Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4203 del 22/02/2010

Cassazione civile sez. III, 22/02/2010, (ud. 07/01/2010, dep. 22/02/2010), n.4203

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI NANNI Luigi Francesco – Presidente –

Dott. PETTI Giovanni Battista – Consigliere –

Dott. FILADORO Camillo – rel. Consigliere –

Dott. URBAN Giancarlo – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 11303/2005 proposto da:

LISAR SPA (OMISSIS) in persona del legale rappresentante pro

tempore Sig. F.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

PACUVIO 34, presso lo studio dell’avvocato ROMANELLI Guido, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato INVERNIZZI ROBERTO

giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

P.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIALE PARIOLI 47, presso lo studio dell’avvocato CORTI Pio, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato SPERONI EMILIO giusta

delega in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1159/2004 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

Sezione Seconda Civile, emessa il 31/3/2003, depositata il

30/04/2004, R.G.N. 2111/2001;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

07/01/2010 dal Consigliere Dott. CAMILLO FILADORO;

udito l’Avvocato GUIDO ROMANELLI;

udito l’Avvocato PIO CORTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

APICE Umberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza 31 marzo 2003, depositata il 30 aprile dell’anno successivo, la Corte d’appello di Milano rigettava l’appello proposto dalla s.p.a. LISAR avverso la decisione del Tribunale di Como del 9 giugno 2000, che aveva respinto la domanda di risarcimento proposto dalla stessa società nei confronti della Perplast di P.E..

Con l’atto di citazione del giugno 1993, la Lisar aveva convenuto in giudizio il titolare della ditta individuale Perplast, P. E., per sentirlo condannare al risarcimento di tutti i danni derivati dall’incendio che nella notte tra il (OMISSIS), avevano distrutto merci nel capannone dalla stessa condotto in locazione in (OMISSIS).

Osservavano i giudici di appello che il Tribunale aveva respinto la domanda proposta nei confronti del P., per una serie di argomentazioni, tutte tra loro concordanti:

– vi era assoluta incertezza in ordine alle cause dell’incendio, dovendosi peraltro escludere che lo stesso fosse stato originato da un fenomeno di “autocombustione”, tenuto conto dell’ora tarda e del periodo (metà settembre) nel quale le temperature non sono particolarmente elevate;

– le deposizioni rese dai testimoni indotti da entrambe le parti erano tra loro discordanti;

– non erano condivisibili le valutazioni espresse dal consulente tecnico di parte attorea.

Rilevava la Corte territoriale che nel caso di specie non poteva trovare applicazione l’art. 2051 c.c., trattandosi di incendio con ogni probabilità di origine dolosa, secondo l’accertamento compiuto in sede penale.

Anche a voler escludere la ipotesi dolosa dell’evento, era rimasta del tutto indimostrata la fonte dell’innesco (in particolare non poteva escludersi che il fuoco si fosse sprigionato dalla caldaia a metano dell’impianto di riscaldamento della LISAR, oppure dalla linea elettrica di alimentazione della stessa, entrambe collocate nell’area comune).

Sotto il profilo dell’art. 2043 c.c., la LISAR non aveva fornito la prova di una condotta colposa del P., che non poteva essere configurata nel solo fatto di tenere dei bancali contenenti fogli di plastica nell’ingresso comune dell’edificio comunale, ai cui lati si accedeva ai magazzini della LISAR e della Perplast di P.E..

Tra l’altro, non poteva neppure dirsi accertato che nel predetto spazio comune fossero depositati solo i bancali della Perplast, poichè alcuni testi – seppure in modo più o meno preciso – avevano riferito della esistenza di materiale di scarto, in legno, anche esso facilmente infiammabile, depositato dalla LISAR vicino al muro confinante con il magazzino della stessa.

Per queste ragioni doveva escludersi una qualsiasi responsabilità del P. nella causazione dell’incendio.

Tanto premesso, la Corte territoriale sottolineava che non vi era ragione per soffermarsi sulla entità dei danni denunciati dalla LISAR. In via del tutto incidentale, tuttavia, i giudici di appello sottolineavano che gli aggiustamenti della domanda (levitata dalla domanda iniziale di L. 61.500.000, avanzata in via stragiudiziale, a quella di L. 122.874.000 formulata in sede di precisazione delle conclusioni) ponevano in evidenza un chiaro intento speculativo della LISAR, intento speculativo che era stato già stigmatizzato dal Tribunale.

Nelle prime dichiarazioni ai Carabinieri, rese nella immediatezza dei fatti, la società aveva fatto riferimento solo ad un danneggiamento alla tettoia, ai serramenti ed all’impianto elettrico, sicchè un importo tanto elevato non poteva trovare alcuna giustificazione.

Tanto più che un testimone, indicato dalla stessa LISAR, aveva riferito che la società aveva trasferito altrove la propria sede, sin dal 1983, lasciando “in loco” solo il magazzino con pochi arredi.

Avverso tale decisione la LISAR ha proposto ricorso per cassazione sorretto da cinque motivi.

Resiste il P., titolare della Perplast, con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente deduce vizio di motivazione su questione decisiva (art. 360 c.p.c., n. 5).

I giudici di appello erano giunti alla conclusione di rigetto di ogni domanda della LISAR sulla base di alcuni solo degli elementi raccolti nella istruttoria, che non avevano valutato nel suo complesso.

In particolare, la Corte territoriale non aveva tenuto delle censure sollevate dalla stessa società in ordine al giudizio di inattendibilità di alcuni testi, formulato dal primo giudice, che la Corte aveva rigettato senza motivazione.

La Corte territoriale non aveva considerato che esisteva un preciso divieto – all’epoca dei fatti – di allocare materiale infiammabile di qualsiasi tipo nel passaggio comune dell’edificio comunale e che, proprio in conseguenza di tale divieto, la LISAR aveva provveduto a sgomberare tutto, lasciando solo le proprie merci all’interno dei locali adiacenti al passaggio comune.

In questo senso avevano deposto i testimoni sentiti ed in particolare quelli ritenuti inattendibili dal primo giudice (che in effetti erano gli unici che si recavano abitualmente nei locali per prendere il materiale ivi depositato della LISAR).

Con il secondo motivo, la ricorrente deduce violazione e/o falsa applicazione dell’art. 246 c.p.c..

Il giudizio di inattendibilità di un teste deve essere particolarmente rigoroso e collegato ad elementi di natura oggettiva o soggettiva, che peraltro devono essere indicati e motivati dal giudice.

Nel caso in cui il giudizio di inattendibilità di un teste si basi invece, come nel caso di specie, sulla sola qualifica rivestita dal teste, per il fatto di rivestire una carica sociale in una società di capitali, la esclusione della attendibilità si pone in contrasto con la stessa “ratio” dell’art. 246 c.p.c..

I primi due motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente in quanto connessi tra di loro, sono inammissibili.

“Nel giudizio di legittimità, il ricorrente che deduca l’omessa o insufficiente motivazione della sentenza impugnata per mancata o erronea valutazione di alcune risultanze probatorie ha l’onere, in virtù del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di specificare, trascrivendole integralmente, le prove non o male valutate, nonchè di indicare le ragioni del carattere decisivo delle stesse. Il mancato esame di un’istanza istruttoria può dar luogo al vizio di omessa o insufficiente motivazione solo se le risultanze processuali o mal valutate siano tali da invalidare l’efficacia probatoria delle altre sulle quali il convincimento si è formato, onde la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva di base. (Cass. 3004 del 2004).

La ricorrente non ha riportato integralmente il contenuto delle risultanze istruttorie (in particolare le testimonianze) che assume siano state trascurate o erroneamente interpretate: donde un primo profilo di inammissibilità delle censure.

In ogni caso, i vizi motivazionali deducibili con il ricorso per cassazione non possono consistere nella circostanza che la determinazione o la valutazione delle prove siano state eseguite dal giudice in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè a norma dell’art. 116 c.p.c., rientra nel potere discrezionale – e come tale insindacabile – del giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, apprezzare all’uopo le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le varie risultanze istruttorie, quelle ritenute idonee e rilevanti con l’unico limite di supportare con adeguata e congrua motivazione l’esito del procedimento accertativo e valutativo seguito.

Con motivazione del tutto adeguata, che sfugge alle censure di vizi della motivazione, i giudici di appello hanno preso in esame tutte le risultanze istruttorie ed hanno concluso nel senso che l’incendio era stato appiccato da terzi, rimasti ignoti: la archiviazione del procedimento penale per incendio doloso faceva perno sulla mancata individuazione degli autori del fatto, qualificato tuttavia come reato. Ed hanno ritenuto non provate le circostanze che la LISAR avesse provveduto a sgomberare lo spazio comune dell’edificio comunale, lasciando le proprie merci all’interno dei locali, richiamando le deposizioni di alcuni testi, i quali avevano riferito della presenza di materiali in legno, facilmente infiammabile, depositato vicino al muro confinante con il magazzino della stessa società.

Hanno poi escluso – sotto il profilo della responsabilità ex art. 2043 c.c. – la prova della responsabilità della condotta del P., per il fatto di avere anche egli tenuto alcuni bancali nell’ingresso comune dell’edificio, ai cui lati si aprivano il magazzino della LISAR e quello della Perplast.

La ricorrente deduce la violazione dell’art. 246 c.p.c., riferendosi alle testimonianze rese dai soci S. e M. che il primo giudice – e successivamente la Corte Territoriale – non avevano considerato, in quanto ritenuti inattendibili, per la loro qualità di consiglieri della società con i poteri del Presidente del Consiglio di amministrazione e di procuratore speciale.

Occorre sul punto richiamare la giurisprudenza di questa Corte, per la quale la valutazione della sussistenza o meno dell’interesse che dà luogo ad incapacità a testimoniare, ai sensi dell’art. 246 cod. proc. civ., è rimessa – così come quella inerente all’attendibilità dei testi e alla rilevanza delle deposizioni – al giudice del merito, ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivata. (Cass. n. 1188 del 2007).

Con il terzo motivo, si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c..

La istruttoria espletata – ad avviso della società ricorrente – aveva portato ad accertare che nel punto in cui si era innescato l’incendio vi era solo materiale Perplast, facilmente infiammabile.

L’incendio si era propagato negli adiacenti locali occupati dalla LISAR ed aveva danneggiato il materiale ivi allocato.

Dalle testimonianze raccolte era rimasto confermato che il Comune aveva fatto divieto di lasciare materiale nel passaggio comune per evidenti ragioni pratiche oltre che di sicurezza.

L’art. 2051 c.c., stabilisce una presunzione “iuris tantum” a carico del custode.

La presenza di un fattore esterno, del resto, non sempre vale ad escludere la responsabilità del custode.

All’epoca dei fatti, unico occupante il capannone era il P..

Pertanto, la responsabilità dell’incendio non poteva che farsi risalire all’attuale resistente.

Con il quarto motivo il ricorrente denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2043 c.c..

La maggior parte dei testimoni aveva escluso la presenza di materiale LISAR nel passaggio comune.

Gli stessi Carabinieri di Mozzate, intervenuti immediatamente sul luogo, nel loro rapporto avevano confermato la presenza del solo materiale Perplast nel passaggio comune.

Il fatto di tenere materiale infiammabile nel passaggio comune, in contravvenzione ad un preciso divieto della Autorità amministrativa, costituiva poi un fatto colposo che certamente non poteva andare esente da censure.

Il terzo e quarto motivo possono essere esaminati congiuntamente.

Gli stessi sono infondati.

I giudici di appello hanno escluso la applicabilità di entrambe le disposizioni di legge richiamate.

Sotto un primo profilo, i giudici di appello hanno osservato che la responsabilità per le cose in custodia di cui all’art. 2051 c.c., è esclusa quando il danno sia eziologicamente riconducibile non alla cosa, ma al fortuito senza che rilevi che questo sia costituito da un comportamento umano, nel fatto cioè dello stesso danneggiato o di un terzo.

La decisione impugnata è in tutto conforme al consolidato indirizzo giurisprudenziale di questa Corte, per il quale: “L’azione di responsabilità per custodia ex art. 2051 cod. civ., presuppone sul piano eziologico e probatorio accertamenti diversi, e coinvolge distinti temi di indagine rispetto all’azione di responsabilità per danni a norma dell’art. 2043 cod. civ., trattandosi di accertare, in quest’ultimo caso, se sia stato attuato un comportamento commissivo od omissivo dal quale è derivato un pregiudizio a terzi, e dovendosi prescindere invece, nel caso di responsabilità per danni da cosa in custodia, dal profilo del comportamento del custode, che è elemento estraneo alla struttura della fattispecie normativa di cui all’art. 2051 cod. civ., nella quale il fondamento della responsabilità è costituito dal rischio, che grava sul custode, per i danni prodotti dalla cosa che non dipendano dal caso fortuito”. (Cass. 12329 del 2004).

Ed ancora:

“In tema di responsabilità civile per i danni cagionati da cose in custodia, la fattispecie di cui all’art. 2051 cod. civ., individua un’ipotesi di responsabilità oggettiva, essendo sufficiente per l’applicazione della stessa la sussistenza del rapporto di custodia tra il responsabile e la cosa che ha dato luogo all’evento lesivo”.

“Pertanto non assume rilievo in sè la violazione dell’obbligo di custodire la cosa da parte del custode, la cui responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito, fattore che attiene non ad un comportamento del responsabile, ma al profilo causale dell’evento, riconducibile in tal caso non alla cosa che ne è fonte immediata ma ad un elemento esterno” “Ne consegue l’inversione dell’onere della prova in ordine al nesso causale, incombendo sull’attore la prova del nesso eziologico tra la cosa e l’evento lesivo e sul convenuto la prova del caso fortuito.

Sia l’accertamento in ordine alla sussistenza della responsabilità oggettiva che quello in ordine all’intervento del caso fortuito che lo esclude involgono valutazioni riservate al giudice del merito, il cui apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione congrua ed immune da vizi logici e giuridici” (Cass. 6753 del 2004).

Sotto il profilo della responsabilità ex art. 2043 c.c., infine, i giudici di appello hanno esaminato le risultanze istruttorie, concludendo dopo un attento esame che non vi era prova alcuna della responsabilità del P. e che – con ogni probabilità – la causa dell’incendio era di origine dolosa.

Hanno sottolineato che non vi era prova alcuna del fatto che l’incendio fosse stato innescato da oggetti lasciati nel passaggio comune del magazzino dallo stesso P.. In ogni caso, come già ricordato, i testimoni avevano confermato la presenza di materiali infiammabili, depositati nel passaggio comune dalla LISAR. Concludendo, con motivazione incensurabile in questa sede, che la LISAR non aveva fornito alcuna prova in ordine al nesso eziologico tra la cosa e l’evento lesivo.

Infine, l’ultimo motivo (il quinto) riguarda la entità delle spese riconosciute dai giudici di appello a carico della attuale ricorrente: le censure mosse a tale liquidazione sono inammissibili.

La stessa ricorrente non deduce che nel caso di specie sarebbero stati superati i massimi tariffari, ma solo che la liquidazione del giudice di appello, per quanto riguarda la misura degli onorari, sarebbe prossima ai massimi tabellari.

Evidente è la inammissibilità di tale censura.

La determinazione degli onorari di difesa, qualora non siano liquidati in misura superiore al massimo o inferiore al minimo stabilito dalla tariffa, costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice che non abbisogna di specifica motivazione e non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità.

Quanto alla liquidazione dei diritti di procuratore, deve anche in questa sede ribadirsi che quando deduca che la stessa sia stata effettuata in misura superiore al massimo o inferiore al minimo stabilito dalla tariffa, la parte interessata deve indicare le singole voci della relativa tabella professionale dalle quali risulti il vizio, per consentire il conseguente controllo in sede giudiziale, senza che siano necessarie ulteriori indagini. (Cass. 20904 del 2005, n. 270 del 2006).

La ricorrente non ha adempiuto a tale preciso onere, essendosi limitata ad osservare che la Corte Territoriale avrebbe complessivamente liquidato per tale voce un importo superiore al tariffario, in considerazione del valore della controversia.

Infine, per quanto riguarda la misura delle spese riconosciute, la società ricorrente avrebbe dovuto ricorrere al procedimento di correzione della sentenza o al giudizio di revocazione, essendo principio pacifico che gli errori di liquidazione delle spese vive non possono mai costituire motivo di ricorso per cassazione (Cass. n. 2891 del 1999, n. 15373 del 2000).

Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato, con la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la società ricorrente al pagamento delle spese che liquida in Euro 3.200,00 (tremiladuecento/00) di cui Euro 3.000,00 (tremila/00) per onorari di avvocato, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 7 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 22 febbraio 2010

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