Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 41592 del 27/12/2021

Cassazione civile sez. I, 27/12/2021, (ud. 30/09/2021, dep. 27/12/2021), n.41592

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

Dott. REGGIANI Eleonora – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17286/2014 proposto da:

CO.GE.PA. Costruzioni Generali P. S.p.a., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

Roma, Viale Mazzini n. 142, presso lo studio dell’avvocato De Curtis

Claudia, rappresentata e difesa dall’avvocato Vosa Giuliana, giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

nonché contro

Società Edilizia e Gestioni di S.R. e Re. S.n.c.,

in persona dei legali rappresentanti pro tempore, elettivamente

domiciliata in Roma, Via E.Q. Visconti n. 103, presso lo studio

dell’avvocato Izzo Marcello, rappresentata e difesa dall’avvocato

Torrese Gennaro, giusta procura a margine del controricorso e

ricorso incidentale;

-controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

A.P.S.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1783/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 07/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/09/2021 dal cons. Dott. LAMORGESE ANTONIO PIETRO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

VITIELLO MAURO, che si riporta alla requisitoria scritta del

14.5.2021 e chiede che la Corte rigetti il ricorso principale ed

accolga il ricorso incidentale;

udito, per la controricorrente e ricorrente incidentale Soc.

Edilizia, l’Avvocato Torrese Gennaro.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Napoli, con sentenza del 7/5/2013 – in controversia promossa dalla Edilizia e Gestioni di S.R. e Re. (subappaltatrice) nei confronti di CO.GE.PA., con l’intervento di A.P.S. (cessionario di parte del credito vantato dalla prima), per sentire dichiarare nullo il lodo arbitrale irrituale emesso in data 30/7/2007, in relazione a contratti di subappalto inter partes, con il quale era stata dichiarata inefficace la risoluzione contrattuale deliberata da CO.GE.PA. e risolti i contratti per mutuo consenso – ha confermato la decisione del Tribunale di Napoli che aveva qualificato il lodo come irrituale, aveva ritenuto insussistenti i vizi dedotti della volontà e di eccesso di mandato e respinto tutte le domande.

In particolare, i giudici d’appello, nel respingere i gravami, hanno rilevato, per quanto ancora interessa, che: 1) erano inammissibili i primi tre motivi dell’appello principale di Edilizia e Gestioni, non contenendo censure alle statuizioni del Tribunale ma una mera richiesta di riforma della decisione impugnata, ed inammissibile il quarto motivo, per novità dell’eccezione di irregolare costituzione del collegio arbitrale; 2) era infondato il primo motivo dell’appello incidentale di CO.GE.PA., essendo il lodo (irrituale) impugnabile con la sola azione di annullamento per vizi del negozio, e inammissibile il secondo motivo per difetto di specificità e comunque infondato, non sussistendo un errore essenziale e riconoscibile nella formazione della volontà degli arbitri (gli inadempimenti della subappaltatrice erano stati ritenuti dagli arbitri di non particolare gravità).

Avverso la suddetta pronuncia, la CO.GE.PA. propone ricorso per cassazione, notificato il 23-24/6/2014, affidato a tre motivi, nei confronti di Edilizia e Gestioni che resiste con controricorso e ricorso incidentale, notificato il 17-23/9/2014 e affidato a tre motivi.

Il Procuratore Generale ha depositato conclusioni scritte chiedendo il rigetto del ricorso principale e l’accoglimento del ricorso incidentale della società Edilizia e Gestioni, la quale ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- La ricorrente principale CO.GE.PA. denuncia: a) con il primo motivo, violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 2 e 3, del D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, commi 3 e 4 e artt. 112,808 ter c.p.c. e art. 827 c.p.c. e ss., in punto di natura del lodo arbitrale, per non avere i giudici di merito rilevato che si trattava di lodo “non contrattuale”, quindi impugnabile direttamente dinanzi alla Corte d’appello in unico grado per le ragioni di cui all’art. 827 c.p.c. e ss. e non già al Tribunale per i soli vizi negoziali; b) con il secondo motivo, denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5, circa un fatto controverso e decisivo, rappresentato dalla natura “non contrattuale” del lodo, soggetto ai mezzi di impugnazione propri del lodo rituale; c) con il terzo motivo, denuncia violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 342 c.p.c. e art. 1427 c.c. e ss., in relazione alla declaratoria di inammissibilità dei motivi di gravame incidentale riguardanti i vizi della volontà degli arbitri, e omesso esame di fatto decisivo, ex art. 360 c.p.c., n. 5, rappresentato da alcune diffide ad adempiere non prese in considerazione.

1.1- Il primo motivo (sub 1 a) è infondato.

La Corte territoriale ha confermato la natura irrituale del lodo, già affermata dal Tribunale che aveva indicato elementi (per essere il giudizio reso secondo equità e senza obblighi di formalità, intervenendo gli arbitri come amichevoli compositori, ecc.) dimostrativi del fatto che le parti avevano inteso affidare agli arbitri la soluzione della controversia attraverso lo strumento negoziale, mediante una composizione amichevole o un negozio di accertamento riconducibile alle stesse parti che si impegnavano a considerare la decisione arbitrale come espressione della loro volontà.

L’odierna ricorrente principale non indica quali specifici motivi di appello abbia formulato per denunciare l’errata interpretazione della clausola compromissoria operata dal Tribunale o la insufficienza o irrilevanza degli elementi considerati per pervenire all’affermazione della natura irrituale dell’arbitrato, né tali ragioni vengono riportate nel motivo in esame, non essendo sufficiente limitarsi a riproporre le argomentazioni difensive svolte nel giudizio di merito.

Trattandosi di lodo irrituale (cioè non rituale), esso è annullabile dinanzi al giudice competente, essendo infondata la tesi dell’impugnabilità diretta dinanzi alla Corte d’appello e ininfluente la problematica concernente la disciplina processuale applicabile ratione temporis.

E’ incongrua la premessa implicita (sulla quale si fonda il motivo) della asserita diversità tipologica tra lodo (o arbitrato) irrituale e “contrattuale” che porterebbe ad escludere l’impugnabilità diretta solo di quest’ultimo (ex art. 808 ter c.p.c.) assunto – in tesi – come contenutisticamente diverso da altri (o altre forme di) lodi irrituali che sarebbero (attratti nell’orbita dei lodi rituali e) impugnabili direttamente dinanzi alla Corte d’appello. E’ una tesi infondata in diritto (e’ sufficiente considerare la rubrica “Arbitrato irrituale” dell’art. 808 c.p.c., ove nel comma 2 si menziona il “lodo contrattuale”) e non pertinente nella specie, avendo i giudici di merito accertato trattarsi di lodo irrituale e contrattuale.

1.2.- Il secondo motivo (sub 1 b) è inammissibile per improprietà del mezzo ex art. 360 c.p.c., n. 5, deducendo un errore di diritto concernente la qualificazione giuridica del lodo, questione sulla quale la Corte territoriale si è pronunciata e, qualora non lo avesse fatto (neppure implicitamente), ove fosse stato proposto uno specifico motivo di appello (ex art. 342 c.p.c.), sarebbe configurabile non un vizio motivazionale (incensurabile) ma una omessa pronuncia su un motivo di appello, del quale dolersi in questa sede mediante adeguata censura per violazione di legge (art. 112 c.p.c.). La tesi della ricorrente secondo cui l’arbitrato, seppure irrituale, rimarrebbe soggetto alla normativa dettata per l’arbitrato rituale, in ordine ai mezzi di impugnazione, non è condivisibile, come si è detto.

1.3. Il terzo motivo (sub 1 c) è inammissibile, avendo la Corte territoriale correttamente ritenuto che la riproposizione delle argomentazioni difensive fatte valere nel primo grado di giudizio, senza tener conto dell’iter motivazionale seguito dal Tribunale a sostegno della decisione, non soddisfi il requisito della specificità che deve presentare il motivo di appello, ai sensi dell’art. 342 c.p.c. Ne consegue che, ferma la qualificazione del lodo come irrituale, non potevano trovare ingresso le questioni riguardanti i lamentati errori di giudizio commessi dagli arbitri, concernenti una errata valutazione delle risultanze probatorie che si pretende impropriamente di rivedere in questa sede. La Corte territoriale, comunque, ha ritenuto il motivo infondato, atteso che gli errori allegati si risolvevano in errori di interpretazione (della clausola risolutiva contrattuale e della disciplina contrattuale) e non nella contestazione di vizi di volontà degli arbitri, non sussistendo prova di un errore essenziale e riconoscibile.

2.- Venendo al ricorso incidentale, la Edilizia e Gestioni denuncia: a) con il primo motivo (rubricato sub “d”), violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., in punto di declaratoria di inammissibilità dell’eccezione di irregolare composizione del collegio arbitrale, per essere un arbitro legato da continuativo rapporto di prestazione d’opera professionale con la CO.GE.PA., trattandosi di vizio rilevabile d’ufficio quale causa di nullità assoluta del lodo; b) con il secondo motivo (rubricato sub “e”), la ricorrente incidentale denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.p.c., come vigente prima della riforma di cui al D.L. n. 82 del 2012, in ordine alla declaratoria di inammissibilità dei primi tre motivi dell’appello principale; c) con il terzo motivo (a pag. 18 ss.), denuncia omesso esame di fatto decisivo e violazione e falsa applicazione degli artt. 803 ter, 829 c.p.c. e art. 1362 c.c., per mancato rilievo della nullità del lodo per eccesso di mandato, in quanto esorbitante dai quesiti conferiti al collegio arbitrale.

2.1.- Il primo motivo (sub 2 a) è infondato laddove aggredisce la statuizione della Corte di merito di inammissibilità del motivo di appello di Edilizia e Gestioni concernente la irregolare costituzione del collegio arbitrale, per assenza del requisito di imparzialità e terzietà di uno dei componenti, stante la novità dell’eccezione – introdotta solo in appello – che avrebbe dovuto essere proposta nel giudizio arbitrale o al più nel giudizio di primo grado, come giusta causa di revoca del mandato, previa dimostrazione della non imputabilità a negligenza della tardiva conoscenza del difetto di imparzialità dell’arbitro.

La diversa posizione espressa al riguardo dal Procuratore Generale, secondo cui si tratterebbe di una nullità assoluta e rilevabile d’ufficio in qualunque stato e grado del giudizio e non preclusa dal dettato dell’art. 345 c.p.c., non è condivisibile. Ed infatti, sebbene il principio di imparzialità e terzietà della giurisdizione sia di ordine generale e di rango costituzionale, valido in relazione anche al giudizio arbitrale (cfr. CEDU 20 maggio 2021, BEG Spa c. Italia), questa Corte ha ritenuto che non possa trovare diretta ed immediata applicazione nell’arbitrato irrituale, atteso che la relativa determinazione è frutto di attività negoziale e che l’assenza di terzietà dell’arbitro irrituale deve necessariamente essere proposta prospettando una giusta causa di revoca attraverso l’azione di cui all’art. 1726 c.c. o impugnando il provvedimento decisorio attraverso la deduzione di vizi del negozio o della responsabilità dell’arbitro-mandatario per inesatto adempimento del mandato (cfr. Cass. n. 7045 del 2000 e, nel senso che non trova applicazione l’istituto della ricusazione, Cass. n. 13701 del 2005). E’ significativo, a livello sistematico, che non è consentito alla parte di ricusare neppure l’arbitro rituale che essa ha nominato o contribuito a nominare se non per motivi conosciuti dopo la nomina (art. 815 c.p.c., comma 2).

2.2.- Il secondo motivo (sub 2 b) è infondato.

La Corte d’appello ha dichiarato inammissibili per difetto di specificità, ex art. 342 c.p.c., i primi tre motivi dell’appello principale di Edilizia e Gestioni, in ragione del fatto che non contenevano censure alle statuizioni del Tribunale ma una mera richiesta di riforma della decisione impugnata mediante pedissequa riproposizione dei primi tre motivi di impugnazione del lodo, senza riferimenti critici al contenuto della sentenza impugnata.

Il ricorrente incidentale e il Procuratore Generale sostengono che, stante la natura dell’errore addebitato al Tribunale – di avere esaminato la censura di superamento dei limiti del mandato da parte degli arbitri con riferimento alle materie oggetto della clausola compromissoria, anziché (doverosamente) ai quesiti sottoposti al collegio arbitrale -, le ragioni di doglianza in appello non potevano che coincidere con le argomentazioni già svolte in primo grado, essendo l’appellante costretta a riproporre le medesime critiche già svolte nel giudizio di primo grado avverso l’operato degli arbitri, in quanto non esaminate dal Tribunale.

Si tratta, tuttavia, di una linea difensiva che avrebbe dovuto essere esplicitata nell’atto di appello, il quale per soddisfare il requisito di specificità avrebbe dovuto illustrare e contrapporre i predetti argomenti a quelli esposti dal Tribunale, al fine di confutare il fondamento logico-giuridico della decisione impugnata. Non averlo fatto inficia il motivo di appello rendendolo inammissibile, come correttamente evidenziato dalla Corte territoriale.

Per altro verso, il motivo è formulato in modo astratto, e dunque inammissibile ex art. 366 c.p.c., n. 4, non precisando i termini esatti in cui fu formulato l’atto di appello, né (al di là di un generico cenno al tema dello scioglimento dei contratti per mutuo consenso) quali sarebbero precisamente i limiti del mandato superati dagli arbitri e il significato concreto del riferimento alle materie oggetto della clausola compromissoria in contrapposizione ai quesiti sottoposti al collegio arbitrale. E’ noto che il rispetto del principio di specificità del ricorso per cassazione concerne anche la deduzione degli “errores in procedendo”.

2.3.- Il terzo motivo (sub 2 c) denuncia errori di giudizio relativi al vizio di eccesso di mandato da parte degli arbitri, per avere deciso questioni a loro non deferite nei quesiti, costituenti oggetto di statuizione di inammissibilità resa dalla Corte territoriale e non efficacemente censurata in questa sede, come poc’anzi esposto.

3.- In conclusione, entrambi i ricorsi sono rigettati.

4.- Le spese sono compensate in considerazione della soccombenza reciproca.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi e compensa le spese.

Dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 30 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 dicembre 2021

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