Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4070 del 20/02/2018

Cassazione civile, sez. lav., 20/02/2018, (ud. 10/10/2017, dep.20/02/2018),  n. 4070

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza n. 801/2012, depositata il 4 luglio 2012, la Corte di appello di L’Aquila, in riforma della sentenza di primo grado, e previa rinnovazione di c.t.u. contabile, condannava Trenitalia S.p.A. a pagare a C.P. – già dipendente della società con qualifica di Capo Treno (7^ livello) fino alle dimissioni incentivate presentate il 14/12/2002, a pochi giorni dal raggiungimento del limite dell’età pensionabile previsto per la qualifica rivestita (58 anni) – la somma di Euro 63.773,11 oltre accessori, a titolo di differenze retributive allo stesso spettanti in relazione alla qualifica di Capo Personale Viaggiante (8^ livello), riconosciutagli in sede giudiziale a decorrere dal 31/1/2000, nonchè a titolo di incremento del trattamento di fine rapporto e di differenza tra la retribuzione per le mansioni superiori (comportanti il più elevato limite di età di 65 anni) e il trattamento pensionistico goduto.

1.1. La Corte di appello rilevava a sostegno della propria decisione come fosse difficile credere che il C. si sarebbe comunque dimesso, ove avesse avuto la qualifica superiore, tenuto conto del notevole divario tra l’ammontare della relativa retribuzione per ulteriori sette anni di lavoro e l’entità del beneficio conseguito con l’adesione alla proposta incentivante della società.

1.2. Con riguardo, poi, alla detrazione del trattamento pensionistico dalle retribuzioni spettanti in virtù dell’intervenuto riconoscimento della qualifica superiore, la Corte di appello rilevava come l’ammontare complessivo di tali retribuzioni costituisse la misura del risarcimento del danno dovuto al lavoratore, con conseguente applicazione della regola della compensatio lucri cum damno; nè, d’altra parte, poteva darsi nella specie restituzione all’ente previdenziale dei ratei erogati, come nei diversi casi in cui la giurisprudenza di legittimità era pervenuta all’opposta soluzione (in particolare, nel caso di licenziamento illegittimo seguito dalla reintegrazione), rimanendo fermo il pensionamento del C. a partire dal 15/12/2002.

2. Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza il lavoratore con due motivi.

3. La società ha resistito con controricorso, con il quale ha proposto ricorso incidentale affidato a cinque motivi, e depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo del ricorso principale viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218,1223 e 1227 c.c., per avere il giudice di appello erroneamente detratto il trattamento pensionistico erogato al ricorrente dall’ammontare delle maggiori retribuzioni che allo stesso sarebbero spettate (per il periodo dal 14/12/2002 al 31/12/2009) in relazione all’inquadramento superiore giudizialmente riconosciutogli e liquidate, unitamente al t.f.r., a titolo di risarcimento danni, posto che, dipendendo il diritto al pensionamento dal verificarsi di requisiti di età e contribuzione stabiliti dalla legge e, pertanto, da fatti giuridici del tutto estranei ai poteri del datore di lavoro (ovvero, come nella specie, al suo ius variandi), non poteva operare nel caso in esame la regola della compensatio lucri cum damno, quale invece applicata dalla Corte a fondamento della disposta detrazione; nè – osserva ancora il ricorrente – tale principio può ritenersi limitato al solo caso di esercizio illegittimo del potere di recesso da parte del datore di lavoro, trovando giustificazione in tutti i casi di continuità giuridica del rapporto.

1.2. Con il secondo motivo del ricorso principale viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 287 c.p.c. e segg., nonchè la nullità del procedimento ex art. 360, n. 5, per essere la sentenza di appello incorsa in un errore di calcolo, liquidando in Euro 63.773,11 l’ammontare complessivo dovuto al ricorrente anzichè in Euro 78.951,64, risultante dalla somma degli importi (Euro 23.303,68 per differenze retributive in relazione al periodo 31/1/2000 – 14/12/2002; Euro 49.551,85 per differenze, in relazione al periodo 15/12/2002 – 31/12/2009, tra retribuzione per mansioni superiori e trattamento pensionistico; Euro 6.096,11 a titolo di incremento del t.f.r.) accertati sulla base delle risultanze della rinnovata consulenza tecnica d’ufficio.

2.1. Con il primo motivo del proprio ricorso incidentale Trenitalia S.p.A. denuncia il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in ordine ad un punto controverso e decisivo per avere la Corte di appello ritenuto, in contrasto con la lettera di dimissioni in data 31/10/2002 e altre evidenze documentali, che l’interruzione del rapporto di lavoro, attuata dal C. con tale lettera, fosse stata determinata dal mancato riconoscimento della qualifica superiore e che se tale riconoscimento fosse intervenuto in epoca precedente a quella delle dimissioni, queste ultime non sarebbero state rassegnate dal dipendente, il quale, potendo contare su una maggiore retribuzione, avrebbe proseguito l’attività lavorativa per ulteriori sette anni e cioè fino al compimento della più elevata età pensionabile (65 anni) connessa a tale qualifica; per non avere inoltre la Corte considerato che la quantificazione delle differenze retributive avrebbe dovuto tenere conto del fatto che la prosecuzione del rapporto di lavoro oltre la data del collocamento in quiescenza poteva essere, al più, l’oggetto di una mera chance o probabilità, con conseguente necessità di riproporzionare l’importo riconosciuto a titolo risarcitorio.

2.2. Con il secondo motivo la società deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., per non avere la Corte di appello considerato che le dimissioni del lavoratore, con l’effetto di risoluzione del rapporto che ne era derivato, erano state oggetto di un atto di volontà del medesimo, motivato da ragioni di convenienza, e non di una decisione del datore di lavoro collegata al raggiungimento dell’età pensionabile in relazione all’inquadramento all’epoca riconosciuto.

2.3. Con il terzo motivo la società denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in ordine ad un punto controverso e decisivo per avere la Corte territoriale aderito alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, omettendo peraltro di prendere posizione sulle critiche che, con note difensive depositate il 12 maggio 2012, erano state mosse all’elaborato peritale.

2.4. Con il quarto e con il quinto motivo del proprio ricorso incidentale la società denuncia, infine, rispettivamente la nullità della sentenza per omessa pronuncia sulla domanda di restituzione della somma versata in esecuzione della sentenza di primo grado e la totale carenza di motivazione in ordine a tale richiesta.

3. Il ricorso principale deve essere respinto.

3.1. Quanto al primo motivo, si osserva che non risulta pertinente il richiamo a Sezioni Unite n. 12194/2002, come più in generale alla giurisprudenza di legittimità che ha stabilito la non detraibilità del trattamento di pensione in caso di licenziamento illegittimo, essendosi il C. limitato a proporre una domanda di risarcimento danni per essere stato collocato in quiescenza al raggiungimento dell’età pensionabile in relazione alla qualifica rivestita, anzichè essere posto nella condizione di maturare gli ulteriori anni di servizio conseguenti all’inquadramento superiore giudizialmente accertato, nè tale riconoscimento in via giudiziale potendo ricostituire un rapporto ormai estinto, con conseguente impossibilità di configurare nella fattispecie diversamente da quanto dedotto – qualsiasi ipotesi di continuità giuridica dello stesso.

3.2. Quanto al secondo motivo, anche volendo trascurare i profili di inammissibilità emergenti già dalla sua formulazione (là dove viene dedotta la violazione di norme non applicate dalla Corte di merito, e cioè di quelle relative alla procedura di correzione di errori materiali o di calcolo; e altresì là dove viene denunciata la “nullità del procedimento” ex art. 360 c.p.c., n. 5), si osserva come lo stesso risulti comunque inammissibile, ove sostanzialmente diretto alla denuncia dell’erronea liquidazione della somma dovuta al ricorrente, essendo del tutto consolidato l’orientamento, secondo il quale l’errore di calcolo può essere denunciato con ricorso per cassazione quando sia riconducibile all’impostazione delle operazioni matematiche necessarie per ottenere un certo risultato, lamentandosi in tal caso un error in iudicando nell’individuazione di parametri e criteri di conteggio, mentre nella specie esso costituisce l’esito di un’errata operazione aritmetica di addizione (Cass. n. 23704/2016; conforme Cass. n. 11712/2002).

4. Con riferimento al ricorso incidentale della società, si rileva che il primo e il secondo motivo, i quali possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi, sono infondati.

4.1. Al riguardo si deve premettere che la Corte di appello ha ritenuto fondata la domanda risarcitoria svolta dal ricorrente sulla base dei rilievi seguenti: il lavoratore si era dimesso, con decorrenza 15/12/2002, quando mancavano soltanto venti giorni al conseguimento dell’età pensionabile (58 anni) prevista in relazione alla qualifica (all’epoca) rivestita; “è logico quindi che anticipasse” il pensionamento perchè ciò gli avrebbe consentito “di lucrare l’indennità sostitutiva di preavviso, peraltro nella misura massima”, secondo l’offerta incentivante proposta dalla società, indennità che altrimenti, andando in pensione nel successivo mese di febbraio 2003, non avrebbe avuto; “non si può da questo comportamento”, correlato all’acquisizione di un beneficio economico che l’attesa in servizio del compimento dell’età del collocamento a riposo avrebbe inevitabilmente fatto venir meno, “desumere che, se (il lavoratore) avesse avuto l’inquadramento superiore, riconosciutogli giudizialmente, si sarebbe comunque dimesso, ovvero che non è ipotizzabile quale sarebbe stata la sua volontà”; infatti, nella situazione in cui il C. si è trovato, “la scelta per così dire era obbligata, nel senso che corrispondeva a criteri di convenienza e buon senso anticipare il pensionamento di 20 giorni”, al fine di lucrare il trattamento di miglior favore erogato dalla datrice di lavoro, mentre “ove egli avesse avuto la qualifica superiore che gli consentiva di allontanare la pensione di 7 anni, è difficile credere che avrebbe rinunciato alle retribuzioni di 7 anni per l’indennità sostitutiva di preavviso, che, anche se parametrata alla nuova qualifica e conteggiata nella misura massima, mai poteva arrivare a coprire le retribuzioni che avrebbe perduto optando per la risoluzione immediata del rapporto di lavoro” (cfr. sentenza impugnata, p. 3).

4.2. In sostanza, l’argomentazione del giudice di appello si snoda su di un piano presuntivo, da un lato muovendo da riferimenti e dati oggettivi (temporali ed economici) e dall’altro lato valorizzando, a fini di inferenza logica, e così come consentito dallo statuto delle fonti del discorso probatorio (art. 115 c.p.c.), nozioni di comune esperienza e cioè quelle proposizioni di ordine generale tratte dalla reiterata osservazione dei fenomeni naturali o socioeconomici (Cass. n. 22022/2010): categoria alla quale sono da ascriversi sia l’opzione di convenienza, rispondente ad un canone comportamentale di ordinaria e condivisa razionalità, quale maturata nel contesto giuridico ed economico in cui era chiamata ad esprimersi la facoltà deliberativa del lavoratore, sia la proiezione nel tempo del godimento della (maggiore) retribuzione conseguente al diverso e più elevato inquadramento professionale, alla luce dell’aspettativa di vita media del soggetto nella società di appartenenza.

4.3. D’altra parte, nel regime del vizio di cui all’art. 360, n. 5, anteriore alla riforma del 2012, è stato più volte precisato che “in sede di legittimità il controllo della motivazione in fatto si compendia nel verificare che il discorso giustificativo svolto dal giudice del merito circa la propria statuizione esibisca i requisiti strutturali minimi dell’argomentazione (fatto probatorio – massima di esperienza – fatto accertato) senza che sia consentito alla Corte sostituire una diversa massima di esperienza a quella utilizzata (potendo questa essere disattesa non già quando l’inferenza probatoria non sia da essa necessitatà, ma solo quando non sia da essa neppure minimamente sorretta o sia addirittura smentita, avendosi, in tal caso, una mera apparenza del discorso giustificativo) o confrontare la sentenza impugnata con le risultanze istruttorie, al fine di prendere in considerazione un fatto probatorio diverso o ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice del merito a fondamento della sua decisione” (Cass. n. 14953/2000; conforme Cass. n. 13984/2000).

5. E’ invece fondato, e deve essere accolto, il terzo motivo del ricorso incidentale.

5.1. La sentenza impugnata ha, infatti, recepito il contenuto della consulenza tecnica d’ufficio, di cui era stata disposta la rinnovazione in grado di appello, e le sue risultanze finali senza procedere ad alcuna valutazione dei rilievi critici formulati al riguardo dalla società (con le note difensive depositate il 12/5/2012).

5.2. Deve, in proposito, confermarsi il principio, più volte affermato da questa Corte, per il quale, se è vero che il giudice di merito si può avvalere delle conclusioni raggiunte dal proprio consulente, mediante un richiamo dei contenuti salienti della relazione, è pure da ribadire che, allorchè ad una consulenza tecnica d’ufficio siano mosse critiche puntuali e dettagliate da un consulente di parte, il giudice che intenda disattenderle ha l’obbligo di indicare nella motivazione della sentenza le ragioni di tale scelta, senza che possa limitarsi a richiamare acriticamente le conclusioni del proprio consulente, ove questi a sua volta non si sia fatto carico di esaminare e confutare i rilievi di parte (Cass. 24 aprile 2008, n. 10688; conforme, fra le più recenti, Cass. n. 23637/2016).

6. Nell’accoglimento del terzo motivo restano assorbiti il quarto e il quinto motivo del ricorso incidentale.

7. Consegue da quanto sopra che la sentenza della Corte di appello di L’Aquila n. 801/2012 deve essere cassata e la causa rinviata, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla medesima Corte in diversa composizione, che procederà a nuovo esame delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, alla stregua delle osservazioni formulate dalla difesa della società nelle note depositate in data 12 maggio 2012, attenendosi al principio di diritto sopra richiamato sub 5.2.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale; accoglie il terzo motivo del ricorso incidentale, rigettati il primo e il secondo e assorbiti il quarto e il quinto; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di L’Aquila in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 10 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2018

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