Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4157 del 21/02/2018


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Civile Sent. Sez. 5 Num. 4157 Anno 2018
Presidente: CAPPABIANCA AURELIO
Relatore: GUIDA RICCARDO

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 21977/2011 R.G. proposto da
AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del direttore

pro tempore,

rappresentata dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio legale in
Roma, via dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato;
– ricorrente contro
PISACANE ALDO, PISACANE ANTONIO, PISACANE LUIGI, PISACANE M.
CATERINA, quali eredi di TARANTINO LIVIA ANNA.
– intimati avverso la sentenza della Commissione tributaria centrale, sezione di
Bari, collegio n. 4, n. 996/2010, emessa il 22/03/2010, depositata il
14/06/2010.
Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 6 dicembre 2017 dal
Consigliere Riccardo Guida;

Data pubblicazione: 21/02/2018

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
Umberto De Augustinis, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del
ricorso.
FATTI DI CAUSA

1. L’Agenzia delle entrate ricorre nei confronti di Livia Anna Tarantino e,
successivamente, nei confronti degli eredi della

de cuius,

avverso la

collegio n. 4, n. 996/2010, depositata il 14/06/2010, che – in una
controversia concernente l’impugnazione di una cartella esattoriale, ex art.
36 bis d.P.R. n. 600 del 29 settembre 1973, notificata il 10/09/1991, di lire
426.942.892, a titolo di omessi o ritardati versamenti ILOR e IRPEF, relativi
all’anno 1988, di cui lire 105.458.776 per soprattasse e lire 58.106.116 per
interessi (per un ammontare di lire 163.564.892) – ha confermato la
sentenza della Commissione tributaria di secondo grado di Lecce ed ha
dichiarato non dovute le predette soprattasse e gli interessi.
Secondo

i

giudici della CTC, posto che l’impresa elettrica della

contribuente aveva effettuato lavori per il Comune di Lecce, verso il quale,
alla fine del 1988, vantava un credito di lire 862.842.000 e che con i dd.II.
nn. 549/1988 e 66/1989, i debiti di quel Comune erano stati «congelati»
per quattro anni ed erano divenuti inidonei a costituire componenti positive
del reddito della società creditrice, si era determinata l’impossibilità
economica, da parte della contribuente (creditrice del Comune), di
effettuare il pagamento delle imposte e delle relative componenti accessorie
(soprattasse e interessi), per una «causa di forza maggiore».
2. Il ricorso è affidato ad un unico motivo; gli intimati non si sono
costituiti.
La sesta sezione della Corte, con ordinanza interlocutoria ex artt. 375,
380-bis cod. proc. civ., datata 13/11/2013 (depositata il 16/12/2013), ha
rimesso la causa in pubblica udienza ravvisando l’insussistenza dei
presupposti per la sua definizione in sede camerale.
RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo la ricorrente denuncia la violazione, ai sensi
dell’art. 360, comma 1, n. 3 cod. proc. civ., degli artt. 75, comma 1, t.u.i.r.,

2

sentenza della Commissione tributaria centrale di Bari (in seguito: CTC),

92, comma 1, d.P.R. n. 602 del 29 settembre 1973, nonché la falsa
applicazione dell’art. 5 d.lgs. n. 472 del 18 dicembre 1997.
Secondo l’Ufficio, da un lato, il principio di competenza (art. 75 t.u.i.r.),
a differenza di quanto erroneamente ritenuto dalla CTC, non presuppone
affatto la «capacità economica» del contribuente di effettuare i pagamenti
dell’obbligazione tributaria, non appena essa venga ad esistenza.

alla fattispecie, riguardante una cartella esattoriale notificata nel 1991), fa
dipendere la soggezione del contribuente all’obbligo di pagamento delle
soprattasse dalla mera omissione dei pagamenti alle prescritte scadenze,
senza prendere in considerazione né le condizioni economiche del debitore
erariale né le cause, anche di forza maggiore, che abbiano determinato il
loro peggioramento.
Il delineato quadro normativo, secondo la prospettazione della
ricorrente, non ha subito alcuna modifica per effetto del d.lgs. n. 472/1997
(applicabile, per il principio del favor rei, a situazioni pregresse), che ha
introdotto (art. 5) il principio di colpevolezza anche per le sanzioni
tributarie, non potendosi ritenere incolpevole l’omesso pagamento delle
imposte, per mancanza di capacità economica del contribuente, a fronte di
redditi dichiarati ed in presenza di strumenti contabili (sistema dei ratei
attivi e dei risconti passivi) capaci di controbilanciare l’assenza delle relative
percezioni.
1.1. Il motivo è inammissibile.
L’impugnata decisione della CTC, testualmente: «respinge il ricorso
dell’ufficio e conferma la sentenza del secondo giudice dichiarando non
dovute le soprattasse ed interessi pari a E 163.564.892».
Il ricorso per cassazione dell’Agenzia delle entrate si concentra,
esclusivamente, su quella parte della pronuncia gravata che ha affermato la
piena debenza delle «soprattasse», mentre nessuna critica, specifica o
generica, è rivolta alla statuizione della medesima sentenza che ha escluso
il debito della contribuente riguardante l’altra componente accessoria, quella
degli «interessi».

3

D’altro canto, l’art. 92 d.P.R. n. 602/1973 (applicabile ratione temporis

L’accertamento (nella sentenza di merito) dell’insussistenza del debito
per interessi, pertanto, è ormai divenuto definitivo, perché coperto da
giudicato interno che, come questa Corte ha ripetutamente affermato, è
rilevabile d’ufficio, ove emerga (come nella specie) dagli atti prodotti dalle
parti nel corso del giudizio, in conformità del principio della ragionevole
durata del processo, sancito dall’art. 111, comma 2, Cost. (Cass.

1.2. Con riferimento, invece, al thema della debenza delle soprattasse,
osserva la Corte che la questione ha perso rilevanza in conseguenza del
decesso, in corso di causa, della contribuente (Livia Anna Tarantino).
Dal canto loro, gli attuali intimati, in qualità di eredi, non sono obbligati
al pagamento delle soprattasse che, in termini giuridici, sono qualificabili
come una sanzione per l’omesso, tempestivo, versamento delle imposte, in
base a quanto si desume inequivocabilmente dall’art. 92 d.P.R. n.
602/1973, inserito nel titolo terzo, del medesimo atto normativo,
riguardante (appunto) l’argomento delle «Sanzioni».
Tale considerazione è confermata dall’art. 8 d.lgs. n. 472/1997
(rubricato «Intrasmissibilità della sanzione agli eredi»), in base al quale: «1.
L’obbligazione al pagamento della sanzione non si trasmette agli eredi.»
(con riferimento all’intrasmissibilità agli eredi delle sanzioni tributarie, quali
sanzioni amministrative: Cass. 06/06/2014, n. 12754).
1.3. Per quanto appena esposto il ricorso va dichiarato inammissibile,
per sopravvenuta carenza d’interesse, perché è cessata la materia del
contendere.
2. Nulla sulle spese processuali, perché gli intimati non hanno
partecipato al giudizio di legittimità.
P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza d’interesse.
Così deciso in Roma, il 6 dicembre 2017

Il Consigliere estensore

Il Presidente

27/07/2016, n. 15627).

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