Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4007 del 20/02/2018


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Civile Ord. Sez. 3 Num. 4007 Anno 2018
Presidente: TRAVAGLINO GIACOMO
Relatore: GUIZZI STEFANO GIAIME

ORDINANZA
sul ricorso 24807-2014 proposto da:
MECENATE FULVIO, elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA MONTEFALCO, 61, presso lo studio dell’avvocato
ANDREA COLACURTO, che lo rappresenta e difende giusta
procura in calce al ricorso;
– ricorrente contro

LLOYD’S OF LONDON RAPPRESENTANZA GENERALE ITALIA , in
2017
1825

persona del suo Procuratore Generale Avv. LUCA
SCHILARDI, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE
REGINA

MARGHERITA,

dell’avvocato

ROBERTO

278,

presso

MARIA

lo

BAGNARDI,

studio
che

la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARCO

1

Data pubblicazione: 20/02/2018

FERRARO giusta procura a margine del controricorso;
RAMPINO ROCCHINA, elettivamente domiciliata in ROMA,
VIA COLA DI RIENZO 252, presso lo studio
dell’avvocato BRUNO CAPUTO, che la rappresenta e
difende giusta procura in calce al controricorso;

avverso la sentenza n. 3790/2014 della CORTE
D’APPELLO di ROMA, depositata il 06/06/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 27/09/2017 dal Consigliere Dott.
STEFANO GIAIME GUIZZI;
lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero,
in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
ALESSANDRO PEPE che ha concluso chiedendo il rigetto
del ricorso proposto da Fulvio Mecenate, con
conseguente conferma della gravata sentenza;

2

– controricorrenti

FATTI DI CAUSA

1. Fulvio Mecenate ricorre per cassazione, sulla base di due
motivi, avverso la sentenza

della Corte di Appello di Roma n.

3790/14, del 6 giugno 2014, che – in accoglimento dell’appello

Tribunale di Roma n. 1116/06 del 16 gennaio 2006 – ha riconosciuto
la sua responsabilità, in veste di notaio delegato alla vendita
dell’immobile sito in Roma, alla via Angelo Bianchi n. 53/a,
nell’ambito di un giudizio di scioglimento della comunione,
condannandolo al risarcimento del danno nella misura di C 61.388,00
oltre interessi legali dalla pronuncia della sentenza.

2.

Riferisce, in punto di fatto, il ricorrente di essere stato

convenuto in giudizio affinché l’adita autorità giudiziaria riconoscesse
la

sua

responsabilità

professionale,

in

relazione

all’incarico

summenzionato (conferitogli nell’ambito di un giudizio di divisione
pendente tra la Rampino e Cristofaro Glorioso), per non aver
ottemperato all’ordine giudiziale – adottato con provvedimento del 18
aprile 2002 – di depositare il ricavato della vendita immobiliare su
libretto bancario intestato ai condividenti e vincolato all’ordine del
giudice istruttore, avendo egli, all’esito della fase di primo grado del
predetto giudizio divisorio, versato al Glorioso una somma pari al 90
% del ricavato della vendita.
Costituitosi in giudizio il Mecenate e richiesta la chiamata in causa
del proprio assicuratore, Lloyd’s of London, il covenuto risultava
vittorioso all’esito del giudizio di primo grado. Difatti, la domanda
volta ad accertare la responsabilità del professionista ed a ricostituire
in favore della Rampino il deposito della somma di C 45,464,32,
mediante apertura di libretto bancario intestato alla stessa (o con
altre modalità da stabilirsi da parte del primo giudice), con
3

proposto da Rocchina Rampino ed in riforma della sentenza resa dal

riconoscimento all’attrice anche dei danni derivati dal comportamento
del Mecenate, da liquidarsi in via equitativa, veniva rigettata dal
Tribunale capitolino, con condanna dell’attrice a rifondere le spese
processali al convenuto ed al terzo chiamato.
Il giudice di prime cure, infatti, motivava la reiezione della pretesa

che le statuizioni contenente nella citata ordinanza istruttoria di
delega del 18 aprile 2002 (secondo cui il deposito del ricavato della
vendita, “in caso di disaccordo delle parti”, avrebbe dovuto compiersi
“su libretto bancario cointestato ai condividenti e vincolato all’ordine
del g.i.”) sarebbero state superate dalla sentenza emessa il 12 luglio
2003, all’esito del primo grado del giudizio divisorio. Detta pronuncia,
invero, disponeva che la somma ricavata dalla vendita fosse ripartita
pro quota, e in misura specificamente determinata (“per la quota del
10% a Rocchina Rampino e, quindi, per C 7.351,51”, nonché “per la
residua quota del 90% a Cristofaro Glorioso”), tra i condividenti.

3.

Proposto appello dalla Rampino (e appello incidentale

condizionato dal Mecenate verso il proprio assicuratore), il gravame
principale veniva accolto – come detto – dalla Corte romana, la quale,
respinto il gravame dell’appellato, riformava anche la decisione sulle
spese. Essa, infatti, condannava il Mecenate a rifondere all’Erario le
spese di entrambi i gradi di giudizio (essendo stata la Rampino
ammessa al beneficio ex art. 113 del d.P.R. n. 115 del 2002),
compensando, invece, “quelle di primo grado relative al rapporto
processuale Mecenate Lloyd’s of London, nonché le spese dell’appello
relative al rapporto processuale Rampino-Lloyd’s of London”.

4. Avverso la decisione della Corte di Appello appello propone
ricorso per cassazione il Mecenate, sulla base di due motivi.

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attorea – secondo quanto si legge nel presente ricorso – sul rilievo

4.1. Con il primo motivo, deduce “violazione e falsa applicazione
dell’art. 282 cod. proc. civ. in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., n.
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Muovendo dal presupposto che la sentenza resa all’esito del
giudizio di primo grado della causa divisoria, pendente tra la Rampino

19.04.2002, sostituendo all’accordo tra le parti, quale condizione di
ripartibilità della somma ricavata dalla vendita da parte del Notaio, la
statuizione del Tribunale in ordine alla ripartizione pro quota, e in
misura specificamente determinata, di detta somma tra i
condividenti”, il ricorrente assume che non avrebbe potuto sottrarsi in quanto pubblico ufficiale – a dare esecuzione immediata a
quell’ordine di ripartizione.
Viziata, pertanto, sarebbe la pronuncia impugnata, giacché
fondata “esclusivamente sull’erroneo presupposto che la sentenza di
divisione non sia suscettibile di esecuzione in quanto non contiene in
sé alcuna condanna”, affermazione errata poiché “lo scioglimento
della comunione si attua concretamente solo con la ripartizione tra i
condividenti delle somme ricavate dalla liquidazione dei beni comuni
nella misura spettante a ciascuno”.
Né, d’altra parte, coglierebbe nel segno – si assume sempre nel
ricorso – il rilievo della Corte capitolina secondo cui il professionista
“non poteva non ipotizzare modifiche della sentenza di primo grado
all’esito dell’appello” (peraltro concretamente intervenute, giacché in
accoglimento del gravame proposto dalla Rampino l’esito della fase di
appello del giudizio divisorio consisteva nel riconoscimento del diritto
della stessa a metà della somma ricavata dalla vendita). Non era,
infatti, compito del notaio – si legge sempre nel ricorso – “ipotizzare
scenari futuri” idonei a “giustificare il trattenimento della somma,
quali l’esito del giudizio di secondo grado, o l’insolvenza o

ed il Glorioso, “è sopravvenuta all’ordinanza di delega del

irreperibilità dell’altro condividente”, giacché ciò sarebbe equivalso a
contravvenire “al dispositivo di una sentenza esecutiva”.
Infine, si sottolinea come il principio dell’esecutività immediata
“non avrebbe potuto essere scalfito” neppure se la sentenza di primo
grado fosse intervenuta successivamente all’avvenuto deposito della

(adempimento al quale il professionista non ha mai dato corso),
giacché quest’ultimo “non avrebbe potuto far altro che dare pronta
esecuzione alla sentenza, svincolando le somme a favore dei
condividenti nella misura indicata in sentenza”.

4.2. Con il secondo motivo si ipotizza “violazione e falsa
applicazione dell’art. 1218 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3)”.
Qualificando l’ordinanza di delega come fonte di un’obbligazione
contrattuale, avente ad oggetto il corretto espletamento di una
prestazione d’opera professionale, il ricorrente assume di aver
“diligentemente adempiuto alla stessa”. Il giudice di appello, dunque,
nel ritenere la condotta del notaio produttiva di danno nei confronti
della Rampino avrebbe violato e falsamente applicato la norma sulla
responsabilità contrattuale, atteso che “la sopravvenienza di una
sentenza provvisoriamente esecutiva ha reso impossibile una diversa
prestazione”, e ciò “per causa ad esso non imputabile”, circostanza,
quest’ultima, che lo esonererebbe “da qualsivoglia responsabilità
professionale”.

5. Ha proposto controricorso la Rampino, resistendo all’avversaria
impugnazione, della quale assume l’infondatezza.
In particolare, quanto al primo motivo, rileva che, con il deposito
della sentenza di primo grado resa nell’ambito del giudizio divisorio,
ogni incarico del Mecenate “doveva intendersi concluso”, sicché non
spettava al medesimo “dare esecuzione alla sentenza” (donde
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somma su libretto vincolato all’ordine del giudice istruttore

l’inconferenza del richiamo all’art. 282 cod. proc. civ.), essendo,
invece, “le parti tenute ad attivarsi, chiedendo al Giudice lo svincolo
delle somme depositate sul libretto bancario”.
In ordine, invece, al secondo motivo si assume l’erroneità della
tesi che ipotizza l’insorgenza di un obbligo contrattuale a carico del

operato come ausiliario del giudice.

6. Sono intervenuti i Lloyd’s of London, facendo constare che,
“nonostante la mancanza di pronuncia nei propri confronti”, essi
“hanno provveduto al versamento (tranne la franchigia) del liquidato
per sorte ed accessori”, e ciò “nel rispetto, comunque, delle previsioni
contrattuali”, concludendo affinché questa Corte decida “come di
giustizia” in ordine al proposto ricorso, “con ogni consequenziale
pronuncia in caso di accoglimento”, ed in particolare perché – in caso
di annullamento dell’impugnata sentenza con rinvio al giudice di
appello – si tenga conto, in quella sede, di chi ha provveduto
materialmente al pagamento.
“Nulla”, invece, “per le spese”.

7. È intervenuto il Procuratore Generale della Repubblica presso
questa Corte, chiedendo il rigetto del ricorso, attesa l’infondatezza di
ambo i motivi.

8. Ha presentato memoria la Rampino, insistendo nelle proprie
conclusioni.

RAGIONI DELLA DECISIONE

9. Il ricorso va rigettato.

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notaio per effetto dell’incarico ricevuto, atteso che il professionista ha

9.1. Il primo motivo di ricorso non è fondato.

9.1.1. In relazione ad esso, infatti, è dirimente – ai fini
dell’esclusione della violazione dell’art. 282 cod. proc. civ. – il rilievo

Ha osservato questa Corte – cfr. Cass. Sez. 2, sent. 10 febbraio
2004, n. 243 (in motivazione) – che “anche a non voler considerare
l’ormai prevalente opinione dottrinaria dalla quale s’evidenzia la
natura costitutiva della pronunzia sulla divisione, comunque il
principio della natura dichiarativa della stessa, sostenuto dalla
dottrina tradizionale e dalla prevalente giurisprudenza in ragione
dell’espressa previsione normativa nell’art. 757 cod. civ. d’una fictio
iuris posta al fine di risolvere particolari esigenze pratiche, opera
inderogabilmente, in ragione di tale sua limitata finalità, con esclusivo
riguardo alla retroattività dell’effetto distributivo, per la quale ciascun
condividente è considerato titolare, sin dal momento dell’apertura
della successione, dei soli beni concretamente assegnatigli”. Ciò
premesso, si è precisato che “persino nell’ipotesi di pronunzia
dichiarativa, per quanto possa operare la fictio della retroattività
posta dall’art. 757 cod. civ. e lo stato d’indivisione debba considerarsi
come non mai sorto, la comunione è stata, tuttavia, per tutto il tempo
della sua durata, una realtà, di fatto e di diritto, per la quale si sono
prodotti effetti materiali e giuridici la cui rilevanza non può essere
pretermessa, e che tale situazione si è protratta sino alla pronunzia
dei provvedimenti definitivi con i quali è stata sciolta la comunione ed
è stata attuata la divisione”.
Orbene, se “la situazione d’indivisione del bene comune è,
dunque, una realtà di fatto e di diritto (…) che permane sino al suo
scioglimento a seguito della pronunzia dei provvedimenti definitivi che
la fanno venir meno”, deve concludersi “che prima di tale momento
8

sulla natura del giudizio divisorio.

non sussiste debito [e credito, n.d.r.] alcuno”, essendo “la principale
finalità cui deve rispondere il giudizio divisorio” quella “che sia
assicurata la formazione di porzioni di valore corrispondente alle
quote, esigenza cui si provvede facendo precedere la formazione delle
porzioni – che possono avere ad oggetto parti del bene comune, ma

come nell’ipotesi del conguaglio – dalla stima del bene”.

9.1.2. Tanto premesso, ovvero constatato che in assenza di
“provvedimenti definitivi”, resi all’esito del giudizio divisorio, non è
possibile postulare (neppure) l’esistenza di un credito in capo ai
condividenti, la tesi veicolata con il primo motivo di ricorso, che
ipotizza la violazione dell’art. 282 cod. proc. civ., risulta destituita di
ogni fondamento
Una conclusione, questa, che si impone a prescindere dalla
questione relativa alla natura – costitutiva oppure di accertamento della sentenza resa all’esito del giudizio divisorio, visto che
“l’anticipazione dell’efficacia della sentenza rispetto al suo passaggio
in giudicato ha riguardo soltanto al momento della esecutività della
pronuncia, con la conseguenza (atteso il nesso di correlazione
necessaria tra condanna ed esecuzione forzata) che la disciplina
dell’esecuzione provvisoria di cui all’art. 282 cod. proc. civ. trova
legittima attuazione soltanto con riferimento alle sentenze di
condanna, le uniche idonee, per loro natura, a costituire titolo
esecutivo, postulando il concetto stesso di esecuzione un’esigenza di
adeguamento della realtà al «decisum» che, evidentemente, manca
sia nelle pronunce di natura costitutiva che in quelle di accertamento”
(cfr. Cass. Sez. 1, sent. 6 febbraio 1999, n. 1037, Rv. 523019-01, in
senso analogo Cass. Sez. 2, sent. 12 luglio 2000, n. 9236, Rv.
538394; per l’affermazione secondo cui, salvo le “statuizioni di
condanna consequenziali, le sentenze di accertamento – così come
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anche somme di denaro, pur se non comprese nella massa dividenda

quelle costitutive – non hanno l’idoneità, con riferimento all’art. 282
cod. proc. civ., ad avere efficacia anticipata rispetto al momento del
passaggio in giudicato, atteso che la citata norma, nel prevedere la
provvisoria esecuzione delle sentenze di primo grado, intende
necessariamente riferirsi soltanto alle pronunce di condanna

libro del codice di rito civile”, si veda Cass. Sez. 2, sent. 26 marzo
2009, n. 7369, Rv. 607307-01).

9.2. Anche il secondo motivo di ricorso non è fondato.
Sul punto, è sufficiente osservare che il notaio incaricato delle
operazioni divisionali non viene ad espletare una prestazione
professionale riconducibile al disposto dell’art. 2230 cod. civ.,
operando, piuttosto, come ausiliario del giudice, e dunque quale
titolare di un munus publicum, essendo alla sua attività riconosciuta,
addirittura, natura amministrativa (Cass. Sez. 2, sent. 26 gennaio
2000, n. 869, Rv. 533198-01).

10. Le spese del presente giudizio vanno poste a carico della
parte ricorrente e sono liquidate, in favore di Rocchina Ranocchia, e
per essa al difensore Bruno Caputo dichiaratosi antistatario, come da
dispositivo, ai sensi del d.m. 10 marzo 2014, n. 55.
A carico del ricorrente rimasto soccombente sussiste l’obbligo di
versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi
dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115.

PQM

La Corte rigetta il ricorso, condannando Fulvio Mecenate a
rifondere a Rocchina Ranocchia, e per essa al difensore Bruno Caputo
dichiaratosi antistatario, le spese del presente giudizio, che liquida in
10

suscettibili secondo i procedimenti di esecuzione disciplinati dal terzo

C. 8.200,00, di cui C 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella
misura del 15% e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002,
n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24
dicembre 2012, n. 228, la Corte dà atto della sussistenza dei

importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il
ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, all’esito di adunanza camerale della Sezione
Terza Civile della Corte di Cassazione, il 27 settembre 2017.

presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore

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