ad incorrere nell’omesso esame di un fatto decisivo, ha ritenuto che la condotta della debitrice fosse nella specie connotata pure dal richiesto presupposto della consapevolezza di agire in danno dei creditore, diversamente dovendo invece opporsi che se non ci sono ragioni creditorie il predetto requisito difetta, così come, d’altro canto, esso non sarebbe argomentabile tenendo presente le finalità dell’operazione posta in essere dalla C., circostanza ignorata dal decidente, facendo ricorso ad una motivazione totalmente carente ed affetta da incoerenza e manifesta illogicità ed invocando a proprio conforto una fonte presuntiva (rapporti di parentela) inidonea allo scopo.

7. Anche il predetto motivo non merita accoglimento.

Rammentato anche qui, in linea di diritto che, come rettamente ritenuto dal decidente, ai fini dell’utile esperimento dell’azione, allorchè l’atto revocando sia consistito in un negozio a titolo gratuito, è sufficiente la consapevolezza di arrecare pregiudizio agli interessi del creditore (Cass., Sez. III, 1/06/2000 n. 7262) e non è richiesta, la totale compromissione della consistenza patrimoniale del debitore, ma soltanto il compimento di un atto che renda più incerto o difficile il soddisfacimento del credito (Cass., Sez. III, 18/03/2005, n. 5972), il motivo si rivela quanto alle doglianze che vi sono abbozzate del tutto sprovvisto di rilevanza cassatoria.

8. Al netto delle censure di ordine motivazionale, rispetto alle quali si rinnova il giudizio ostativo di cui si è dato conto in relazione al primo motivo di ricorso, per il resto il motivo non decampa dallo sfondo di una generica istanza a rinnovare il sindacato di fatto a cui hanno proceduto i giudici del merito nel ritenere sussistente in capo alla C. il predetto requisito della scentia dammi.

La Corte d’Appello, anche qui non mancando di allinearsi al sottostante quadro di diritto, allorchè ha ritenuto che l’elemento in parola possa provarsi anche a mezzo di presunzioni (Cass., Sez. VI-III, 18/06/2019, n. 16221) ed ha protestato a carico della debitrice la prova che il proprio residuo patrimonio fosse sufficiente a garantire l’esposizione rispetto alla banca (Cass., Sez. II, 27/03/2007, n. 7507), ha invero osservato, a conforto dell’assunto, “che il rapporto di strettissima parentela fra le parti in causa… costituisce circostanza di indubbia valenza nel far presumere la consapevolezza dei contraenti circa il pregiudizio arrecato dall’atto alle ragioni creditorie attraverso la diminuzione patrimoniale operata”; ed ha, di poi, aggiunto, a fronte della rilevata compromissione che veniva a soffrirne la garanzia patrimoniale della debitrice, che costei “non aveva dimostrato che l’atto non avesse cagionato danno o rischio di danno per il creditore in presenza di un patrimonio residuo tale da soddisfare le proprie ragioni”.

9. In tal modo la Corte d’Appello ha inteso ostendere, riguardo alla superstite idoneità del patrimonio debitorio ad garantire l’adempimento delle obbligazioni gravanti su di esso, un apprezzamento di fatto che è di sua esclusiva pertinenza e che non è per questo rimeditabile da questa Corte.

Ne discende, allora, che le rimostranze di cui il motivo si fa interprete sono espressione di un mero dissenso motivazionale e non potendo essere, perciò, oggetto di alcun sindacato in questa sede, ne va dichiarata per questo la loro inammissibilità.

10. Il ricorso va dunque respinto.

11. Le spese seguono la soccombenza. Ove dovuto il raddoppio del contributo ricorrono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

Respinge il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 4200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge.

Ove dovuto il raddoppio del contributo, ricorrono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 8 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 19 febbraio 2020

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