Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4244 del 10/02/2022

Cassazione civile sez. trib., 10/02/2022, (ud. 10/11/2021, dep. 10/02/2022), n.4244

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PERRINO Angel – Maria –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – rel. Consigliere –

Dott. PUTATURO Donati Viscido di Nocera M.G. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 19839 del ruolo generale dell’anno 2017

proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso

i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, è domiciliata;

– ricorrente –

contro

Nima Automobili s.n.c. di G.M.D. & C s.n.c.,

in persona del legale rappresentante, rappresentata e difesa

dall’Avv. Mario Bellotti, elettivamente domiciliata in Roma, viale

Lazio, n. 14, presso lo studio dell’avv. Lagoteta Giuseppe;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale del Molise, n. 371/2/2016, depositata in data 20 luglio

2016;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 10 novembre

2021 dal Consigliere Giancarlo Triscari.

 

Fatto

RITENUTO

che:

dall’esposizione in fatto della sentenza impugnata si evince che: l’Agenzia delle entrate aveva emesso un avviso di accertamento nei confronti di Nima Automobili s.n.c. di G.M.D. & C s.n.c., con il quale, relativamente all’anno di imposta 2005, aveva proceduto al recupero dell’Iva indebitamente detratta relativamente alle operazioni di acquisto di cui alle fatture emesse dalla società “G e S Automobili s.r.l.”, in quanto soggettivamente inesistenti; avverso l’atto impositivo la società aveva proposto ricorso che era stato accolto dalla Commissione tributaria provinciale di Campobasso; avverso la pronuncia del giudice di primo grado l’Agenzia delle entrate aveva proposto appello;

la Commissione tributaria regionale del Molise ha rigettato l’appello, in particolare ha ritenuto che: poiché l’accertamento riguardava l’anno 2005, la responsabilità per il mancato pagamento dell’Iva gravava unicamente sulla società cedente, non essendo entrato in vigore, a quella data, la previsione di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 60bis; l’Agenzia delle entrate non aveva comunque fornito la prova del coinvolgimento della contribuente nella frode posta in essere dalla cedente, non potendo darsi rilevanza alle dichiarazioni rese da terzi e tenuto conto del fatto che la società aveva dato prova contraria consistente nella regolarità dei pagamenti corrisposti; avverso la suddetta pronuncia l’Agenzia delle entrate ha quindi proposto ricorso per la cassazione affidato a due motivi di censura, cui ha resistito la società depositando controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo di ricorso si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per violazione dell’art. 112 c.p.c., avendo pronunciato ultrapetita;

in particolare, evidenzia parte ricorrente che la pretesa dell’amministrazione finanziaria riguardava il recupero dell’Iva indebitamente detratta dalla società per le operazioni di acquisto di autoveicoli dalla società “G e S Automobili s.r.l.”, ritenute soggettivamente inesistenti;

sotto tale profilo, evidenzia che la statuizione del giudice del gravame, che ha fondato la decisione sulla considerazione che, nel caso di specie, doveva escludersi l’applicabilità della previsione di cui al D.P.R. n. 633 del 1973, art. 60bis, atteneva alla diversa fattispecie, non riconducibile nell’ambito delle ragioni di contestazione poste a fondamento della pretesa dell’amministrazione finanziaria, della estensione della responsabilità del cessionario dell’obbligazione tributaria di versamento dell’Iva da parte del cedente laddove sussistano determinati presupposti, sicché la pronuncia è stata resa oltre i limiti propri dell’oggetto del giudizio;

il motivo è fondato;

preliminarmente, va disattesa l’eccezione di inammissibilità del motivo di ricorso proposta dalla controricorrente per essersi formato il giudicato interno sulla questione della applicabilità al caso di specie della previsione di cui all’art. 60bis cit.;

invero, proprio la circostanza che l’Agenzia delle entrate, con l’atto di appello, aveva ribadito la riconducibilità della fattispecie nell’ambito delle operazioni soggettivamente inesistenti, con conseguente venire meno del diritto alla detrazione dell’Iva da parte della società cessionaria, implicava una riconduzione della stessa al di fuori della previsione di cui all’art. 60bis cit.;

sotto tale profilo, l’attenzione posta dall’Agenzia delle entrate, con l’atto di appello, alla natura soggettivamente inesistente delle operazioni implicava una riconduzione della fattispecie nell’ambito del regime della indebita detrazione dell’Iva da parte della società acquirente e, quindi, al di fuori del piano della responsabilità solidale del cessionario per l’assolvimento dell’Iva da parte della società cedente, e, sotto tale profilo, era rivolta a contestare la parte della decisione del giudice di primo grado che, invece, aveva basato la decisione anche facendo riferimento alla non applicabilità al caso di specie della previsione di cui all’art. 60bis cit.;

non può, quindi, ragionarsi in termini di formazione del giudicato interno, posto che, invece, con l’atto di appello, l’Agenzia delle entrate aveva inteso ricondurre la fattispecie, diversamente da quanto ritenuto dal giudice di primo grado, entro i limiti dell’oggetto del giudizio, rappresentati dalla contestazione, contenuta nell’avviso di accertamento, della illegittima detrazione dell’Iva in conseguenza degli acquisti per operazioni soggettivamente inesistenti;

ciò precisato, va osservato che dalla sentenza censurata si evince che l’avviso di accertamento era stato emesso al fine di recuperare l’Iva di cui alle fatture emesse dalla società “G e S Automobili s.r.l.”, le cui operazioni erano state ritenute, invero, soggettivamente inesistenti, attesa la mancanza di struttura organizzativa della stessa e tenuto conto delle dichiarazioni di soggetti terzi, in particolare, del legale rappresentante della società cedente;

il riferimento, dunque, alla previsione di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 60bis, è da porsi al di fuori dell’oggetto della controversia, in quanto non inerente ai presupposti per i quali era stato emesso l’avviso di accertamento;

la previsione di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 60bis, introdotta dalla L. n. 311 del 2004, è diretta al contrasto delle frodi in materia d’Iva e comporta la configurabilità della solidarietà dal lato passivo dell’obbligazione tributaria gravante sul cedente anche nei confronti del cessionario, nel caso in cui il prezzo della cessione sia inferiore al valore normale del bene compravenduto;

quel che, dunque, viene in considerazione è la obbligazione tributaria esistente sul cedente nel pagamento dell’imposta e la circostanza che la cessione sia stata operata per un valore inferiore a quello normale: in questi casi, il cessionario risponde dell’obbligazione di pagamento cui è tenuto il cedente, essendo stata configurata una responsabilità solidale del medesimo;

questa Corte (Cass. Civ., 31 gennaio 2019, n. 2853) ha precisato che il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 60bis, comma 2, che prevede la responsabilità solidale del cessionario in caso di mancato versamento dell’Iva da parte del cedente per le cessioni dei beni individuati dal D.M. 22 dicembre 2005 e successive modifiche, qualora siano effettuate a prezzi inferiori al valore normale, presuppone, a differenza del medesimo D.P.R., art. 21, comma 7, che concerne l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’effettività dell’operazione, sottofatturata rispetto al valore normale della cessione, tanto in relazione alla realtà economica, quanto al rapporto intersoggettivo tra cedente e cessionario, e quindi consente a quest’ultimo di portare in detrazione l’Iva non versata dal cedente e per la quale è stato chiamato al pagamento come obbligato solidale; sicché, in presenza di una operazione soggettivamente inesistente, che si verifica in caso di interposizione fittizia del cedente e che impedisce al fittizio cessionario di portare in detrazione la fattura, non trova applicazione il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 60-bis;

non correttamente, dunque, il giudice del gravame ha ritenuto di dovere valutare l’applicabilità, al caso di specie, della previsione di cui all’art. 60bis, cit., tenuto conto, invece, che la pretesa dell’amministrazione finanziaria riguardava la ripresa dell’Iva detratta dalla cessionaria per operazioni soggettivamente inesistenti;

con il secondo motivo di ricorso si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 17,18,19,21 e art. 54, comma 2, delle norme sulle presunzioni semplici, dell’art. 115 c.p.c., e dell’art. 2697 c.c., per non avere tenuto conto degli elementi di prova presuntiva dedotti dall’amministrazione finanziaria ai fini di provare la inesistenza soggettiva delle operazioni e per avere dato rilevanza, invece, alla prova contraria della contribuente, consistente nella mera effettuazione dei pagamenti;

il motivo è fondato;

occorre premettere che in tema di operazioni soggettivamente inesistenti questa Corte (Cass. Civ., 10 aprile 2018, n. 9851, seguita da molte altre; recentemente v. Cass. n. 5339 del 27/02/2020; Cass. n. 15369 del 20/07/2020), in coerenza con le plurime affermazioni della Corte di Giustizia (v. tra le tante Corte di Giustizia 6 settembre 2012, Toth, C-324/11; Corte di Giustizia 22 ottobre 2015, Ppuh, C277/14; Corte di Giustizia 19 ottobre 2017, SC Paper Consult, C101/16), ha affermato che: a) l’Amministrazione finanziaria, la quale contesti che la fatturazione attenga ad operazioni soggettivamente inesistenti, inserite o meno nell’ambito di una frode carosello, ha l’onere di provare, anche solo in via indiziaria, l’oggettiva fittizietà del fornitore e la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta; b) la prova della consapevolezza dell’evasione, peraltro, non richiede che l’Amministrazione finanziaria provi la partecipazione del soggetto all’accordo criminoso od anche la sua piena consapevolezza della frode ma che essa dimostri, in base ad elementi oggettivi e specifici non limitati alla mera fittizietà del fornitore, che il contribuente sapeva o avrebbe dovuto sapere, con l’ordinaria diligenza in rapporto alla qualità professionale ricoperta, che l’operazione si inseriva in una evasione fiscale, ossia che egli disponeva di indizi idonei a porre sull’avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto sulla sostanziale inesistenza del contraente; c) incombe sul contribuente la prova contraria di aver agito in assenza di consapevolezza di partecipare ad un’evasione fiscale e di aver adoperato, per non essere coinvolto in una tale situazione, la diligenza massima esigibile da un operatore accorto secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità in rapporto alle circostanze del caso concreto, non assumendo rilievo, a tal fine, né la regolarità della contabilità e dei pagamenti, né la mancanza di benefici dalla rivendita delle merci o dei servizi;

ciò precisato, si evince dalla sentenza nonché dal ricorso che l’amministrazione finanziaria aveva posto a fondamento della pretesa diversi elementi presuntivi, in particolare, il fatto che la società cedente era priva di struttura organizzativa (vd. sentenza, pag. 1);

più specificatamene, nell’avviso di accertamento, riprodotto dalla ricorrente in osservanza del principio di specificità, era stato evidenziato che la società non possedeva locali adibiti a magazzino o a ricovero di autovetture, né possedeva un parco autoveicoli; inoltre, nello stesso avviso di accertamento era stato evidenziato che la società cedente non aveva mai versato l’Iva e che il socio e rappresentante della società cedente aveva dichiarato che, per ogni operazione di compravendita, veniva percepito un compenso del 2% calcolato sull’importo della fattura di acquisto intracomunitario, “compenso, questo, corrispostogli dalla ditte nazionali che effettivamente acquistavano (interponenti)”;

pertanto, l’amministrazione finanziaria aveva indicato diversi elementi di prova presuntiva relativi non solo alla ricostruzione della inesistenza soggettiva dell’operazione ma anche ai fini della consapevolezza dell’evasione, sicché il giudice del gravame avrebbe dovuto valutarli nella loro valenza inferenziale ai fini dell’accertamento dell’esistenza del fatto ignoto (concernente sia il profilo oggettivo della fittizietà della società cedente sia quello soggettivo della consapevolezza della cessionaria di partecipare ad una frode);

in realtà, dinanzi al complesso assetto di elementi di prova presuntiva, il giudice del gravame si è limitato a svalutare la portata probatoria delle dichiarazioni dei terzi, senza, tuttavia, procedere ad una valutazione delle stesse unitamente agli altri elementi di prova presuntiva, verificando se le suddette dichiarazioni fossero o meno idonee a configurare una modalità di gestione dei rapporti commerciali tra la cedente e la cessionaria che fosse indicativa, sotto il profilo inferenziale, del fatto che la società cessionaria sapeva o avrebbe dovuto sapere, con l’ordinaria diligenza in rapporto alla qualità professionale ricoperta, nonché agli ulteriori elementi di prova presuntiva sopra indicati, che l’operazione si inseriva in una evasione fiscale, ossia che la stessa disponeva di indizi idonei a porre sull’avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto sulla sostanziale inesistenza del contraente;

d’altro lato, ai fini di contrastare la valenza di prova presuntiva degli elementi fattuali dedotti dall’amministrazione finanziaria, il giudice del gravame ha fatto riferimento unicamente alla circostanza della regolarità del pagamento che, tuttavia, come detto, non può costituire di per sé idonea prova contraria;

sotto tali profili, la pronuncia censurata risulta viziata da violazione di legge;

in conclusione, i motivi sono fondati, con conseguente accoglimento del ricorso e rinvio alla Commissione tributaria regionale anche per la liquidazione delle spese di lite del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte:

accoglie il ricorso, cassa la sentenza censurata e rinvia alla Commissione tributaria regionale del Molise, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese di lite del presente giudizio.

Così deciso in Roma, il 10 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2022

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