Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 41705 del 27/12/2021

Cassazione civile sez. I, 27/12/2021, (ud. 09/09/2021, dep. 27/12/2021), n.41705

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31462/2020 proposto da:

C.L., difeso dall’avv. Rachele Anesi, giusta procura in atti,

domiciliato presso la Cancelleria della I sezione Civile della

Suprema Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno;

avverso la sentenza n. 2191/2020 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 07/09/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/09/2021 da FIDANZIA ANDREA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’Appello di Venezia, con sentenza n. 2191/2020 pubblicata il 7.09.2020, ha rigettato l’appello proposto da C.L., cittadino del Senegal, avverso il provvedimento con cui il Tribunale di Venezia ha rigettato la domanda volta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale o, in subordine, della protezione umanitaria.

E’ stato, in primo luogo, dichiarato inammissibile il motivo d’appello avente ad oggetto il giudizio di non credibilità del richiedente.

Inoltre, con riferimento alla richiesta di protezione sussidiaria ex art. 14, lett. c) legge cit., è stata ritenuta l’insussistenza in Senegal di una situazione di violenza generalizzata derivante da conflitto armato.

Infine, il ricorrente non è stato comunque ritenuto meritevole del permesso per motivi umanitari, non essendo stata allegata una sua specifica situazione di vulnerabilità personale.

Ha proposto ricorso per cassazione C.L. affidandolo a tre motivi.

Il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente in giudizio ai soli fini di un’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per motivazione apparente/inesistente, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, D.P.R. n. 394 del 1999, artt. 11 e 29, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 bis.

Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello ha rigettato la domanda di protezione umanitaria senza entrare nel merito della posizione del richiedente e omettendo di considerare le sue allegazioni, non effettuando la comparazione tra la situazione del paese di provenienza e quella raggiunta nel paese di accoglienza.

In particolare, non è stata effettuata una valutazione individuale e specifica della sua condizione e non è stato considerato che lo stesso risulta integrato, parla la lingua italiana e lavora.

2. Il motivo è inammissibile.

Va osservato che la Corte d’Appello non ha effettuato la comparazione tra la condizione del richiedente al momento della sua partenza dal paese di provenienza e quella nel paese di accoglienza sul rilievo condivisibile che, al fine di verificare l’allontanamento da una situazione di effettiva vulnerabilità, è indispensabile che il richiedente fornisca informazioni attendibili sui motivi che lo hanno indotto a lasciare il paese d’origine.

Nel caso di specie, il giudice d’appello ha evidenziato che il difetto di credibilità del racconto del ricorrente (sul punto vedi il secondo motivo) rappresentava un elemento ostativo all’accertamento della situazione di vulnerabilità, che deve essere valutata non in astratto per categorie di paesi, ma alla luce della storia personale del richiedente.

Il ricorrente non si è confrontato con un tale preciso percorso argomentativo, deducendo genericamente che la Corte di merito aveva omesso di valutare la sua posizione quando, invece, il giudice di secondo grado ha spiegato i motivi che hanno impedito l’accertamento della sua situazione di vulnerabilità.

In ordine all’integrazione sociale, all’affermazione della Corte d’appello in ordine alla genericità delle deduzioni del ricorrente, che non ha specificato quale lavoro svolgerebbe e con quale genere di contratto, quest’ultimo anche nel ricorso per cassazione si è limitato ad affermare in modo generico che “parla la lingua italiana e lavora”.

3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 116 c.p.c., comma 1, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008. art. 8, comma 3.

Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello ha desunto in modo apodittico la sua non credibilità senza applicare in modo rigoroso gli indici legali di affidabilità di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e senza far uso delle risultanze istruttorie. Il giudice di secondo grado avrebbe dovuto valutare la non contraddittorietà e verosimiglianza del suo racconto.

4. Il motivo è inammissibile.

Il ricorrente ha ignorato la motivazione della sentenza del giudice di secondo grado nella parte in cui è stato dichiarato inammissibile il motivo d’appello avente ad oggetto il giudizio di non credibilità del suo racconto.

In particolare, il giudice di secondo grado aveva, in primo luogo, evidenziato che il gravame non può risolversi in un rinvio alle argomentazioni svolte nel precedente grado del giudizio, esigendo il principio di specificità dei motivi, sancito dall’art. 342 c.p.c., che alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata vengano contrapposte quelle dell’appellante, volte ad incrinarne il fondamento logico giuridico, che con le prime devono necessariamente confrontarsi (vedi recentemente Cass. n. 3194/2019; Cass. n. 4695 del 23.02.2017). Inoltre, esaminando nel dettaglio le censure svolte in appello dal ricorrente sul punto della credibilità del racconto, il giudice di secondo grado aveva evidenziato che le deduzioni del cittadino straniero potevano riguardare il racconto di un qualsiasi richiedente asilo, non essendovi alcun concreto riferimento ad una specifica vicenda. Infine, il riferimento nell’atto di appello ad una persona diversa dall’appellante – tale S.A. – confermava che era stato utilizzato per l’impugnazione un modello generico.

Il ricorrente, come anticipato, non si è minimamente confrontato con tali precisi rilievi limitandosi a dedurre in modo apodittico la non contraddittorietà e verosimiglianza del suo racconto.

5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello, nel valutare la dedotta situazione di violenza generalizzata in Senegal, non ha preso in considerazione le fonti autorevoli e sicure dallo stesso citate, che descrivono una situazione diversa da quella rappresentata dalla Corte.

Inoltre, nonostante la decisione sia stata pubblicata nel luglio 2019 la Corte ha utilizzato fonti internazionali che risalgono al 2016.

6. Il motivo presenta profili di inammissibilità ed infondatezza.

Va preliminarmente osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, deve essere interpretata, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), nel senso che il grado di violenza indiscriminata deve avere raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Cass. n. 13858 del 31/05/2018).

Nel caso di specie, il giudice di merito ha accertato, alla luce di una pluralità di fonti internazionali qualificate, l’insussistenza di una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato nella regione del Casamance in Senegal ed il relativo accertamento costituisce apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Cass. del 12/12/2018 n. 32064).

Ne consegue che le censure del ricorrente sul punto si configurano come di merito, e, come tali inammissibili in sede di legittimità, essendo finalizzate a sollecitare una rivalutazione del materiale probatorio già esaminato dal giudice di merito.

Peraltro, non è vero che le fonti cui ha fatto riferimento la Corte di merito risalgono solo al 2016, essendo state citate fonti del 2017 ed anche del 2018 e 2019 (vedi note a pie’ di pagina della sentenza impugnata n. 1 a pag. 8, n. 4 a pag. 9 e 8 a pag. 10).

Infine, le censure del ricorrente sono comunque generiche, avendo fatto riferimento a proprie COI asseritamente autorevoli senza neppure citarle.

Non si liquidano le spese di lite in conseguenza dell’inammissibilità della costituzione tardiva del Ministero.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, se dovuto, a norma del medesimo art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2021

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