Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4239 del 19/02/2020

Cassazione civile sez. III, 19/02/2020, (ud. 03/12/2019, dep. 19/02/2020), n.4239

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 195/2018 proposto da:

C.S., S.A., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA CAIO MARIO, 27, presso lo studio dell’avvocato CHIARA

SRUBEK TOMASSY, rappresentati e difesi dall’avvocato ANTONIO TOIA;

– ricorrenti –

contro

A.A., S.G.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1793/2017 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 28/07/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

03/12/2019 dal Consigliere Dott. MARILENA GORGONI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

S.A., in proprio e quale erede di Sa.Pa., e C.S., quale erede di Sa.Pa., ricorrono per la cassazione della sentenza n. 1793/2017 della Corte d’Appello di Firenze, articolando un solo motivo, corredato di memoria.

I ricorrenti, anche dichiarandosi eredi legittimi di Sa.Pa., deceduta nel corso del giudizio di secondo grado, espongono in fatto che Sa.Pa. e S.A., il figlio, erano stati convenuti in giudizio da A.A. per essere condannati a risarcirgli il danno morale ed all’immagine, che era stato quantificato in Euro 22.065,83 o nella diversa somma giudizialmente accertata. Era avvenuto che, nel corso del giudizio di opposizione al precetto promosso nel 1989 da A.A. nei confronti di S.A. e Sa.Pa., lamentando di avere fatto fronte all’obbligazione assunta con Sa.Pa., ad eccezione di un lieve ritardo nel pagamento dell’ultima rata, A.A., cui era stato deferito il giuramento decisorio, aveva giurato di aver rilasciato un solo pagherò cambiario di Lire 5.500.000 a favore di Sa.Pa., anzichè due come sostenuto da S.A., cui la madre aveva girato il vaglia cambiario di Euro 5.500.000 e che lo aveva azionato; il giudice accoglieva l’opposizione di A.A.; S.A., di conseguenza, agiva in giudizio per reato di falso giuramento nei confronti di A.A., ottenendone la condanna dal Pretore penale di Firenze.

Il giudice penale di appello, al contrario, assolveva A.A. per l’insussistenza del fatto, ex art. 530 c.p.c., comma 1 e per contraddittorietà della prova.

In conseguenza di ciò, A.A., che lamentava di avere subito gravi danni, compreso il danno morale e quello all’immagine, chiedeva che S.A. e Sa.Pa. fossero condannati al risarcimento del danno quantificato in via equitativa in Euro 22.065, 83.

I convenuti eccepivano l’infondatezza della domanda, non essendo stati mai provati gli estremi del reato di calunnia, tant’è che l’assoluzione di A.A. era avvenuta per contraddittorietà della prova.

Il Tribunale di Firenze condannava S.A. e Sa.Pa. al risarcimento del danno quantificato in Euro 22.065,83.

La sentenza veniva impugnata dinanzi alla Corte d’Appello di Firenze dai soccombenti, i quali ritenevano che il giudice di prime cure li avesse erroneamente condannati al risarcimento del danno, omettendo di considerare che la giurisprudenza di legittimità, a fronte di un reato perseguibile anche d’ufficio, esclude che l’imputato assolto dal reato ascrittogli possa, per il solo fatto di essere stato assolto, avanzare una domanda risarcitoria, salvo che nel comportamento dei denuncianti non siano risultati evidenti gli estremi della calunnia. Pertanto, la condanna risarcitoria avrebbe presupposto il dolo del denunciante, la cui prova non era stata fornita. Lamentano comunque che il danno all’immagine richiesto non fosse stato provato, perchè non era stato dimostrato che fosse stata data pubblicità al procedimento giudiziario a carico di A.A.; inoltre, censuravano l’eccessività della somma liquidata a titolo di danno morale.

A.A., costituitosi, insisteva per la conferma della sentenza gravata.

La Corte d’Appello di Firenze, con la sentenza oggetto dell’odierna impugnazione, riformava parzialmente la sentenza di prime cure, rideterminando la somma oggetto del capo di condanna in Euro 2.000,00 oltre alla rivalutazione ed agli interessi, regolava inoltre le spese processuali.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. I ricorrenti deducono, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, rappresentati dal contenuto degli accordi raggiunti tra Sa.Pa. e A.A. e trasfusi nella scrittura privata del 27 giugno 1989 e dalla cambiale con scadenza 11 febbraio 1990.

Nella scrittura privata si leggeva che il 27 giugno 1989 tra A.A. e Sa.Pa. era stato convenuto che, a fronte del rilascio anticipato dell’immobile locato da quest’ultima, il primo si dichiarava disposto a versarle la somma di Lire 5.500.000 e se ne stabilivano le modalità di corresponsione; a garanzia dell’obbligo assunto, ai fini che qui interessano, veniva rilasciata da A.A. una cambiale di pari importo, da restituire al saldo.

Gli odierni ricorrenti sostengono che la cambiale azionata non fosse quella rilasciata a garanzia del pagamento della somma di Lire 5.500.000 per anticipato rilascio dell’immobile locato – somma che era stata pagata, per cui la cambiale era stata regolarmente restituita – ma un’altra con scadenza 11 febbraio 1990. Ciò sarebbe dimostrato dal fatto che la cambiale in oggetto non poteva essere stata emessa prima del 25 settembre 1989, perchè le disposizioni all’epoca vigenti imponevano la cancellazione dei timbri prima della sottoscrizione della cambiale; i timbri risultavano annullati in data 25 settembre 1989, perciò la cambiale non poteva essere stata rilasciata prima di quella data; per i ricorrenti tanto avrebbe dovuto indurre la Corte territoriale a ritenere provato che non si trattava del titolo, con scadenza 1 febbraio 1990, emesso in virtù della scrittura privata del 27 giugno 1989 e consegnato in pari data a Sa.Pa..

A.A. non aveva mai negato di avere emesso una cambiale a garanzia degli obblighi assunti con la scrittura del 25 settembre 1989, aveva sempre affermato di avere consegnato tale cambiale contestualmente alla sottoscrizione dell’accordo ed aveva sempre sostenuto che la scadenza di tale cambiale era febbraio 1990; non aveva mai saputo fornire una giustificazione dell’esistenza di un’altra cambiale con scadenza 11 febbraio 1990.

1.1. Il motivo è inammissibile.

I ricorrenti hanno dimostrato, soddisfacendo il principio di autosufficienza, di avere sottoposto all’attenzione della Corte d’Appello ed in precedenza al giudice di prime cure la questione relativa alla cancellazione dei timbri, onde sollecitare la Corte d’Appello ad un accertamento in ordine al fatto che la cambiale consegnata contestualmente alla scrittura privata del 25 settembre 1989 e poi regolarmente restituita dopo il versamento della somma di Lire 5.500.000 da parte di A.A. non era la stessa per cui erano stati annullati i timbri prima della sottoscrizione.

Si tratta evidentemente di un’argomentazione difensiva, il cui omesso esame da parte del giudice a quo, non integra gli estremi del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. La nozione di fatto omesso si riferisce a un preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico-naturalistico e non ricomprende questioni o argomentazioni, dovendosi di conseguenza ritenere inammissibili le censure irritualmente formulate che estendano il paradigma normativo a quest’ultimo profilo.

L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, nel cui paradigma non è inquadrabile la censura concernente la omessa valutazione di deduzioni difensive (Cass. 18/10/2018, n. 26305; Cass., 14/06/2017, n. 14802) o di censure proposte. (cfr., da ultimo, Cass., Sez. un., 26/07/2019, n. 20399).

2. Ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

3. Nulla deve essere liquidato per le spese, non avendo svolto A.A. attività difensiva.

4. Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla liquida per le spese, non avendo il resistente svolto attività difensiva.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 19 febbraio 2020

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