Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39696 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 13/12/2021, (ud. 20/10/2021, dep. 13/12/2021), n.39696

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6965-2020 proposto da:

N.A., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato LOREDANA LISO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI CROTONE, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ex lege

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1630/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 14/08/2019 R.G.N. 1065/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

20/10/2021 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte di Appello di Catanzaro, con la sentenza impugnata, ha rigettato l’appello proposto da N.A., cittadino (OMISSIS), avverso la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. il Collegio, per quanto specificamente interessa in questa sede, ha negato credibilità al racconto del richiedente protezione che aveva narrato di aver lasciato il Paese di origine “per sfuggire alle accuse di omicidio avanzate nei suoi confronti dai parenti di un ragazzo collega di lavoro”; sulla base di fonti internazionali indicate, ha escluso poi che, per la regione di provenienza dell’istante, sussistessero le condizioni per riconoscere la protezione sussidiaria di cui AL D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c); ha infine negato la protezione umanitaria, non avendo il richiedente neanche allegato una condizione di vulnerabilità;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con 5 motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. i motivi di ricorso possono essere come di seguito sintetizzati: con il primo si denuncia violazione e falsa applicazione DEL D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, comma 1, lett. e) ed f) e artt. 7 e 8, sostenendo che nella specie non vi è ragione per negare “che il Sig. N. sia vittima di atti persecutori e che realmente ha rischiato la propria vita”; con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, comma 1, lett. g) ed h) e art. 14, criticando la sentenza impugnata per avere escluso la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria; il terzo mezzo lamenta la violazione del D.Lgs. n. 150 del 2001, art. 19, comma 8, perché “nel caso specifico né il Tribunale né la Corte di Appello hanno proceduto alla complessiva valutazione del ricorrente”; il quarto motivo denuncia la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3 e la “motivazione apparente” della sentenza impugnata, in ordine alla ritenuta non credibilità del racconto del richiedente; il quinto motivo lamenta violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32, comma 3, criticando i giudici del merito per non aver ravvisato nel caso concreto una condizione di vulnerabilità dell’istante ai fini della concessione di permesso per motivi umanitari;

2. tutte le censure, per come sono state formulate, risultano inammissibili;

esse sono prospettate come violazione e/o falsa applicazione di legge, a sono del tutto prive della necessaria specificità, senza l’osservanza del fondamentale principio secondo cui i motivi per i quali si chiede la cassazione della sentenza non possono essere affidati a deduzioni generali e ad affermazioni apodittiche, con le quali la parte non articoli specifiche censure esaminabili dal giudice di legittimità sulle singole conclusioni tratte dal giudice del merito in relazione alla fattispecie decisa, avendo il ricorrente l’onere di indicare con precisione gli asseriti errori contenuti nella sentenza impugnata, in quanto, per la natura di giudizio a critica vincolata propria del giudizio di cassazione, il singolo motivo assolve alla funzione di identificare la critica mossa ad una parte ben specificata della decisione espressa (v., tra molte, Cass. n. 2959 del 2020; conf. Cass. n. 1479 del 2018); pertanto, se nel ricorso per cassazione si sostiene l’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo, si deve chiarire a pena di inammissibilità l’errore di diritto imputato al riguardo alla sentenza impugnata, in relazione alla concreta controversia (Cass. SS.UU. 21672 del 2013); in caso contrario, la censura – pur formalmente formulata come vizio di violazione di norme legge – nella sostanza si traduce in una inammissibile denuncia di errata valutazione da parte del Giudice del merito del materiale probatorio acquisito ai fini della ricostruzione dei fatti, effettuata nell’esercizio di un apprezzamento non censurabile in sede di legittimità, se non sotto il profilo del vizio di motivazione, peraltro nei ristretti limiti di cui al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, neanche invocato da parte ricorrente;

ancora di recente le Sezioni unite hanno ribadito l’inammissibilità di censure che “sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione e falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, degradano in realtà verso l’inammissibile richiesta a questa Corte di una rivalutazione dei fatti storici da cui è originata l’azione”, così travalicando “dal modello legale di denuncia di un vizio riconducibile all’art. 360 c.p.c., perché pone a suo presupposto una diversa ricostruzione del merito degli accadimenti” (cfr. Cass. SS.UU. n. 34476 del 2019; conf. Cass. SS.UU. n. 33373 del 2019; Cass. SS.UU. n. 25950 del 2020);

anche la doglianza di “motivazione apparente” contenuta nel quarto motivo è del tutto apodittica, mentre nella specie non ricorrono le condizioni della motivazione apparente o contraddittoria secondo Cass. SS.UU. n. 22232 del 2016;

3. conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato complessivamente inammissibile; nulla per le spese in difetto di attività difensiva del Ministero intimato;

occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-bis del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (cfr. Cass. SS.UU. n. 4315 del 2020).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 20 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

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