Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4224 del 21/02/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 4224 Anno 2018
Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE
Relatore: DE FELICE ALFONSINA

SENTENZA

sul ricorso 1892-2013 proposto da:
AZIENDA OSPEDALIERA COMPLESSO OSPEDALIERO SAN GIOVANNI
ADDOLORATA C.E. 07435061006, in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata
in ROMA,

VIA G.G.

BELLI 27,

presso lo studio i

dell’avvocato GIAN MICHELE GENTILE, che la rappresenta
2017

e difende, giusta delega in atti;
– ricorrente –

4395
contro

HUSCHER CRISTIANO GERMANO SIGISMONDO, elettivamente
domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO 35, presso lo

Data pubblicazione: 21/02/2018

studio degli avvocati DOMENICO D’AMATI, NICOLETTA
D’AMATI, GIOVANNI NICOLA D’AMATI che lo rappresentano
e difendono, giusta delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 5797/2012 della CORTE D’APPELLO

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 09/11/2017 dal Consigliere Dott. ALFONSINA
DE FELICE;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. RENATO FINOCCHI GHERSI che ha concluso
per inammissibilità, in subordine rigetto;
udito l’Avvocato ;
udito l’Avvocato PAOLO MEREU per delega Avvocato GIAN
MICHELE GENTILE;
udito l’Avvocato CLAUDIA COSTANTINI per delega verbale
Avvocato DOMENICO D’AMATI.

di ROMA, depositata il 12/07/2012 R.G.N. 7823/2008;

R.G. 01892/2013

FATTI DI CAUSA
La Corte d’Appello in epigrafe, in parziale riforma della pronuncia di prime cure,
ha confermato l’illegittimità del recesso dovuto a motivi disciplinari dell’Azienda
Ospedaliera romana S. Giovanni Addolorata nei confronti di Cristiano Germano
Sigismondo Huscher, primario della Divisione di Chirurgia Generale dal 1998 al 2005.

decisione ha statuito l’illegittimità del recesso, poiché la contestazione degli addebiti
era stata mossa dal Direttore generale dell’Azienda e non dall’Ufficio Competente per i
Licenziamenti Disciplinari (UCDP), così come previsto dall’art. 55 della I. n.165/2001,
il che aveva inficiato l’intero procedimento, determinandone la nullità insanabile.
La sentenza d’appello ha, altresì, confermato la pronuncia di prime cure, in merito
alle conseguenze della nullità del recesso, statuendo che, essendo lo stesso privo di
effetti, il primario avesse diritto a essere riammesso nell’incarico dirigenziale a
termine non ancora venuto a scadenza.
La riforma della sentenza di prime cure consegue alla riunione dei due giudizi
avverso la stessa decisione – il secondo promosso dall’Huscher e avente a oggetto il
quantum risarcitorio. La Corte d’appello ha riformato la pronuncia di prime cure che,

negando l’estensione del risarcimento dei dunno patrimoniale alla perdita deg!i introiti
per l’attività professionale intramuraria quale conseguenza diretta del recesso, aveva
limitato la durata temporale del risarcimento al 15/2/2006, data in cui l’appellante
aveva trovato un “rapporto di lavoro dipendente economicamente identico”, anziché
alla data della riammissione in servizio presso l’Azienda Ospedaliera S. Giovanni
Addolorata. La Corte d’appello ha ritenuto inoltre che l’eventuale mancato introito per
attività intramuraria dovesse essere valutato in concreto sulla base del reddito
complessivo percepito, e, pertanto, ha condannato l’Azienda Ospedaliera a
corrispondere al primario medico la maggiore somma, rispetto a quanto statuito dalla
pronuncia di primo grado, di Euro 847.784 oltre rivalutazione e interessi.
Avverso tale sentenza interpone ricorso per cassazione l’Azienda Ospedaliera S.
Giovanni Addolorata, con quattro motivi, cui resiste con tempestivo controricorso
Cristiano Germano Sigismondo Huscher.
Il P.G. si è pronunciato per l’accoglimento del ricorso.
RAGIONI DELLA DECISIONE

Nell’accertarne la natura disciplinare, come già dichiarata dal primo giudice, la

1. Con il primo motivo l’Azienda ospedaliera lamenta che la Corte abbia fissato la
scadenza del contratto a maggio anziché a febbraio 2008, liquidando il danno
patrimoniale da mancato guadagno anche per i mesi di marzo, aprile e maggio 2008.
La ricorrente deduce che il controricorrente era stato assunto con contratto a tempo
determinato dal marzo 1998 al febbraio 2003, e che l’incarico era stato rinnovato fino
al febbraio 2008. A seguito della sentenza di primo grado esso veniva revocato con

avrebbe, tuttavia, preso atto della sua cessazione per scadenza contrattuale in data
28 febbraio 2008. Il mancato guadagno avrebbe dovuto pertanto essere calcolato con
decorrenza non oltre il febbraio 2008.
2. Con la seconda censura l’Azienda Ospedaliera deduce omessa, insufficiente o
contraddittoria motivazione circa il punto decisivo della controversia inerente il
computo della perdita degli introiti derivanti dall’attività professionale intramoenia nel
danno patrinnoniale conseguente al recesso, senza valutare se il medico avesse in quel
periodo prestato la propria attività professionale presso altre strutture pubbliche.
La doglianza deduce altresì violazione delle norme che regolano la disciplina
dell’attività professionale intramuraria.
3. La terza censura riguarda la violazione o errata applicazione dell’art. 437, co.2,
cod. proc. civ. La Corte territoriale, supplendo alla colpevole inerzia del ricorrente
riguardo al corredo probatorio del fatto costitutivo della domanda, avrebbe ammesso
con ordinanza istruttoria documenti che attestavano redditi percepiti dall’attività
professionale privata e intramurale, svolta alcuni mesi prima del licenziamento, che,
pur posseduti all’epoca del giudizio di primo grado, non erano stati allegati.
4. La quarta censura lamenta omessa insufficiente o contraddittoria motivazione
circa il punto decisivo della controversia consistente nel calcolo dell’aliquid perceptum
da parte del controricorrente in seguito al licenziamento. L’erroneità della
quantificazione, sarebbe derivata dalla rilevata discrasia sull’esatto termine di
scadenza contrattuale, in virtù della quale la cifra riferibile ad altri guadagni sarebbe
stata maggiore poiché connmisurata a un periodo di trentasei e non di trentatré mesi.
La prima censura è inammissibile per mancanza di autosufficienza.
Parte ricorrente non produce la delibera su cui fonda la doglianza accennando solo
alla circostanza che la stessa fosse stata dedotta nelle note autorizzate.
Sulla produzione e allegazione degli atti processuali e ciei documenti su cui si
fonda ii ricorso, la costante giurisprudenza di questa Corte, ha deciso che taie onere,
sancito, a pena d’improcedibilità dall’art. 369, co.2, n.4, cod. proc. civ. “…è

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deliberazione del Direttore dell’Azienda ospedaliera n.866 del 27 giugno 2008, la quale

soddisfatto: a) qualora il documento sia stato prodotto nelle fasi di merito dallo stesso
ricorrente e si trovi nel fascicolo di quelle fasi, mediante il deposito di quest’ultimo,
specificandosi, altresì, nel ricorso l’avvenuta sua produzione e la sede in cui quel
documento sia rinvenibile; b) se il documento sia stato prodotto, nelle fasi di merito,
dalla controparte, mediante l’indicazione che lo stesso è depositato nel relativo
fascicolo del giudizio di merito, benché, cautelativamente ne sia opportuna la
produzione per il caso in cui quella controparte non si costituisca in sede di legittimità

tratti di documento non prodotto nelle fasi di merito, relativo alla nullità della
sentenza o all’ammissibilità del ricorso, oppure attinente alla fondatezza di
quest’ultimo e formato dopo la fase di merito e comunque dopo l’esaurimento della
possibilità di produrlo, mediante il suo deposito, previa individuazione e indicazione
della produzione stessa nell’ambito del ricorso.” (Sez. Un. n.25038/2013).
Presentando la censura, un’insanabile carenza allegatoria, deve dichiararsene
altresì l’inammissibilità in quanto la stessa prospetta una domanda nuova.
Il ricorso nulla dice circa l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice
del merito, in particolare in quale degli scritti difensivi e degli atti processuali del
precedente grado la stessa sia stata proposta.
In merito a tale aspetto la giurisprudenza di questa Corte ritiene che “…qualora
una questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in
alcun modo nella sentenza impugnata né indicata nelle conclusioni ivi epigrafate, il
ricorrente che riproponga tale questione in sede di legittimità, al fine di evitare una
statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare
l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare
in quale scritto difensivo o atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo
alla Corte di cassazione di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di
esaminare nel merito la questione stessa.” (Cass. n.8206/2016; anche Cass.
n.2033/2017).
La seconda censura è altresì inammissibile.
Essa domanda alla Corte un accertamento del fatto, precluso in sede di
legittimità.
Al riguardo, questa Corte con orientamento ormai consolidato, ha stabilito che è
inammissibile il ricorso che si risolve in una critica tesa alla rivisitazione del merito
ovvero in una contrapposizione dell’interpretazione della parte a quella della Corte
territoriale (da ultimo Cass. n.21992/2017)

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o la faccia senza depositare il fascicolo o lo produca senza documento; c) qualora si

La terza censura è inammissibile.
Con essa la ricorrente si duole che la decisione d’appello abbia posto a base del
decisum documenti non prodotti in primo grado dalla controparte, senza affermare
espressamente a quali documenti si riferisca, né produrne copia, e omettendo di
fornire la prova che gli stessi costituiscano il fondamento della pronuncia.
Anche la quarta e ultima censura è inammissibile.

territoriale.
La censura non è autosufficiente.
L’Azienda Ospedaliera non produce, né trascrive, i documenti dai quali fa
desumere che l’esatto ammontare del risarcimento sarebbe inferiore rispetto a quanto
statuito dalla pronuncia d’appello.

Pertanto, pori—FA-erta -n I.

^

ér.
04
il ricorso è nigetlurtreg Le spes

come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.
P.Q.M.
di,01
La Corte rkggati il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento nei confronti de

controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro
competenze professionali, oltre alle spese forfetarie nella misura del
esborsi liquidati in Euro 200 e agli accessori di legge.

Così deciso all’Udienza del 9 novembre 2017

4000 p

15 per cento, agli

La ricorrente rileva un errore di calcolo nell’aliunde perceptuni da parte della Corte

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