Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4077 del 09/02/2022

Cassazione civile sez. II, 09/02/2022, (ud. 21/12/2021, dep. 09/02/2022), n.4077

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 3531/2017) proposto da:

J.L.H., (C.F. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, in

virtù di procura speciale apposta in calce al ricorso, dagli Avv.ti

Oliver Pucillo, e Lucio Filippo Longo, ed elettivamente domiciliato

presso lo studio di quest’ultimo, in Roma, Piazza della Marina, n.

1;

– ricorrente –

contro

P.M. N.S.C., (C.F.: (OMISSIS)), in persona dei legali

rappresentanti pro tempore, rappresentata e difesa, a mezzo di

procura speciale allegata al controricorso, dagli Avv.ti Luisa

Bordeaux, e Maria Elena Castaldo, ed elettivamente domiciliata

presso lo studio di quest’ultima, in Roma, v. Tagliamento, n. 10;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Milano n. 2814/2016

(pubblicata in data 5 luglio 2016);

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21 dicembre 2021 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

letta la memoria depositata dal difensore del ricorrente ai sensi

dell’art. 380-bis.1 c.p.c..

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con atto di citazione notificato nel febbraio 2007 J.L.H. conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Como, la s.n.c. P.M. & c. chiedendo, una volta accertato l’inadempimento di quest’ultima rispetto alle obbligazioni di cui al contratto di appalto concluso tra le parti in data 14 maggio 2005, che venisse dichiarata la risoluzione del medesimo per fatto e colpa della convenuta, con conseguente condanna della medesima alla restituzione del corrispettivo già pagato nella misura di Euro 74.000,00, oltre interessi, instando, in via subordinata, per la declaratoria del suo diritto all’ottenimento della riduzione del prezzo, con derivante condanna della stessa convenuta alla ripetizione di quanto dovuto da accertarsi tramite c.t.u., oltre al risarcimento dei danni e alla rifusione delle spese giudiziali, comprese quelle occorse per l’A.T.P..

La domanda veniva basata dall’attore sul ravvisato grave inadempimento della citata convenuta riconducibile alla parziale realizzazione delle opere pattuite con il suddetto contratto di appalto, oltretutto affette da numerosi vizi (indicati nello stesso atto introduttivo), ed al successivo abbandono del cantiere da parte dell’appaltatrice, con interruzione dei relativi lavori.

Si costituiva in giudizio la convenuta, la quale, in via preliminare, chiedeva l’autorizzazione ad estendere il contraddittorio nei confronti del direttore dei lavori, geom. S.G.B., per essere dallo stesso eventualmente manlevato, eccependo l’intervenuta prescrizione del diritto dell’attore con riferimento ai lavori “dentro il cancello” e contestando, comunque, l’avversa pretesa; in via riconvenzionale, instava per l’accertamento della legittimità del suo recesso comunicato il 16 novembre 2006, con conseguente condanna dello J. al risarcimento di tutti i danni, oltre che al pagamento del saldo di tutte le opere eseguire per un importo di Euro 17.514,63, o di quello ritenuto di giustizia.

Interveniva in giudizio anche il menzionato terzo geom. S., il quale, a sua volta, chiedeva di chiamare in causa la s.p.a. Assicurazioni Generali (per essere dalla stessa garantita in caso di sua eventuale condanna) e, nel merito, invocava il rigetto della domanda proposta nei suoi riguardi per difetto di legittimazione passiva e, in ogni caso, per la sua infondatezza.

Si costituiva in causa anche la suddetta compagnia assicuratrice, che eccepiva l’inoperatività della polizza e, comunque, chiedeva il rigetto delle domande avanzate nei suol confronti.

All’esito dell’espletata istruzione probatoria, l’adito Tribunale, con sentenza n. 296/2014, dichiarava la risoluzione del contratto di appalto in relazione alle opere per le quali la società P. aveva svolto domanda riconvenzionale, il difetto di legittimazione passiva del terzo S.G.B. e respingeva tutte le altre domande, regolando le complessive spese giudiziali.

2. Decidendo sull’appello formulato dallo J. e nella costituzione degli appellati s.n.c. P.M. & c. e del S. (mentre la citata compagnia assicuratrice rimaneva contumace), la Corte di appello di Milano, con sentenza n. 2814/2016 (pubblicata il 5 luglio 2016), respingeva il gravame, confermando l’impugnata sentenza, condannando l’appellante al pagamento delle spese del grado in favore della citata società e compensandole con il terzo chiamato in causa.

A fondamento dell’adottata pronuncia la Corte milanese – preliminarmente rilevando che fosse emersa la sussistenza dei vizi nell’esecuzione delle opere appaltate, considerandoli, però, non particolarmente apprezzabili e netti – evidenziava che il primo giudice, nella valutazione comparativa delle reciproche condotte delle parti contrattuali ed in dipendenza della variante del progetto originario richiesta dall’appellante il 2 novembre 2015, aveva correttamente ritenuto giustificato il comportamento dell’appaltatrice di mancata ultimazione delle opere per interruzione dei lavori, in conformità all’art. 11) dello stesso contratto di appalto.

Di poi, il giudice di appello rilevava che altrettanto giustamente il Tribunale di Como, pur dichiarando la risoluzione del contratto per inadempimento della società P. con riguardo ai vizi accertati dal c.t.u. (così, contestualmente, respingendo la contrapposta domanda riconvenzionale della medesima società, che non aveva proposto appello incidentale riguardo a tale pronuncia), aveva escluso la sussistenza la fondatezza delle reciproche domande risarcitorie ritenendole sfornite di prova.

3. Avverso la suddetta sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione, riferito a due motivi, lo J., resistito con controricorso soltanto dalla P.M. & c., mentre gli altri due intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

La difesa del ricorrente ha anche depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo il ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la nullità della sentenza per difetto di motivazione in violazione dell’art. 161 c.p.c. e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 111 Cost., comma 6, con riguardo alla domanda subordinata svolta nel giudizio di primo grado e riproposta in appello, per non aver la Corte di appello spiegato, a fronte della dichiarata risoluzione del contratto, il perché l’impresa appaltatrice avesse diritto a trattenere l’intero importo dallo stesso pagato per Euro 81.400,00, nonostante la mancata esecuzione di parte delle opere appaltate per il relativo valore non inferiore ad Euro 20.162,08, corrispondente, perciò, alla riduzione del prezzo a cui aveva diritto esso ricorrente, con la conseguente condanna della società P. al pagamento della relativa somma in suo favore.

2. Con la seconda censura il ricorrente ha dedotto – con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione degli artt. 1464 e 1668 c.c., in relazione alla domanda subordinata del prezzo dallo stesso svolta per le ragioni specificate nel precedente motivo.

3. Rileva, innanzitutto, il collegio che i due motivi possano essere esaminati congiuntamente perché tra loro all’evidenza connessi.

Essi sono infondati per le ragioni che seguono.

In primo luogo, si profila opportuno mettere in evidenza che risultano essere state pacificamente accertate le seguenti circostanze di fatto: – che lo J. aveva corrisposto l’intero prezzo relativo alle opere che l’appaltatrice avrebbe dovuto eseguire; – che le opere non furono ultimate con interruzione delle stesse ad opera dell’appaltatrice (per un corrispondente valore del “non eseguito” – secondo la prospettazione dello stesso J. – di Euro 20.162,08, così come risultante dalla c.t.u.), che si era, però, avvalsa della clausola di cui all’art. 11) del contratto di appalto, con conseguente imputazione – secondo il giudice di appello (confermando sul punto la decisione di primo grado) – della responsabilità in capo al committente.

Sono, altresì, risultate emerse le seguenti ulteriori circostanze: – che con la domanda originaria il ricorrente aveva chiesto, ancorché in via subordinata, la riduzione del prezzo ai sensi dell’art. 1668 c.c., comma 1, domanda reiterata con l’atto di appello (come risultante dal relativo contenuto trascritto in ricorso e dallo stesso richiamo compiuto a pag. 4 dell’impugnata sentenza); – che la stessa era stata riferita all’allegata e riscontrata sussistenza di vizi nell’esecuzione delle opere parzialmente realizzate, come accertato dal c.t.u., le quali, per essere concluse, avrebbero richiesto l’esborso del citato importo di Euro 20.162,08; – che la Corte di appello, nella motivazione della sentenza qui impugnata, ha dato atto della sussistenza delle difformità realizzata dalla società P. rispetto al progetto da eseguire, rilevandone la non trascuratezza, aggiungendo, però, che – come posto in risalto dallo stesso c.t.u. – lo J., con missiva del 22 novembre 2005, pur verificando lo stato dei luoghi, non aveva in proposito sollevato alcuna contestazione specifica circa le difformità lamentate, limitandosi a richiedere l’ultimazione delle opere; – che il giudice di appello, procedendo alla valutazione comparativa delle condotte delle parti, ha dichiarato la risoluzione del contratto di appalto, ritenendo – a fronte della variante del progetto originario richiesta dall’attore in data 2 novembre 2005, con autorizzazione concessa dall’Amministrazione comunale solo nel giugno 2006 legittima l’interruzione dei lavori da parte dell’appaltatrice, senza tuttavia assumere una espressa pronuncia sulla domanda subordinata di riduzione del prezzo (da ritenersi – secondo il ricorrente – corrispondente al citato importo necessario per l’ultimazione delle opere in modo compiuto e senza vizi).

Chiariti questi punti fermi, si osserva che la risoluzione del contratto di appalto – nella comparazione complessiva tra le condotte delle parti – risulta dichiarata per essersi la ditta appaltatrice avvalsa della clausola di recesso di cui all’art. 11) del contratto di appalto, relativa al diritto – perciò ritenuto legittimamente esercitato – di interrompere i lavori per sopravvenute iniziative, in corso d’opera, del committente (come quella di aver richiesto, nella specie, una variante approvata in ritardo dal Comune).

Ciò, tuttavia, non elide la circostanza della sussistenza dei vizi (qualificati dalla Corte di appello “non trascurabili”, ancorché non tali da rendere del tutto inadatta l’opera alla sua destinazione futura) rispetto alle opere già parzialmente eseguite dall’appaltatrice fatti valere dallo J. fin dalla citazione introduttiva ed accertati in sede di c.t.u. e il riferimento alla missiva della possibile mancata contestazione specifica circa le difformità comunque già indicate con comunicazione stragiudiziale non avrebbe potuto far venir meno il diritto del ricorrente all’ottenimento della riduzione del prezzo del contratto (cfr. Cass. n. 21327/2018) – risolto con pronuncia giudiziale – già interamente pagato alla ditta P., domanda alla quale lo stesso non ha mai espressamente rinunciato in giudizio. E la quantificazione di tale riduzione (sul presupposto pacifico che la ditta P. aveva già ricevuto l’intero prezzo concordato in sede contrattuale) sarebbe potuta avvenire (v., ad es., Cass. n. 11409/2008) con la quantificazione del prezzo occorrente per il completamento dell’opera interrotta per l’eliminazione dei relativi vizi e la sua adizione alla destinazione progettualmente prevista (per l’appunto corrispondente – secondo i calcoli del c.t.u. – a quella richiesta dal ricorrente).

Tuttavia, pur in presenza del riportato quadro complessivo, è dirimente rilevare che la giurisprudenza di questa Corte ha univocamente statuito che, in tema di appalto, quando sia richiesta l’eliminazione dei vizi per le opere già eseguite, ma non ancora ultimate, è esclusa l’operatività della speciale garanzia ex art. 1668 c.c., la quale presuppone il totale compimento dell’opera, mentre può essere fatta valere la comune responsabilità contrattuale ex artt. 1453 e 1455 c.c., non preclusa dalle disposizioni di cui agli artt. 1667 e 1668 c.c., in quali integrano, senza negarli, i normali rimedi in materia di inadempimento contrattuale (cfr. Cass. n. 1186/2015 e, da ultimo, Cass. n. 9198/2018).

Ciò comporta che, nel caso di specie, poiché l’opera appaltata non era stata conclusa, l’art. 1668 c.c., non può operare e la sua violazione dedotta con il secondo motivo non può ritenersi sussistente, dovendo operare gli ordinari criteri in materia di risoluzione contrattuale di cui agli artt. 1453 e 1455 c.c., la cui violazione, tuttavia, non era stata fatta valere nella controversia in questione.

E’ stata, infatti, denunciata solo l’asserita violazione dell’art. 1464 c.c., ma infondatamente, non versandosi un una ipotesi in impossibilità parziale oggettiva sopravvenuta, non trascurandosi, peraltro, che l’interruzione dei lavori appaltati (con abbandono del cantiere il (OMISSIS)) è stata ritenuta legittimamente posta in essere dalla ditta appaltatrice che aveva poi receduto dal contratto (con missiva del 16 novembre 2006) per un motivo riconducibile all’operatività di un’apposita clausola contrattuale (circostanza non contestata) e, quindi, pervenendosi al riconoscimento, con l’impugnata sentenza, dell’insussistenza di un inadempimento a suo carico, dovendo imputarsi la mancata ultimazione delle opere nel termine concordato alla condotta del committente che aveva richiesto una variante in corso d’opera (con domanda del 2 novembre 2005), da cui la forzata sospensione dei lavori, approvata in un termine non breve (nel giugno 2006).

Non avendo, quindi, l’odierno ricorrente proposto un’azione giudiziale riconducibile alla violazione degli artt. 1453 e 1455 c.c., invocando la risoluzione del contratto (peraltro dichiarata, nella fattispecie, per colpa non imputabile all’appaltatrice) ed il correlato eventuale risarcimento del danno, ma insistendo – per quanto qui rileva – sulla domanda subordinata di riduzione del prezzo prevista dall’art. 1668 c.c., le proposte censure devono essere ritenute infondate.

4. In definitiva, alla stregua delle ragioni complessivamente svolte, il ricorso deve essere integralmente respinto, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano nei sensi di cui in dispositivo.

Infine, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre contributo forfettario, iva e cpa nella misura e sulle voci come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 21 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2022

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