Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4257 del 19/02/2020

Cassazione civile sez. I, 19/02/2020, (ud. 15/10/2019, dep. 19/02/2020), n.4257

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L C. G. – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20809/2015 proposto da:

Fallimento dell’Impresa (OMISSIS) s.r.l., in persona dei curatori

p.t., elettivamente domiciliato in Roma, Via Vallisneri n. 11,

presso lo studio dell’avvocato Cecere Stefano, rappresentato e

difeso dagli avvocati Marchese Marco e Vargiu Emanuela, con procura

a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Regione Autonoma della Sardegna, in persona del presidente pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via Lucullo n. 24,

presso lo studio Ufficio di Rappresentanza della Regione Sardegna,

rappresentato e difeso dagli avvocati Trincas Sandra e Camba

Alessandra, con procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 409/2014 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 08/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/10/2019 dal Cons. rel. Dott. CAIAZZO ROSARIO.

Fatto

RILEVATO

che:

Con citazione del 28.12.2000, la (OMISSIS) s.r.l. convenne innanzi al Tribunale di Cagliari la Regione Autonoma Sardegna, chiedendone la condanna al pagamento dei maggiori oneri derivanti da tre sospensioni dei lavori di esecuzione di un appalto pubblico concluso il 10.9.90 e di quelli derivanti dalla custodia delle opere.

La convenuta si costituì, proponendo altresì domanda riconvenzionale per l’accertamento dell’inadempimento dell’impresa appaltatrice. Nel corso del giudizio si costituì il fallimento della (OMISSIS) s.r.l..

Con sentenza del 13.4.07 il Tribunale accolse la domanda, condannando la Regione convenuta al pagamento della somma di Euro 660.546,46 per maggiori oneri relativi ai tre periodi di sospensione e della somma di Euro 40.316,93 per spese di vigilanza del cantiere successiva all’ultimazione delle opere, mentre fu rigettata la domanda riconvenzionale.

La Corte d’appello di Cagliari, con sentenza del 22.11.13, su ricorso della Regione Sardegna, in parziale riforma della sentenza di primo grado, condannò l’appellante al pagamento della minor somma di Euro 155.705,28 a titolo di risarcimento per i pregiudizi subiti a causa delle tre sospensioni dei lavori appaltati, oltre interessi legali, nonchè al pagamento della metà delle spese dei due gradi di giudizio, compensata l’altra metà.

In particolare, la Corte territoriale osservò che: in relazione alla prima sospensione dei lavori, ferma la responsabilità per il ritardo in capo alla società appaltatrice, l’entità del pregiudizio poteva essere limitata al periodo di 435 giorni e determinata in Euro 35.887,5; in ordine alla seconda sospensione, era illegittima la stessa per un periodo di 30 gg. sui 94 complessivi, stimando in Euro 2475,00 i maggiori oneri sostenuti dall’impresa; circa la terza sospensione, i maggiori oneri ammontavano a Euro 26.565,00.

Il Fallimento della (OMISSIS) s.r.l. ricorre in cassazione con sette motivi, illustrati con memoria.

Diritto

Resiste la Regione Sardegna con controricorso, illustrato con memoria RITENUTO

Che:

Con il primo motivo è dedotta la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per mancanza della concisa esposizione delle ragioni di fatto e diritto, non determinabile neppure attraverso il richiamo alla c.t.u..

Con il secondo motivo è dedotto l’omesso esame di un fatto decisivo, oggetto di discussione tra le parti, non avendo la Corte d’appello tenuto conto dell’esito della prova per testi assunta nel giudizio di primo grado.

Con il terzo motivo è denunziata violazione dell’art. 112 c.p.c., in quanto le motivazioni sostenute dal c.t.u. di secondo grado erano parzialmente diverse dai motivi d’impugnazione della Regione Sardegna, sicchè l’appello risultava deciso con ultrapetizione.

Con il quarto motivo è denunziata violazione dell’art. 112 c.p.c., poichè la Corte d’appello ha escluso il risarcimento dei danni per gli oneri di custodia sostenuti nel periodo successivo all’ultimazione dei lavori (negli anni dal 1995 al 1998) – per la non collaudabilità dell’opera imputabile alla Regione, in mancanza di uno specifico motivo d’impugnazione.

Con il quinto motivo è denunziata violazione dell’art. 342 c.p.c. – in subordine al precedente- in quanto il motivo d’appello concernente i suddetti oneri di custodia non è specifico.

Con il sesto motivo è dedotta la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 – in subordine ai due motivi precedenti- per omessa motivazione dell’esclusione del risarcimento dei danni relativi agli oneri di custodia, anche attraverso il richiamo alla c.t.u..

Con il settimo motivo è dedotto l’omesso esame di un fatto decisivo, oggetto di discussione – in via ulteriormente subordinata rispetto ai precedenti due – in ordine alla medesima questione delle spese di cantiere successive all’ultimazione dei lavori.

Il primo motivo è infondato in quanto la Corte d’appello ha motivato, seppure in forma succinta, anche attraverso il supporto del riferimento alla c.t.u.. Al riguardo, giova richiamare il consolidato orientamento di questa Corte secondo cui “qualora il giudice del merito aderisca al parere del consulente tecnico d’ufficio, non è tenuto ad esporne in modo specifico le ragioni poichè l’accettazione del parere, delineando il percorso logico della decisione, ne costituisce adeguata motivazione, non suscettibile di censure in sede di legittimità, ben potendo il richiamo, anche per relationem dell’elaborato, implicare una compiuta positiva valutazione del percorso argomentativo e dei principi e metodi scientifici seguiti dal consulente” (Cass., n. 15147/18).

Il secondo motivo è infondato. Il ricorrente si duole che la Corte di merito abbia ridotto l’importo del risarcimento dei danni liquidati dal Tribunale, in ordine alle tre riserve formulate per le asserite illegittime sospensioni dei lavori, senza aver esaminato le prove testimoniali assunte in primo grado, i cui capitoli e i relativi verbali sono trascritti nel ricorso.

Al riguardo, la Corte d’appello ha fondato la pronuncia impugnata sulla consulenza tecnica espletata in secondo grado, senza far riferimento alle prove testimoniali assunte che, invece, erano state espressamente esaminate dal Tribunale e poste a fondamento della sentenza appellata, ma tuttavia attraverso una diversa logica ricostruzione delle vicende di causa, anche in parziale difformità dalla stessa c.t.u..

Al riguardo, secondo la giurisprudenza di questa Corte, qualora il ricorrente in sede di legittimità denunci l’omessa valutazione di un documento ovvero di una prova testimoniale, il vizio di motivazione può ritenersi sussistente soltanto nel caso di totale obliterazione del documento o di elementi deducibili dal documento, oppure dalla deposizione, che si palesino idonei a condurre – secondo una valutazione che la Corte di Cassazione esprime sul piano astratto e in base a criteri di verosimiglianza – ad una decisione diversa da quella adottata dal giudice di merito (Cass., n. 4405/06; n. 17915/10; n. 19985/17).

Ora, nel caso concreto, va osservato che la Corte territoriale nel recepire, in parte, le conclusioni del c.t.u. da essa nominato, nell’argomentare le ragioni della riduzione del risarcimento dei danni, ha implicitamente escluso la rilevanza delle prove testimoniali assunte in primo grado, avendo adottato un’interpretazione dei fatti che è differente da quanto ritenuto dal giudice di primo grado sulla base delle predette prove testimoniali.

Va, altresì, richiamato l’altro orientamento di questa Corte a tenore del quale la valutazione delle risultanze probatorie rientra nei compiti istituzionali del giudice di merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili e idonee alla formazione dello stesso e di disattendere taluni elementi ritenuti incompatibili con la decisione adottata, essendo sufficiente, ai fini della congruità della motivazione, che da questa risulti che il convincimento si sia realizzato attraverso una valutazione dei vari elementi processualmente acquisiti, considerati nel loro complesso, pur senza un’esplicita confutazione degli altri elementi non menzionati e non accolti, anche se allegati, purchè risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, a quelli utilizzati, non potendo, perciò, il giudice esimersi, con riguardo alla consulenza tecnica, da una puntuale e dettagliata motivazione, purchè i rilievi mossi risultino specifici e argomentati, e non mere argomentazioni difensive di dissenso alle valutazioni compiute al fine di far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice all’opinione che di essi abbia la parte (Cass., n. 24589/05).

Nella fattispecie, la Corte d’appello, nell’applicare rettamente il suddetto orientamento, ha motivato la riduzione della somma da liquidare a titolo risarcitorio, valutando complessivamente gli elementi processualmente acquisiti, pur senza confutare le prove testimoniali, risultando logico e coerente il valore probatorio preminente attribuito in parte alla c.t.u., seppure implicitamente, pervenendo alla decisione di riformare la sentenza di primo grado attraverso una diversa interpretazione dei fatti di causa in ordine alle tre sospensioni dei lavori.

Il terzo motivo è infondato, in quanto la Corte d’appello non è incorsa in alcuna ultrapetizione nell’escludere il danno relativo all’ammortamento dei mezzi meccanici, alla loro manutenzione, al mantenimento in cantiere dei lavoratori, al mancato utile e alla custodia, avendo essa adottato una motivazione correttamente inerente ai motivi d’impugnazione formulati che, invero, li sintetizza senza esorbitare dagli stessi.

Il quarto motivo è inammissibile. Invero, la Corte d’appello, premesso che l’appellante non aveva proposto uno specifico gravame per le spese di vigilanza del cantiere, si è occupata esclusivamente della questione concernente le sospensioni; venendo in rilievo una questione di interpretazione del giudicato, deve ritenersi che non sussista violazione dell’art. 112 c.p.c., perchè, sulla base della motivazione, il dispositivo relativo alla nuova liquidazione del danno va riferito, complessivamente, a tutte le sospensioni, non emergendo alcun elemento che induca a ritenere che nella somma oggetto della sentenza di condanna impugnata sia compresa anche quella che il Tribunale ha specificamente liquidato per la causale delle spese di cantiere nel periodo 1995-1998 (di cui non è contenuta alcuna menzione nell’iter motivazionale riguardante la determinazione del quantum).

Il ricorrente ha dunque formulato una doglianza diretta al riesame dei fatti di causa, tendendo a prospettarne un’inammissibile diversa interpretazione.

Il quinto, sesto e settimo motivo, progressivamente subordinati al quarto, esaminabili congiuntamente poichè tra loro connessi, sono parimenti inammissibili. Premesso che, come esposto, non è dubbio che non sia stato impugnato il capo della sentenza d’appello concernente la liquidazione delle spese di cantiere successive all’ultimazione dei lavori, va escluso che la Corte territoriale abbia omesso di pronunciare, o di motivare, su tale questione, venendo in rilievo una diversa prospettazione dell’interpretazione dei fatti esaminati e valutati dalla Corte territoriale.

Le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore della Regione Sardegna, delle spese del giudizio, che liquida nella somma di Euro 7700,00 di cui 200,00 per esborsi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 19 febbraio 2020

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