Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4242 del 10/02/2022

Cassazione civile sez. trib., 10/02/2022, (ud. 09/07/2021, dep. 10/02/2022), n.4242

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

Dott. SAIEVA Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 2837/2015 R.G. proposto da:

S.M., rappresentato e difeso dall’avv. Mario Miscali (pec:

mario.miscali.milano.pec.avvocati.it – fax n. 02.65585585) e

dall’avv. Daniele Manca Bitti (pec: daniele.pec.mancabitti.it – fax

06.3222524) ed elettivamente domiciliato in Roma, Via Luigi Luciani,

n. 1, presso lo studio dell’avv. Daniele Manca Bitti;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del legale rappresentante p.t.,

rappresentata e difesa ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato,

domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

Avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia, Sezione di Brescia, n. 3259/64/14, pronunciata il

12.11.2013 e depositata il 17.6.2014;

Udita la relazione svolta nell’adunanza camerale del 9 luglio 2021

dal consigliere Dott. Giuseppe Saieva.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Il dottor S.M., esercente attività di medico odontoiatra, impugnava dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Mantova l’avviso di accertamento con cui l’Agenzia delle Entrate aveva determinato per l’anno 2005 maggiori imposte IRPEF ed IRAP. L’atto impugnato traeva origine da una precedente verifica effettuata dalla Guardia di Finanza nei confronti della ditta Novodental S.r.l., esercente l’attività di fabbricazione di protesi dentarie, nel corso della quale era stata rinvenuta documentazione extracontabile relativa a lavorazioni effettuate nell’anno 2005 per conto del dottor S. per complessivi 26.962,26 Euro, ma fatturate per il minore importo di 4.843,23 Euro. Il relativo processo verbale di constatazione, fatto proprio dall’Agenzia delle Entrate, portava alla determinazione delle percentuali di ricarico applicate all’importo non fatturato, con accertamento induttivo del maggior imponibile di 114.577,00 Euro, oltre a maggiori imposte e sanzioni.

La C.T.P. accoglieva parzialmente il ricorso del contribuente.

La C.T.R. della Lombardia, Sezione di Brescia, con sentenza n. 3259/64/14, depositata il 17.6.2014, riformava tuttavia la decisione di primo grado ed accoglieva l’appello proposto dall’Ufficio nella considerazione che con l’avviso di accertamento risultavano correttamente determinati i compensi presuntivamente incassati e non dichiarati dal contribuente nell’anno 2005 per complessivi 136.695,60 Euro, sulla base delle percentuali di ricarico sulle protesi dentarie acquistate dalla Novodental S.r.l..

Avverso tale decisione il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, cui l’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.

Il ricorso è stato fissato nell’adunanza camerale del 9 luglio 2021, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c., e art. 380 bis 1 c.p.c..

Il ricorrente, nel termine di cui all’art. 378 c.p.c., ha depositato una memoria insistendo nell’accoglimento delle proprie richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamentando la illegittimità dell’avviso di accertamento in quanto emesso nei suoi confronti nei 6o giorni seguenti la consegna del p.v.c. e quindi in violazione della disposizione normativa evocata e della giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte (n. 18184 del 29 luglio 2013) secondo cui la L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, deve essere interpretato nel senso che “l’inosservanza del termine dilatorio di sessanta giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento (…) determina di per sé, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza, la illegittimità dell’atto impositivo emesso ante tempus”.

Il motivo è fondato.

In tema di diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, secondo l’orientamento attuale della giurisprudenza di legittimità, sancito dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 18184 del 29 luglio 2013, l’emissione dell’avviso prima del decorso del termine di sessanta giorni dal termine degli accertamenti ne comporta l’invalidità, a meno che la deroga non sia giustificata da “particolari” ragioni di urgenza, idonee a giustificare l’anticipazione dell’emissione del provvedimento. La Corte ritiene, quindi, di dare continuità al consolidato orientamento secondo cui la L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 12, comma 7, deve essere interpretato nel senso che l’inosservanza del termine dilatorio di sessanta giorni per l’emanazione dell’avviso di accertamento – termine decorrente dal rilascio al contribuente, nei cui confronti sia stato effettuato un accesso, un’ispezione o una verifica nei locali destinati all’esercizio dell’attività, della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni determina di per sé, salvo che ricorrano specifiche ragioni di urgenza, l’illegittimità dell’atto impositivo emesso ante tempus, poiché detto termine è posto a garanzia del pieno dispiegarsi del contraddittorio procedimentale, il quale costituisce primaria espressione dei principi, di derivazione costituzionale, di collaborazione e buona fede tra amministrazione e contribuente ed è diretto al migliore e più efficace esercizio della potestà impositiva (Cass. S.U. sent. n. 18184/13 cit.).

La diversa tesi, secondo cui la mera inosservanza formale del termine dilatorio non comporterebbe di per sé l’invalidità dell’atto, è condivisibile solo per la notifica dell’avviso di accertamento emesso a seguito di verifica documentale senza alcun accesso o ispezione nei locali destinati all’esercizio dell’attività, poiché in tal caso è indubbio che l’inosservanza del termine di sessanta giorni non determina la nullità dell’avviso (Cass. S.U. sent. n. 24823 del 9/12/2015); inoltre, come sostenuto con altra pronuncia da questa Corte (Cass. Sez. 6, n. 3060 dell’8/02/2018), va ribadito che “la garanzia di cui alla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 12, comma 7, si applica a qualsiasi atto di accertamento o controllo con accesso o ispezione nei locali dell’impresa, ivi compresi gli atti di accesso istantanei finalizzati all’acquisizione di documentazione, in quanto la citata disposizione non prevede alcuna distinzione ed e’, comunque, necessario redigere un verbale di chiusura delle operazioni anche in quest’ultimo caso, come prescrive il D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 52, comma 6” (Sez. 5, Sentenza n. 15624 del 09/07/2014, Rv. 631980 – 01).

Nel caso di specie, trattandosi di avviso di accertamento che ha fatto seguito ad un p.v.c. “di accesso” redatto all’esito di una verifica ispettiva, l’inosservanza del termine dilatorio di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, ne comporta l’invalidità, non apparendo idonea a giustificare la deroga la “particolare urgenza, consistente nell’incombenza del termine ultimo di decadenza della potestà accertatrice dovuto al fatto che il controllo effettuato nei confronti del Dott. S. ha tratto origine da un’altra precedente verifica terminata il 24 settembre 2010, che ha imposto alla Guardia di Finanza di Mantova di effettuare il controllo relativo a tutti gli anni controllabili compreso l’anno 2005 in scadenza, in tempi ristrettissimi a causa dei motivi conosciuti all’ultimo momento”. L’asserita “necessità di procedere nel minor tempo possibile alle conseguenti iscrizioni a ruolo”, costituisce infatti una motivazione inidonea a giustificare le ragioni di urgenza che nel caso di specie hanno reso necessaria la notifica anticipata dell’avviso di accertamento.

Come ha chiarito la sentenza citata (n. 18184/2013 delle Sezioni Unite di questa Corte), infatti, “il vizio invalidante – dell’avviso di accertamento emesso prima della scadenza del termine dilatorio – non consiste nella mera omessa enunciazione nell’atto dei motivi di urgenza che ne hanno determinato l’emissione anticipata, bensì nell’effettiva assenza di detto requisito (esonerativo dall’osservanza del termine), la cui ricorrenza, nella concreta fattispecie e all’epoca di tale emissione, deve essere provata dall’ufficio”, con riferimento alle ragioni della pretesa tributaria, ma non anche ai tempi di emanazione dei provvedimenti impositivi o alle regole procedimentali.

Il ricorso va pertanto accolto in relazione alla dedotta violazione di legge, nei termini come innanzi precisati, restando assorbite le residue censure.

La sentenza impugnata va per l’effetto cassata e, non occorrendo ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ex art. 384 c.p.c., comma 2, u.p., con accoglimento dell’originario ricorso del contribuente. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza. Vanno viceversa compensate quelle del doppio grado del giudizio di merito.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito accoglie l’originario ricorso introduttivo del contribuente. Condanna l’agenzia delle entrate al rimborso delle spese del presente giudizio in favore del ricorrente che liquida in Euro 6.000,00, Euro 200,00 per esborsi, nonché rimborso delle spese generali nella misura forfettaria del 15%, oltre Iva e Cpa. Compensa tra parti le spese del doppio grado del giudizio di merito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2022

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