Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4192 del 09/02/2022

Cassazione civile sez. III, 09/02/2022, (ud. 10/11/2021, dep. 09/02/2022), n.4192

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13792/2019 proposto da:

T.G., rappresentato e difeso dall’avvocato ANDREA

BIGANZOLI, (PEC: andra.biganzoli.monza.pecavvocati.it);

– ricorrente –

contro

I. LA VECCHIA IMMOBILIARE SRL, in persona del suo A.U. e legale

rappresentante p.t., C.G., rappresentata e difesa

dall’avvocato SARA LUPPI, elettivamente domiciliata in Roma, VIA

SABOTINO n. 22, presso lo Studio dell’avvocato MARCO TRONCI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4704/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 30/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

10/11/2021 dal Consigliere Dott. MARILENA GORGONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Avvalendosi di tre motivi, T.G. ricorre per la cassazione della sentenza n. 4704/2018 della Corte d’Appello di Milano, resa pubblica in data 30 ottobre 2018.

I. La Vecchia Immobiliare resiste con controricorso.

Il Tribunale di Monza, con sentenza n. 1739/2016, confermata successivamente dalla Corte d’Appello di Milano, con la decisione n. 4704/2018, oggetto del presente ricorso, revocava il decreto con cui T.G. ingiungeva a I. La vecchia immobiliare SRL il pagamento dell’importo di Euro 203.907,80, in forza del credito vantato da R.G. nei confronti della predetta, di cui l’ingiungente sosteneva di essere divenuto cessionario.

Per quanto ancora qui di interesse, la Corte territoriale, premesso che spettava al cessionario, stante la contestazione del debitore relativamente all’an debeatur, fornire la prova dell’esistenza del credito originario nei confronti del ceduto siccome dell’avvenuta cessione, ha ritenuto la produzione documentale offerta a tal fine da T.G. “in parte equivoca, in parte contraddittoria e, comunque, inidonea a provare il credito originario consistente – secondo tesi – nel versamento in contanti di Euro 205.000,00 in favore dell’appellata a titolo di prestito”. In particolare, quanto al documento n. 4, relativo alla scrittura privata, datata 29 settembre 2009, contenente la dichiarazione di O.V., in qualità di amministratore della società I. La Immobiliare, di ricevere da R.G., a titolo di prestito, la somma di Euro 205.000,00, versata in contanti in tre tranche, la sentenza impugnata ha rilevato la presenza di “una serie di indicazioni generiche, non confortate da ragionevole verosimiglianza” in ordine al riferimento all’importo di Euro 205.000,00, stanti l’assenza di tracce del deposito di detta somma nella contabilità societaria, la mancata produzione dell’originale, la contraddittorietà, non spiegata, con le risultanze del documento n. 7 – uno scritto a mano proveniente da R.G. – avente ad oggetto l’autorizzazione alla cessione del credito. In quest’ultimo, infatti, veniva fatto testuale riferimento ad un accollo di debito da parte di R.V., avente ad oggetto l’importo di Euro 205.000,00, invece, il documento n. 4, dattiloscritto su carta intestata della società, individuava la fonte del credito ceduto in un prestito.

Anche relativamente alla cessione del credito, la Corte territoriale ha reputato assente un riscontro probatorio certo, perché il documento n. 8, prodotto al fine di dimostrare l’avvenuta cessione, non conteneva alcun concreto riferimento alla fonte del credito ed al debitore, essendo presenti in esso rimandi a soggetti e circostanze – in particolare, la liquidazione per la vendita all’asta di un immobile sito in (OMISSIS) – non immediatamente riconducibili al credito per la restituzione del prestito oggetto di causa.

Le individuate lacune probatorie, secondo la Corte d’Appello, non potevano considerarsi colmate con le prove testimoniali acquisite, giacché le deposizioni rese non confermavano che fosse avvenuta la consegna in contanti dell’importo azionato a favore della società immobiliare. Quella resa da B.E. riferiva solo di incontri, non ben collocabili nel tempo, tra C.G. e l’odierno ricorrente, non specificamente riguardanti la cessione, giacché il teste dichiarava che T.G. doveva avere del denaro da C.G., anche se i soldi erano stati dati da R.G. a C.G., mentre, secondo la tesi dell’appellante, la somma contesa sarebbe stata versata da R.G. a O.V. e non a C.G., e, pur avendo riferito che tra C.G. e T.G. non vi erano discussioni sull’an, aveva aggiunto che, al momento della formalizzazione dell’accordo sulle modalità dell’accredito, erano insorte discussioni su come far uscire contabilmente detti soldi dalla società: discussioni che non avevano consentito di raggiungere un’intesa. Quella di A.E., collaboratrice di T.G., non conteneva alcun riferimento all’origine del credito asseritamente ceduto.

Il ricorso è stato trattato in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Il P.M., non ha presentato conclusioni scritte. Le parti non hanno depositato memorie.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo il ricorrente imputa alla sentenza gravata la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione agli artt. 2697 e 1264 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Secondo il ricorrente, la Corte territoriale avrebbe erroneamente preteso da parte del cessionario la prova della causa della cessione, ponendosi in contrasto con la giurisprudenza di legittimità che dal cessionario esige solo la dimostrazione del negozio di cessione, quale atto produttivo di effetti traslativi (Cass. 1806/2018).

La prova di detta cessione sarebbe rappresentata dal documento n. 8, il quale aveva una data certa, provata sia dai timbri delle cartoline dell’ufficio postale sia dalla marca da bollo su di esso apposta, e, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte d’Appello, sempre ad avviso di T.G., avrebbe contenuto sia l’inequivoco riferimento al credito vantato da R.G. nei confronti della società I. La Vecchia Immobiliare sia la cessione a lui di detto credito, oltre alla indicazione delle somme utilizzabili per far fronte alla pretesa creditoria; ne conclude che avrebbe dovuto essere considerata idonea a fornire la prova dell’avvenuta cessione.

Il ricorrente contesta altresì la rilevanza del fatto che dalla contabilità della società immobiliare non risultasse l’importo che O.V., amministratore della società, dichiarava di avere da lui ricevuto, essendo il mancato inserimento nel bilancio irrilevante nei confronti dei terzi, ai sensi dell’art. 2383 c.c., il quale, in tema di nomina e di revoca degli amministratori, u.c., stabilisce che le cause di nullità o di annullabilità della revoca degli amministratori che rappresentano la società non sono opponibili ai terzi dopo l’adempimento della pubblicità di cui al comma 4, se non si dimostra che i terzi ne erano a conoscenza. E, non avendo la società disconosciuto l’autenticità della sottoscrizione di O.V., il quale risultava avere amministrato la società dal 2 febbraio 2009 al 14 ottobre dello stesso anno, né disconosciuto la conformità della copia al suo originale, il documento n. 4 non poteva considerarsi disconosciuto ex art. 214 c.p.c., come, invece, affermato nella sentenza impugnata. Peraltro, il giudice a quo non avrebbe tenuto conto che il documento n. 4 era stato, su ordine del Tribunale, prodotto in originale, senza poi essere disconosciuto dalla odierna controricorrente.

Inoltre altre prove documentali, a suo avviso, avrebbero confermato il debito riportato nella scrittura/quietanza. Il riferimento è al documento n. 3, relativo alla comunicazione a/r firmata ed inviata da R.G., creditore della società, finalizzata a formalizzare l’esistenza del credito e la sua successiva esigibilità.

Neppure corrisponderebbe al vero che la carta intestata contenente il riconoscimento del debito non appartenesse alla società immobiliare; al fine di dimostrarlo T.G. produce la copia di una comunicazione della società siglata da C.G., all’epoca amministratore, e recante il timbro societario, riportata su carta intestata identica a quella prodotta in giudizio. Per finire, vi sarebbe prova in atti dei rapporti intercorsi con C.G., diversamente da quanto sostenuto da controparte. Altri documenti, segnatamente il n. 7 e il n. 3, in aggiunta, confermerebbero la esistenza del credito ceduto.

Il motivo non può trovare accoglimento.

Innanzitutto, non ricorrono i presupposti che la giurisprudenza di questa Corte ritiene necessari per integrare la dedotta violazione degli artt. 115,116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c..

Va ribadito, infatti, che per dedurre la violazione dell’art. 115 c.p.c., è necessario denunciare che il giudice non abbia posto a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti, cioè abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione della norma; il che significa che per realizzare la violazione il giudice deve avere giudicato o contraddicendo espressamente la regola di cui alla norma, cioè dichiarando di non doverla osservare, o contraddicendola implicitamente, cioè giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio, fermo restando il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio, previsti dallo stesso art. 115 c.p.c..

D’altra parte, la violazione dell’art. 116 c.p.c., è riscontrabile solo ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore, oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), nonché, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia invece dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il suo prudente apprezzamento della prova, la censura era consentita ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo previgente ed ora solo in presenza dei gravissimi vizi motivazionali individuati da questa Corte fin da Cass., Sez. Un., nn. 8053 e 8054 del 7/04/2014. Approfondimenti sul punto si rinvengono in Cass. 10/06/2016, 11892, che riprende un principio di diritto già espresso in motivazione da Cass. Sez. Un., 05/08/2016, n. 16598/2016 e ribadito da Cass., Sez. Un., n. 24/09/2020, n. 20087.

Peraltro, un motivo denunciante la violazione dell’art. 2697 c.c., si configura effettivamente e, dunque, dev’essere scrutinato come tale solo se in esso risulti dedotto che il giudice di merito abbia applicato la regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè attribuendo l’onus probandi a una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate sulla differenza fra fatti costitutivi ed eccezioni. Viceversa, allorquando il motivo deducente la violazione del paradigma dell’art. 2697 c.c., non risulti argomentata in questi termini, ma solo con la postulazione (erronea) che la valutazione delle risultanze probatorie ha condotto ad un esito non corretto, il motivo stesso è inammissibile tanto come motivo in iure, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 (se si considera l’art. 2697 c.c., norma processuale), quanto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 (se si considera l’art. 2697 c.c., norma sostanziale, sulla base della vecchia idea dell’essere le norme sulle prove norma sostanziali): cfr. Cass., Sez. Un., n. 16598/2016, cit.; e già Cass. n. 11892/2016, cit..

Resta da esaminare la dedotta violazione dell’art. 1264 c.c..

Va preliminarmente rilevato che la censura in iure che investe detta norma è prospettata non solo come derivante dal risultato auspicato con la dedotta violazione degli artt. 115,116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., ma concerne una questione – l’esistenza della cessione – la quale, a seguito del consolidarsi della motivazione sull’inesistenza del credito ceduto, risulta superfluo scrutinare.

Ne consegue: 1) per un verso, sotto il primo profilo, che lo scrutinio della censura per violazione dell’art. 1264 c.c., diventa inutile, perché risulta superfluo accertare se la cessione vi era stata, posto che avrebbe riguardato un credito inesistente; 2) per altro verso, una volta rilevato che l’inammissibilità del motivo quanto alla violazione degli artt. 115,116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., investe anche la prova della cessione, diventa non scrutinabile la dipendente censura in iure.

Tutto il motivo, complessivamente considerato, si risolve, dunque, in una inammissibile sollecitazione a provocare un non consentito nuovo esame delle risultanze probatorie tanto al fine di evidenziare che il credito ceduto era inesistente quanto allo scopo di far risultare che la cessione vi era stata; trasmodando i limiti entro i quali è consentito il controllo della motivazione (Cass., Sez. Un., nn. 8053/2054).

Ad abundantiam, si osserva che la decisione impugnata non ha affatto preteso che il cessionario provasse la causa della cessione, ma solo che egli dimostrasse di essere titolare di un credito esigibile, avendo il debitore contestato l’an debeatur. Tale statuizione è in piena sintonia con la giurisprudenza di questa Corte, oltre che scevra da qualsivoglia error in iure, essendo stato posto a carico dell’odierno ricorrente l’onere di provare il fatto costitutivo del suo diritto.

Le censure del ricorrente evidentemente non hanno messo bene a fuoco la ratio decidendi della sentenza impugnata; infatti, tutto lo sforzo confutativo si basa su una alternativa lettura delle risultanze probatorie, con cui il ricorrente dimostra di surrogarsi, inammissibilmente, nell’esercizio di un potere spettante solo al giudice del merito. Non può che osservarsi che le critiche mosse alla sentenza mirano esclusivamente ad accreditare una ricostruzione della vicenda e, soprattutto, come si è detto, un apprezzamento delle prove raccolte del tutto divergente da quello compiuto dai giudici di merito. Deve ribadirsi che nel giudizio di legittimità non sono proponibili censure dirette a provocare una nuova valutazione delle risultanze processuali, diversa da quella espressa dal giudice di merito, il quale è libero di attingere il suo convincimento da quelle prove o risultanze che ritenga più attendibili ed idonee nella formazione dello stesso, essendo sufficiente, al fine della congruità della motivazione del relativo apprezzamento, che da questa risulti che il convincimento nell’accertamento dei fatti su cui giudicare si sia realizzato attraverso una valutazione dei vari elementi probatori acquisiti. Non essendo questa Corte giudice del fatto, il ricorrente non può pertanto limitarsi a prospettare una lettura delle prove ed una ricostruzione dei fatti diversa da quella compiuta dal giudice di merito, svalutando taluni elementi o valorizzandone altri ovvero riconoscendo ad essi un diverso significato, senza dedurre incongruenze di motivazione tali da rivelare una difformità evidente nella valutazione compiuta dal giudice rispetto al corrispondente modello normativo.

Per completezza, va rilevato che le censure in ordine al documento n. 8 che nel ricorso è riprodotto, con i suoi accessori alle pagg. 8-10, allo scopo di supportare la tesi che la Corte territoriale, ritenendolo inidoneo a fornire la prova, perché conteneva riferimenti ad un credito vantato nei confronti della I. La Vecchia Immobiliare, senza indicazione della fonte e/o del titolo giuridico e del debitore, abbia violato la giurisprudenza di legittimità che ai fini della comunicazione del mutamento della titolarità del credito ritiene sufficiente la comunicazione a mezzo raccomandata semplice degli elementi costitutivi e identificativi del negozio di cessione, risultano eccentriche rispetto alla ratio decidendi. La pronuncia ha, infatti, ritenuto inidoneo il documento n. 8 per ragioni affatto diverse da quelle denunciate come asserita mente erronee dal ricorrente e siccome chi esercita il diritto di impugnare una decisione ritenendola erronea deve prima indicare l’errore e fornirne la rappresentazione, le critiche qui dedotte non si concretizzano affatto nella denuncia di un vizio della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa sarebbe errata.

Prive di decisività si rivelano anche le critiche mosse alla sentenza gravata per aver ritenuto disconosciuto da parte della società immobiliare il documento n. 4. La sentenza impugnata, infatti, ha ritenuto inidoneo sotto il profilo probatorio il suddetto documento per una pluralità di ragioni che resiste alle censure del ricorrente, essendo lo sforzo confutativo di quest’ultimo, anche in questo caso, non in grado di fornire la rappresentazione dell’error iuris rimproverato alla Corte territoriale.

2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce l’omessa valutazione di un fatto decisivo risultante dagli atti di causa ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la sentenza impugnata omesso di valutare un fatto decisivo emerso dalle risultanze probatorie, rappresentato dalla testimonianza del legale B.E. che gestì la procedura di recupero del credito.

Al fine di supportare la censura il ricorrente riproduce alcuni capitoli della prova testimoniale indicata e imputa alla sentenza della Corte d’Appello di non aver rilevato né tenuto conto della circostanza, a suo avviso, inequivoca, non solo della ricorrenza di un rapporto di conoscenza con C.G., ma anche che con quest’ultimo erano state discusse più volte le modalità di pagamento del credito per cui è causa.

Aggiunge che i documenti 3, 6, 7, 8, 9 e 10 del fascicolo di primo grado dimostrerebbero che egli aveva gestito, nell’interesse della società I. La Vecchia Immobiliare, complesse operazioni di compravendita immobiliare, insieme con C.G..

Lamenta che il giudice di prime cure abbia preso in considerazione la nullità/annullabilità della nomina di O.V. come amministratore unico, ritenendola non conforme all’art. 2383 c.c..

3. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la nullità della sentenza in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per illogicità manifesta, non avendo ponderato la valutazione delle prove raccolte. Oggetto di statuizione è l’affermazione della genericità della prova testimoniale di B.E., per non aver precisato la data in cui erano avvenuti gli incontri riferiti, impedendo di metterli specificamente in relazione con la cessione del credito; statuizione che il ricorrente ritiene illogica, perché parte resistente aveva sempre negato la ricorrenza di alcun rapporto personale, professionale e lavorativo in senso lato.

Non solo: il ricorrente censura anche la statuizione secondo cui le testimonianze acquisite nel giudizio svoltosi dinanzi al Tribunale non fornivano idoneo supporto probatorio circa la ricorrenza del credito ceduto, la cessione e la mala fede della società I. La Vecchia Immobiliare nel resistere al giudizio.

4. I motivi secondo e terzo sono inammissibili, oltre che per non essersi confrontati con la preclusione processuale di cui all’art. 348 ter c.p.c. – in verità, sarebbero inammissibili anche se potesse trovare applicazione l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per difetto di decisività – per la ragione, comunque assorbente, di essere direttamente fattuali, cioè orientati a proporre valutazioni alternative sul piano del merito, che non sono ammissibili in quanto incompatibili con i caratteri morfologici e funzionali del giudizio di legittimità.

Quanto al terzo motivo, va, inoltre, rimarcato che è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé,’ purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. (Cass., Sez. Un., 7/04/2014, nn. 8053 e 8054). Non può dunque ammettersi una censura che, come nel caso di specie, investa la motivazione, traendo argomenti dal confronto tra la motivazione e le risultanze processuali.

5. In definitiva, il ricorso è inammissibile.

6. Le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza, dandosi atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

7. Seguendo l’insegnamento di Cass., Sez. Un., 20/02/2020 n. 4315 si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2012, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da corrispondere per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese in favore della parte controricorrente, liquidandole in Euro 10.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 10 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2022

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