Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3994 del 15/02/2017


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Cassazione civile, sez. II, 15/02/2017, (ud. 07/12/2016, dep.15/02/2017),  n. 3994

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26549/2012 proposto da:

M.B., C.F. (OMISSIS), DIFENSORE DI SE STESSA UNITAMENTE

ALL. AVV. PAOLO IANES, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE;

– ricorrente –

contro

S.G., (OMISSIS), B.G. (OMISSIS), elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA G. PISANELLI 4, presso lo studio

dell’avvocato GIUSEPPE GIGLI, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato PAOLO ROSA;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 636/2012 del TRIBUNALE di TRENTO, depositata

il 28/06/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/12/2016 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO;

udito l’Avvocato M.B. difensore di sè stessa che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avv. Gigli Giuseppe difensore dei controricorrenti che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PEPE Alessandro, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso, 8^

motivo.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’avvocatessa M.B. ricorre contro i coniugi B.G. e S.G. per la cassazione della sentenza con cui il tribunale di Trento, confermando la sentenza del giudice di pace della stessa città, ha rigettato la sua domanda di pagamento di Euro 1.855 per le prestazioni professionali da lei rese in favore degli stessi coniugi nel contenzioso dai medesimi instaurato davanti al Tribunale di Rovereto per ottenere dalla Cassa rurale di Lizzana la restituzione di Euro 25.000 persi in un investimento in obbligazioni emesse dalla Repubblica Argentina.

Il tribunale trentino – dopo aver affermato l’esistenza e, al contempo, la nullità (per contrasto con i minimi tariffari inderogabili) di un accordo inter partes avente ad oggetto la determinazione del compenso dell’avvocatessa M. nell’importo forfettario di Euro 612 per l’intero giudizio di primo grado – ha liquidato il compenso alla stessa spettante nell’importo (comprensivo di spese generali, IVA e CPA) di Euro 1.919,69 e, defalcato tale importo del 20% a titolo di ritenuta d’acconto, ha determinato il debito netto dei sigg.ri B. e S. in Euro 1.614,59, somma inferiore a quella già da costoro versata alla professionista (Euro 1.620), così pervenendo al rigetto della domanda dell’avvocatessa M..

Il ricorso per cassazione si articola su dieci motivi.

I sigg.ri B. e S. hanno resistito con controricorso.

La causa è stata discussa alla pubblica udienza del 7.12.16, per la quale solo i contro ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c. e nella quale il Procuratore Generale ha concluso come in epigrafe.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

I primi cinque motivi di ricorso censurano (i primi tre sotto il profilo, variamente e ripetitivamente prospettato, del vizio di ultrapetizione, il quarto sotto il profilo della violazione degli artt. 1421 e 2697 c.c., ed il quinto sotto il profilo del vizio di insufficiente e/o contraddittoria motivazione) le statuizioni della sentenza gravata con cui il tribunale ha, per un verso, affermato l’esistenza di un accordo inter partes di determinazione forfettaria del compenso che non era stato dedotto in giudizio nè dall’attore nè dai convenuti e, per altro verso, dichiarato la nullità di tale accordo.

Tutti detti motivi sono inammissibili per carenza di interesse, perchè le affermazioni con i medesimi censurate (di esistenza di un patto di determinazione forfettaria del compenso e di nullità del medesimo) elidono a vicenda la rispettiva portata decisoria, cosicchè la ratio decidendi della sentenza gravata finisce con il prescindere completamente da tali affermazioni, risolvendosi nel mero raffronto tra l’ammontare del credito professionale liquidato dal giudice (in mancanza di notule tassata dal consiglio dell’ordine) e le somme già a tale titolo percepite. Le statuizioni censurate con i primi cinque mezzi di ricorso risultano quindi, in definitiva, estranee alla ratio decidendi della sentenza gravata, dal che deriva l’inammissibilità delle censure. Il sesto e settimo motivo (tra loro sovrapponibili) lamentano la violazione del principio di non contestazione in cui il tribunale sarebbe incorso liquidando l’ammontare del compenso spettante all’attrice senza rilevare che il quantum dalla stessa indicato nell’atto di citazione non aveva formato oggetto di contestazione da parte dei convenuti.

I motivi sono infondati perchè il principio di non contestazione riguarda i fatti allegati (purchè le relative circostanze risultino specificate in modo dettagliato ed analitico, cfr. Cass. n. 21847/14) non le domande proposte.

Con l’ottavo motivo la ricorrente, premesso in diritto che solo i titolari di partita IVA sono tenuti praticare la ritenuta di acconto quali sostituti di imposta, censura la sentenza gravata per aver defalcato dal suo credito l’importo della ritenuta d’acconto, senza considerare che sigg.ri B. e S. non rientravano nella categoria dei sostituti di imposta e, comunque, senza verificare se i medesimi avessero effettuato il veramente dell’imposta all’erario. Il motivo è fondato, nei termini che di seguito si precisano.

Nella sentenza gravata il credito dell’attrice viene defalcato dell’importo della ritenuta d’acconto astrattamente applicabile, senza, tuttavia, alcuna verifica ed accertamento in ordine alla sussistenza dell’obbligo dei signori B. e S. di praticare la ritenuta d’acconto e, specificamente, senza alcuna verifica in ordine ai presupposti di fatto per l’inclusione dei signori B. e S. tra le categorie dei soggetti elencati nel D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 23 (richiamato dall’art. 25 dello stesso D.P.R., per l’identificazione dei soggetti tenuti a praticare la ritenuta d’acconto sui compensi corrisposti per prestazioni di lavoro autonomo).

Con il nono e il decimo motivo la ricorrente censura la liquidazione dei suoi onorai nei minimi tariffari. Il motivo è inammissibile, avendo questa Corte più volte affermato (tra le varie, sent. 11583/04, vedi anche sent. 20289/15) che, in tema di compensi per lo svolgimento di attività professionale, la determinazione degli onorari di avvocato costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice, che, se contenuto tra il minimo ed il massimo della tariffa, non richiede motivazione specifica e non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità.

In definitiva si deve accogliere l’ottavo motivo del ricorso, rigettati gli altri, e la sentenza gravata va cassata con rinvio alla corte territoriale per la verifica della sussistenza dei presupposti di applicabilità della disciplina sulla ritenuta d’acconto.

PQM

La Corte accoglie l’ottavo motivo del ricorso, rigetta gli altri, cassa la sentenza gravata per quanto di ragione e rinvia al tribunale di Trento, in altra composizione, che regolerà anche le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 7 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2017

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