Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 403 del 11/01/2017

Cassazione civile, sez. III, 11/01/2017, (ud. 21/07/2016, dep.11/01/2017),  n. 403

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2529/2014 proposto da:

MINISTERO ISTRUZIONE UNIVERSITA’ RICERCA, (OMISSIS), in persona del

Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende per legge;

– ricorrente –

contro

D.R.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A.

BAIAMONTI 10, presso lo studio dell’avvocato ROSA PATRIZIA SANTORO,

che lo rappresenta e difende giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 104/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 10/01/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/07/2016 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito l’Avvocato ROSA PATRIZIA SANTORO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per l’inammissibilità,

condanna alle spese e statuizione sul C.U..

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

p.1. Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha proposto ricorso per Cassazione, contro il Dott. D.R.A., avverso la sentenza n. 104 del 10 dicembre 2013, con cui la Corte d’Appello di Roma, all’esito del giudizio di rinvio disposto per effetto della sentenza n. 23764 del 2011 della Corte di Cassazione, condannava il Ministero al pagamento in favore del Dott. D.R.A. della somma di Euro 26.855,76 oltre interessi al saggio legale dalla domanda.

p.2. Questo lo svolgimento dei fatti processuali.

Con atto di citazione notificato in data 26 settembre 2001 il Dott. Antonio Di Rienzo – premesso di essersi iscritto al corso di specializzazione in “Anestesia e Rianimazione” presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti nell’armo accademico 1988/1989 – conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Roma, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per sentirlo condannare al risarcimento in proprio favore dei danni derivanti dalla tardiva e inesatta attuazione della direttiva comunitaria n. 82/76 in tema di adeguata remunerazione per gli iscritti a corsi di specializzazione medica.

p.3. Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 6068/2005, rigettava la domanda attorea per intervenuta prescrizione del diritto.

p.4. Proposta impugnazione dal Di Rienzio, la Corte d’Appello di Roma, con sentenza n. 4089/2009, in parziale accoglimento dell’appello riformava la sentenza di primo grado limitatamente alle spese lite.

p.5. Avverso tale pronuncia ricorreva in Cassazione l’odierno resistente. La Suprema Corte, con sentenza n. 23764 del 14 novembre 2011, annullava la sentenza d’appello e, ritenendo applicabile la prescrizione decennale con decorrenza a partire dal 27 ottobre 1999, rinviava ad altra sezione della Corte d’Appello di Roma.

p.6. Riassunta la causa con atto di citazione del 13 febbraio 2012, la Corte d’Appello di Roma pronunciava la sentenza oggi impugnata, con cui, rigettata l’eccezione di prescrizione, in accoglimento dell’appello e riforma della sentenza di primo grado, condannava il Ministero al risarcimento del danno in favore del D.R..

p.7. Il ricorso ora in decisione è affidato ad un unico motivo.

L’intimato resiste con controricorso.

Ha anche depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

p.1. Con l’unico motivo di ricorso, si deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 1218 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3).

Vi si contesta la sentenza impugnata per aver erroneamente ritenuto sussistente la legittimazione passiva, rispetto alla domanda risarcitoria formulata dall’odierno resistente, in capo al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Sostiene infatti il ricorrente che, dovendosi qualificare la domanda attorea come volta al riconoscimento del diritto al risarcimento del danno derivante dalla mancata attuazione delle Direttive CEE n. 362/75 e 82/76, in nessun modo il Ministero potrebbe ritenersi legittimato passivo, non avendo quest’ultimo alcun potere o competenza in tema di attuazione di direttive comunitarie. Sicchè, trattandosi di inadempimento di un’obbligazione ex lege facente capo allo Stato, l’unico soggetto legittimato a risponderne dovrebbe essere individuato nella Presidenza del Consiglio dei Ministri, pur tuttavia mai evocata in giudizio.

p.2. La censura prospettata è gradatamente inammissibile e comunque, se non lo fosse stata, sarebbe stata priva di fondamento.

p.3. La ragione di inammissibilità si rinviene nella circostanza che la questione prospettata dal motivo è stata prospettata soltanto con il ricorso introduttivo del presente giudizio e, quindi, del tutto tardivamente, avuto riguardo al fatto che non avrebbe potuto prospettarsi nemmeno davanti al giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata.

Infatti, “per il principio della preclusione, nel giudizio di rinvio, delle questioni che avrebbero dovuto essere prospettate o rilevate di ufficio dalla Cassazione, deve ritenersi inibito alle parti, al giudice di rinvio ed al giudice di Cassazione dopo il rinvio, di porre per la prima volta in discussione in tale sede l’esistenza della legittimazione processuale nel giudizio di primo grado e la nullità della costituzione del rapporto processuale per difetto di rappresentanza organica in quella fase dell’organo costituito per l’ente” (così Cass. n. 2652 del 1971).

Ne segue che, non avendo la ricorrente prospettato la questione dedotta con il motivo nel primo giudizio di cassazione, come avrebbe dovuto fare – salvo quanto si dirà di seguito sull’esito che essa avrebbe comunque avuto – nel resistere al ricorso del D.R. contro la prima sentenza di appello, la cristallizzazione della legittimazione avutasi con la sentenza di questa Corte che, cassando la detta sentenza, dispose il rinvio precludeva ogni possibilità di introdurre nel giudizio di rinvio la questione ed a maggior ragione di introdurla, come ha fatto la ricorrente, con il ricorso contro la sentenza resa in sede di rinvio.

p.4. La questione proposta dal ricorso, peraltro, se si fosse potuta esaminare non avrebbe potuto in alcun modo giustificarne l’accoglimento.

Se, infatti, è vero che l’azione avrebbe dovuto essere diretta contro la Presidenza del Consiglio dei ministri, l’essere stato evocato in giudizio il Ministero non ha comportato, essendo i Ministeri articolazioni dell’istituzione “Governo”, alcun problema di legittimazione sostanziale.

La relativa problematica è stata ampiamente affrontata e risolta in tal senso da numerosissime sentenze ed ordinanze di questa Corte, ritenendosi tali articolazioni come abilitate a rappresentare in giudizio lo Stato italiano. In particolare, una volta individuato come unico legittimato passivo lo Stato Italiano, si è affermato, soprattutto a partire dalle sentenze gemelle n. 10813, 10814, 10815 e 10816, che la difesa dei Ministeri coinvolti dall’azione degli specializzandi, là dove si articola nella deduzione che essa doveva esercitarsi contro la Presidenza del Consiglio, quale azione diretta a far valere l’inadempimento dello Stato, evidenzia semplicemente una situazione nella quale l’essere stata proposta la domanda contro il Ministero vede quest’ultimo legittimato quale articolazione direttamente riferibile alla Presidenza del Consiglio dei Ministri quale vertice dell’esecutivo abilitato a contraddire alla domanda, in quanto rivolta a tutelare una pretesa contro lo Stato. Nelle dette sentenze è stato altresì precisato che il limite introdotto, dalla disposizione di cui alla L. 25 marzo 1958, n. 260, art. 4 (recante “Modificazioni alle norme sulla rappresentanza in giudizio dello Stato”), alla rilevanza dell’erronea individuazione dell’autorità amministrativa competente a stare in giudizio (limite in virtù del quale l’errore di identificazione della persona alla quale l’atto introduttivo del giudizio e ogni altro atto doveva essere notificato, deve essere eccepito dall’Avvocatura dello Stato nella prima udienza, con la contemporanea indicazione della persona alla quale l’atto doveva essere notificato; eccezione dalla cui formulazione discende la rimessione in termini della parte attrice, alla quale il giudice deve assegnare un termine entro il quale l’atto introduttivo deve essere rinnovato), opera non solo con riguardo alla ipotesi di erronea vocatio in ius, in luogo del Ministro titolare di una determinata branca della P.A., di altra persona preposta ad un ufficio della stessa, ma anche con riferimento alla ipotesi di vocatio in ius di un Ministro diverso da quello effettivamente “competente” in relazione alla materia dedotta in giudizio.

Di conseguenza, stante il carattere unitario della personalità giuridica dello Stato, l’eventuale proposizione della domanda contro un Ministero diverso da quello effettivamente “competente” – e quindi, nella specie, in luogo della sola Presidenza del Consiglio dei Ministri, quale vertice dell’Esecutivo ed unica abilitata a rispondere delle pretese per l’inadempimento dello Stato nel suo complesso considerato – non comporta una questione di legittimazione in senso proprio ma soltanto la rimessione in termini per la rinotificazione dell’atto introduttivo nei confronti della articolazione statuale correttamente indicata: sicchè, ove, invece, prendano posizione sul merito della domanda, anche i Ministeri, benchè erroneamente citati, devono intendersi come evocati quali articolazioni del Governo della Repubblica.

p.5. Tale impostazione è stata costantemente confermata da numerosissime successive pronunce, alla stregua del seguente principio di diritto: “nell’ipotesi di vocatio in ius del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca in luogo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, allorchè l’Avvocatura dello Stato, pur ricorrendo i presupposti per l’applicazione della L. 25 marzo 1958, n. 260, art. 4 – non si avvalga, nella prima udienza, della facoltà di eccepire l’erronea identificazione della controparte pubblica, provvedendo alla contemporanea indicazione di quella realmente competente, resta preclusa la possibilità di far valere, in seguito, l’irrituale costituzione del rapporto giuridico processuale, non ponendosi, in senso proprio, una questione di difetto di legittimazione passiva, ferma restando la facoltà per il reale destinatario della domanda di intervenire in giudizio e di essere rimesso in termini” (Cass. n. 16104 del 2013; in senso conforme, fra l’altro, Cass. nn. 6029, 5230, 19357, 10613, 16351 del 2015, nonchè Cass. nn. 765 e 2591 del 2016).

p.6. Nel caso di specie, l’Avvocatura dello Stato avrebbe potuto e dovuto sollevare l’eccezione nei tempi e nei modi di cui alla norma menzionata. Ne deriva che, non avendolo fatto, correttamente la pronuncia è stata emessa nei confronti del Ministero ricorrente, quale articolazione del Governo della Repubblica. Ed anzi, ove la difesa erariale avesse introdotto la questione resistendo al ricorso per cassazione che occasionò il rinvio, essa avrebbe dovuto reputarsi del tutto tardiva.

p.7. Il ricorso è, pertanto, dichiarato inammissibile, in quanto ha introdotto un motivo che non avrebbe potuto essere proposto.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la parte ricorrente alla rifusione al resistente delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro tremiladuecento, di cui Euro duecento per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 21 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 gennaio 2017

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