Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39729 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. I, 13/12/2021, (ud. 06/10/2021, dep. 13/12/2021), n.39729

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 10849/2020 proposto da:

B.U., rappresentato e difeso dall’Avv. Massimo Ricci, per

procura speciale in calce al ricorso per cassazione.

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, nella persona del Ministro pro tempore e

Prefettura di Ascoli Piceno, nella persona del Prefetto pro tempore,

rappresentati e difesi dall’Avvocatura dello Stato e domiciliati

presso i suoi Uffici in Roma, via dei Portoghesi, n. 12.

– controricorrenti –

avverso l’ordinanza del Giudice di Pace di Ascoli Piceno, depositata

il 5 marzo 2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

06/10/2021 dal Consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con ordinanza del 5 marzo 2020, il Giudice di Pace di Ascoli Piceno ha rigettato l’opposizione proposta da B.U., nato in (OMISSIS), nei confronti del decreto di espulsione del Prefetto di Ascoli Piceno emesso il 7 gennaio 2020, assumendo che il decreto di espulsione era stato legittimamente adottato, che il provvedimento risultava essere stato tradotto, oltre che in italiano, anche nella lingua veicolare inglese e che, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 5, la proposizione del ricorso e dell’istanza cautelare di cui al comma 4, non sospendeva l’efficacia esecutiva del provvedimento che aveva dichiarato inammissibile la domanda di riconoscimento della protezione internazionale ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 29, comma 1, lett. b).

2. Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso B.U. con atto affidato a cinque motivi.

3. Le Amministrazioni intimate hanno depositato controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo si lamenta la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 18, comma 6 e la nullità del procedimento e del provvedimento impugnato, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4; il difetto di legittimazione passiva, ovvero di titolarità passiva della potestà a resistere in giudizio della Questura di Ascoli Piceno, in quanto unica legittimata a stare in giudizio era la Prefettura di Ascoli Piceno, con la conseguente nullità del procedimento e del provvedimento impugnato; che la Questura di Ascoli Piceno aveva inviato una memoria di costituzione a mezzo pec, sottoscritta dal Dirigente dell’Ufficio Immigrazioni per il Questore, senza che vi fosse stata alcuna costituzione della Prefettura di Ascoli Piceno e che tale memoria, inammissibile, era stata impugnata e contestata.

1.1. Il motivo è infondato.

1.2 Ed infatti, seppure è vero che il prefetto, quale autorità che ha emesso il provvedimento impugnato, è l’unico legittimato passivo nel giudizio di impugnazione del decreto di espulsione, è altrettanto vero che, a mente del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 18, comma 6, “L’autorità che ha emesso il provvedimento impugnato può costituirsi fino alla prima udienza e può stare in giudizio personalmente o avvalersi di funzionari appositamente delegati”.

Sicché la costituzione in giudizio sottoscritta da un funzionario della Questura – che fa parte della medesima amministrazione cui appartiene il prefetto – rispetta il dettato normativo richiamato.

2. Con il secondo motivo si lamenta l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, del diritto dello straniero di rimanere nel territorio italiano per tutta la durata della procedura di richiesta di protezione internazionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 7, nella quale doveva essere sentito.

2.1 In disparte la non corretta rubricazione della censura formulata come omesso esame di fatto decisivo e valutando la stessa quale denuncia di violazione di norme di diritto, il motivo è infondato.

2.2 Ed invero, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 7, prevede il diritto del richiedente asilo di rimanere nel territorio nazionale, ma soltanto “fino alla decisione della commissione territoriale”, nella specie pacificamente adottata il 22 febbraio 2019.

Va, altresì, considerato che, di regola, l’impugnazione del diniego della commissione davanti al tribunale comporta la sospensione dell’efficacia esecutiva del provvedimento negativo impugnato, fino alla decisione del tribunale (D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 3), ma tale sospensione è esclusa nel caso di declaratoria di inammissibilità della domanda reiterata di protezione ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 29, comma 1, lett. b), (D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 5), come nel caso in esame.

Inoltre, se è vero che l’espulsione non può essere disposta finché pende il termine per impugnare il diniego della commissione (D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 4 e Cass., 22 maggio 2019, n. 13891 e Cass., 13 dicembre 2019, n. 32958), è anche vero che nella specie il Giudice di pace ha accertato, in fatto, che il diniego della commissione era stato notificato al ricorrente il 9 aprile 2019, dunque il termine per impugnare era abbondantemente trascorso alla data del decreto di espulsione del 7 gennaio 2020.

Infine, la contestazione della validità o esistenza della notifica predetta, da parte del ricorrente per cassazione, è inammissibile perché si basa su una censura dei fatti come accertati dal giudice di merito ed è anche una doglianza nuova perché non se ne dà conto nell’ordinanza del Giudice di pace, né il ricorrente deduce specificamente di averla proposta nel giudizio di merito.

3. Con il terzo motivo si lamenta la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 7 e l’omessa traduzione scritta del provvedimento di espulsione nella lingua conosciuta dallo straniero (lingua bangla).

3.1 Il motivo è fondato, alla luce del principio di diritto già enunciato da questa Corte secondo cui “E’ nullo il provvedimento di espulsione (nella specie di cittadino indiano entrato in Italia sottraendosi ai controlli di frontiera e trattenutosi nel territorio dello Stato illegalmente) tradotto in lingua veicolare per l’affermata irreperibilità immediata di traduttore nella lingua conosciuta dallo straniero, salvo che l’amministrazione non affermi ed il giudice ritenga plausibile, l’impossibilità di predisporre un testo nella lingua conosciuta dallo straniero per la sua rarità ovvero l’inidoneità di tal testo alla comunicazione della decisione in concreto assunta” (Cass., 8 marzo 2012, n. 3676; Cass., 28 maggio 2018, n. 13323; Cass., 30 ottobre 2020, n. 24015).

3.2 Il Giudice di pace, nel caso in esame, non ha fatto corretta applicazione del principio richiamato, poiché ha affermato che il provvedimento risultava tradotto, oltre che in italiano, anche in una delle cosiddette lingue veicolari e specificamente in lingua inglese, senza verificare se fosse stata accertata dall’Amministrazione l’indisponibilità di interpreti in una lingua nota allo straniero, per essere quest’ultima una lingua rara.

La motivazione dell’ordinanza impugnata e’, dunque errata in diritto, avendo puramente e semplicemente equiparato le lingue veicolari alla lingua nota allo straniero.

4. Con il quarto motivo si lamenta la violazione e/o falsa applicazione, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, per violazione della L. n. 241 del 1990, art. 21 octies; la nullità del procedimento ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e l’illegittimità del decreto di espulsione per incompetenza dell’organo emanante.

4.1 Il motivo è inammissibile, per la novità della questione dedotta, che non risulta dal provvedimento impugnato, rilevandosi, sul punto, il ricorso privo di autosufficienza perché non rispettoso del noto principio secondo cui “Qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, il ricorso deve, a pena di inammissibilità, non solo allegare l’avvenuta loro deduzione dinanzi al giudice di merito, ma anche indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto in virtù del principio di autosufficienza del ricorso. I motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena d’inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio di appello, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito né rilevabili d’ufficio” (Cass., 9 luglio 2013, n. 17041; Cass., 13 giugno 2018, n. 15430; Cass., 13 agosto 2018, n. 20712).

5. Con il quinto motivo si lamenta la violazione e/o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, commi 4 e 4 bis e dell’art. 134 c.p.c., per inesistenza del rischio di fuga e l’omessa pronuncia e motivazione su tale punto.

5.1 Il motivo è inammissibile sotto un duplice profilo; in primo luogo, per la novità della questione dedotta, che non risulta dal provvedimento impugnato, rilevandosi, sul punto, il ricorso ancora una volta privo di autosufficienza; in secondo luogo, perché la questione del pericolo di fuga rileva ai fini delle modalità di esecuzione del decreto espulsivo, non già della sua legittimità.

In proposito, questa Corte ha affermato che le regole sull’esecuzione dell’espulsione amministrativa dello straniero, dettate dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 5, nel testo modificato dal D.L. n. 89 del 2011, convertito con modificazioni dalla L. n. 129 del 2011, non hanno alcuna incidenza sulla legittimità del decreto prefettizio di espulsione, atteso che eventuali difformità attinenti all’esecuzione rilevano in sede di sindacato della convalida dell’accompagnamento o del trattenimento non legittimi, ma non in ordine al parametro alla stregua del quale deve essere valutata la legittimità del decreto di espulsione, desumibile unicamente del medesimo D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2 (Cass., 20 giugno 2012, n. 10243; Cass., 11 settembre 2012, n. 15185; Cass., 24 novembre 2017, n. 28157; Cass., 16 dicembre 2019, n. 33171).

6. Con il sesto motivo si solleva questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 3, in relazione agli artt. 3,24,111 e 113 Cost., nella parte in cui prevede l’immediata esecutività del provvedimento di espulsione anche se sottoposto a gravame e impugnativa, senza che sia prevista la possibilità di sospensione del provvedimento e l’obbligo di audizione dell’interessato.

6.1 Il motivo è inammissibile, perché ancora una volta si tratta di questione che attiene alla esecuzione della misura dell’espulsione e non già alla validità del decreto di espulsione.

7. In conclusione, va accolto il terzo motivo di ricorso; vanno dichiarati infondati il primo e il secondo motivo ed inammissibili il quarto, quinto e sesto motivo; il provvedimento impugnato va cassato, in relazione al motivo accolto, con rinvio al Giudice di pace di Ascoli Piceno, in persona di diverso giudicante, che deciderà anche sulle spese del presente giudizio.

PQM

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, dichiara infondati il primo e secondo motivo di ricorso ed inammissibili il quarto, quinto e sesto motivo; cassa il provvedimento impugnato, in relazione al motivo accolto, con rinvio al Giudice di pace di Ascoli Piceno, in persona di diverso giudicante, che deciderà anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 6 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

 

 

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