Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4205 del 22/02/2010

Cassazione civile sez. III, 22/02/2010, (ud. 07/01/2010, dep. 22/02/2010), n.4205

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI NANNI Luigi Francesco – Presidente –

Dott. PETTI Giovanni Battista – Consigliere –

Dott. FILADORO Camillo – rel. Consigliere –

Dott. URBAN Giancarlo – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 11344/2005 proposto da:

IL MECENATE SRL (OMISSIS) in persona del legale rappresentante

pro tempore Signor A.D., considerata domiciliata “ex

lege” in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentata e difesa dall’avvocato PETRACCA Angelo giusta delega a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

ASSICURATORI DEI LLOYD’S LONDON (OMISSIS) in persona del Signor

B.E. Rappresentante Generale per l’Italia dei LLOYDS’S

LONDON, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE REGINA MARGHERITA

294, presso lo studio dell’avvocato VALLEFUOCO ANGELO, rappresentata

e difesa dall’avvocato GIORGETTI Alessandro giusta delega in calce al

controricorso;

– controricorrente –

e contro

MATTA SRL;

– intimata –

sul ricorso 15003/2005 proposto da:

MATTA SRL (OMISSIS) in persona del legale rappresentante pro

tempore Signor M.F., elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA GARGANO 9, presso lo studio dell’avvocato BABINI SILVIA,

rappresentata e difesa dall’avvocato NICOTRA ABATI GIOVANNA giusta

delega a margine del controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente –

contro

ASSICURATORI LLOYD’S LONDON in persona del Sig. B.E.

Rappresentante Generale per l’Italia dei LLOYD’S LONDON – d’ora in

poi solo LLOYD’S, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE REGINA

MARGHERITA 294, presso lo studio dell’avvocato (VALLEFUOCO ANGELO,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIORGETTI

ALESSANDRO giusta delega in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

IL MECENATE SRL;

– intimata –

avverso la sentenza n. 615/2004 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

Sezione Quarta Civile, emessa il 17/9/2003, depositata il 02/03/2004,

R.G.N. 2288/2001;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

07/01/2010 dal Consigliere Dott. CAMILLO FILADORO;

udito l’Avvocato CATERINA GIUFFRIDA per delega dell’Avvocato

ALESSANDRO GIORGETTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

APICE Umberto, che ha concluso per il rigetto di entrambi.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza 17 settembre 2003 – 2 marzo 2004 la Corte di appello di Milano respingeva l’appello proposto dalla s.r.l. Il Mecenate e dalla s.r.l. Matta avverso la decisione del locale Tribunale del 15 giugno 2000, che aveva rigettato la domanda proposta dalla due società, nei confronti degli assicuratori dei Llloyd’s London, intesa ad ottenere il risarcimento dei danni derivati dal furto di alcuni oggetti d’arte, avvenuto la notte tra il (OMISSIS), nei locali della società (OMISSIS) (del valore, rispettivamente di L. 274.601.000 e L. 181.071.000).

I giudici di appello osservavano che la polizza assicurativa copriva tutti i rischi compresi quelli del furto e della rapina, prevedendo specifiche e distinte misure di sicurezza per i due diversi eventi.

Era poi circostanza pacifica che la società assicurata (Casa d’aste e d’arte – (OMISSIS)) aveva adottato solo le misure di sicurezza previste per il rischio di furto e non anche quelle per il rischio di rapina ed aggressione.

I locali, infatti, erano dotati di efficace impianto antintrusione e di ponte radio collegato ala centrale dell’Istituto di Vigilanza Telecontrol.

Gli ignoti ladri, tuttavia, avevano eluso tale sistema di allarme, penetrando nei locali in cui erano conservati gli oggetti, dal vano sottotetto, al quale erano acceduti dal terrazzo esterno, posto sul tetto, e, quindi, attraverso il terrazzo interno.

Il Tribunale aveva rigettato la domanda di risarcimento della società Il Mecenate (e quella della società intervenuta Matta, la quale aveva dedotto di avere consegnato alla casa d’aste, merce per circa L. 152.600.000, nell’anno 1991) sotto il profilo che l’adozione delle misure di sicurezza era stata prevista dalle parti come condizione essenziale di efficacia del contratto e che la società assicurata non vi aveva provveduto integralmente.

La Corte territoriale giungeva al medesimo risultato (di rigetto della domanda) con la diversa motivazione che l’assicurato non aveva fornito prova appagante della esistenza delle cose da esso indicate come oggetto del furto, considerazione questa – rilevava la Corte – che assorbiva ogni contestazione dell’assicuratore sulla effettiva perpetrazione del furto.

Andando in diverso avviso, rispetto alla decisione di primo grado, i giudici di appello osservavano che la giurisprudenza minoritaria indicata dal Tribunale non poteva essere condivisa, poichè occorre pur sempre considerare il rapporto di funzionalità tra rischio e misure di sicurezza adottate.

Nel caso di specie, il primo giudice aveva respinto la domanda per le ragioni indicate, senza esaminare le ulteriori contestazioni sollevate dall’assicuratore, che erano state riproposte in grado di appello.

La società di assicurazioni aveva contestato che l’assicurato avesse fornito la prova del furto ed, ancor prima, della esistenza delle cose asseritamente rubate ed aveva eccepito l’inadempimento dell’obbligo contrattuale di tenere la registrazione delle cose acquistate e vendute.

In base alla condizione particolare – C 8 – l’assicurato, infatti, era obbligato alla tenuta ed all’aggiornamento delle registrazioni o documentazione sostitutiva di tutte le vendite, acquisti ed alle altre operazioni inerenti i beni assicurati.

Nel verbale redatta il 6 novembre 1992 (dunque il giorno successivo al denunciato furto), la società Il Mecenate aveva espressamente riconosciuto di non tenere un registro di magazzino con la indicazione del carico e dello scarico delle merci, aggiungendo che per il carico delle merci facevano fede le bolle di consegna, per lo scarico la bolla di riconsegna al mittente (con la indicazione della causale “reso”) ed, in caso di vendita, la fattura e la bolla di accompagnamento (unico documento).

La società aveva dichiarato di non essere – all’epoca – in grado di produrre una serie completa di bolle di carico e scarico, precisando che le stesse erano presso il proprio commercialista ed impegnandosi a produrle nel più breve tempo possibile.

La riserva di consegnare le bolle – aggiungeva la Corte territoriale – non era mai stata sciolta.

La documentazione prodotta, infatti, doveva considerarsi largamente incompleta.

In particolare, “i mandati a vendere, in molti casi anteriori di anni al giorno del furto, sono accompagnati da dichiarazioni di quietanza del committente, che dovrebbero provare che, a causa del furto, l’assicurato ha pagato al committente il prezzo fissato dal committente, ma le quietanze non recano la data e, pertanto, è ragionevole invece supporre che il prezzo è stato pagato prima del giorno del furto per avvenuta vendita”.

Avverso tale decisione, la s.r.l. Il Mecenate ha proposto ricorso per cassazione sorretto da un unico motivo.

Resistono con distinti controricorsi, gli assicuratori dei Lloyd’s London, e la s.r.l. Matta, che ha proposto anche ricorso incidentale, sorretto anche esso da un unico motivo, cui resistono gli Assicuratori dei Lloyd’s London con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Deve innanzi tutto disporsi la riunione dei due ricorsi proposti entrambi contro la medesima decisione.

Con l’unico motivo la ricorrente principale deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Erroneamente i giudici di appello avevano ritenuto privi di ogni valore, in quanto mancanti di data certa, i mandati a vendere prodotti dalla società attrice, sottolineando che questa non aveva assolto l’obbligo essenziale di contratto, che prevedeva la regolare tenuta dei registri di carico e scarico della merce assicurata.

I giudici di appello erano giunti a tale conclusione, senza considerare il materiale probatorio raccolto.

La s.r.l. Matta aveva confermato di aver consegnato alla s.r.l. Il Mecenate oggetti d’arte, per un valore complessivo di L. 181.371.000, ancora presenti nel magazzino all’epoca del furto, ed, almeno per questa parte, doveva ritenersi raggiunta la prova della loro sottrazione ad opera di ignoti.

Attraverso la testimonianza del F., inoltre, era stata raggiunta la certezza che i beni consegnati da questi alla casa d’aste nel 1991 con mandato a vendere (per un valore complessivo di L. 152.600.000) e che parte di essi ancora custodita presso la sede de (OMISSIS) al momento del furto: il valore della merce sottratta era pari a L. 99.000.000.

I giudici di appello non avevano dato alcun peso e valore a tali dichiarazioni.

Indipendentemente dalla (regolare) tenuta dei registri di carico e scarico – incombente questo richiesto solo a fini fiscali – doveva considerarsi raggiunta la prova della consegna dei beni del valore indicato, da parte della M. e del F..

La affermazione di questi soggetti di avere affidato merce alla società Il Mecenate non era stata confutata dagli assicuratori. Le circostanze sopra indicate, pertanto, dovevano darsi per provate, secondo le regole generali.

Pertanto, la domanda di risarcimento danni avrebbe dovuto essere accolta, quanto meno per quella parte che riguardava la merce, consegnata per la vendita, dalla s.r.l. Matta alla casa d’aste.

Le censure formulate dalla ricorrente principale sono state riproposte, senza alcuna variazione, dalla ricorrente incidentale, s.r.l. Matta.

Anche ad avviso di questa ultima, la Corte di appello di Milano sarebbe incorsa in numerose violazioni di norme di diritto e nella contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia.

Osserva il Collegio:

i due ricorsi possono essere esaminati congiuntamente, avendo ad oggetto censure del tutto analoghe.

Le censure sono inammissibili.

Deve ribadirsi, anche in questa sede, il principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, secondo il quale “Nel giudizio di legittimità, il ricorrente che deduca l’omessa o insufficiente motivazione della sentenza impugnata per mancata o erronea valutazione di alcune risultanze probatorie ha l’onere, in virtù del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di specificare, trascrivendole integralmente, le prove non o male valutate, nonchè di indicare le ragioni del carattere decisivo delle stesse. Il mancato esame di un’istanza istruttoria può dar luogo al vizio di omessa o insufficiente motivazione solo se le risultanze processuali o mal valutate siano tali da invalidare l’efficacia probatoria delle altre sulle quali il convincimento si è formato, onde la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva dì base. (Cass. 3004 del 2004).

Le due società ricorrenti non hanno riportato integralmente il contenuto delle risultanze istruttorie che assumono trascurate o erroneamente interpretate: donde un primo profilo di inammissibilità delle censure.

Nei due ricorsi, in tutto coincidenti tra di loro, non vi è – inoltre – alcuna indicazione delle norme di legge che i giudici di appello non avrebbero applicato, o avrebbero male applicato.

Le censure di vizi motivazionali, formulate con i due ricorsi della s.r.l. Il Mecenate e s.r.l. Matta sono comunque, del tutto prive di fondamento.

I vizi motivazionali deducibili con il ricorso per cassazione non possono consistere nella circostanza che la determinazione o la valutazione delle prove siano state eseguite dal giudice in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè a norma dell’art. 116 c.p.c., rientra nel potere discrezionale – e come tale insindacabile – del giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, apprezzare all’uopo le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le varie risultanze istruttorie, quelle ritenute idonee e rilevanti con l’unico limite di supportare con adeguata e congrua motivazione l’esito del procedimento accertativo e valutativo seguito.

Con motivazione del tutto adeguata, che sfugge alle censure di vizi della motivazione, i giudici di appello hanno preso in esame tutte le risultanze istruttorie ed hanno concluso nel senso che non vi era alcuna prova del fatto che le cose – delle quali era stato denunciato il furto – fossero davvero presenti nella casa d’aste al momento del denunciato furto.

Tale rilievo – come ha opportunamente sottolineato la stessa Corte territoriale – è assorbente di ogni altra considerazione.

Quanto alla inesistenza di un obbligo di regolare tenuta di registro di carico/scarico delle merci, (a torto ritenuto sussistente dai giudici di appello) è solo da precisare che la Corte territoriale ha risolto la controversia su di un piano del tutto diverso.

Infatti, i giudici di appello hanno sottolineato (p. 16) “Anche considerando che, a norma della clausola sopra trascritta, l’assicurato non è tenuto alla registrazione di acquisti, vendite o depositi, cioè a tenere un registro di magazzino, potendo l’assicurato assolvere l’obbligo della documentazione delle cose presenti nei locali assicurati con documentazione sostitutiva del registro di magazzino, si deve osservare che, in causa, non è prodotto alcun documento sostitutivo. Nel verbale, doc. 9 citato, l’assicurato elenca beni con la indicazione del numero delle relative bolle, bolle che però non sono state prodotte; la riserva di consegnare le bolle che sarebbero state tenute dal commercialista non è mai stata sciolta; i mandati a vendere, in molti casi, anteriori di anni al giorno del furto, sono accompagnati da dichiarazioni di quietanza del committente, che dovrebbero provare che – a causa del furto – l’assicurato ha pagato al committente il prezzo fissato dal committente, ma le quietanze non recano la data e pertanto è ragionevole invece supporre che il prezzo è stato pagato prima del giorno del furto, per avvenuta vendita”.

Nessuna censura merita, infine, il mancato esame delle dichiarazioni rese dalla parte interveniente e dal teste F. (che avrebbero, secondo la tesi sostenuta dalle due ricorrenti, consegnato alla casa d’aste parte delle merci asseritamente trafugate), considerato che gli stessi erano entrambi titolare di un interesse che ne poteva legittimare la partecipazione al giudizio e che uno di questi (la s.r.l. Matta) aveva di fatto assunto la veste di interventore adesivo, con conseguente incapacità di testimoniare.

A fronte di tale, motivato, accertamento si infrangono tutte le censure formulate dalle due società ricorrenti.

Conclusivamente i due ricorsi devono essere rigettati, e le due società ricorrenti condannate, in solido, al pagamento delle spese del giudizio nei confronti degli Assicuratori dei Lloyd’s, London.

PQM

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi. Condanna la ricorrente, in solido con la ricorrente incidentale, al pagamento delle spese che liquida a favore degli Assicuratori dei Lloyd’s London in complessivi Euro 6.700,00 (seimiliasettecento/00) di cui Euro 6.500,00 (seimilacinquecento/00) per onorari di avvocato, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 7 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 22 febbraio 2010

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