Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39679 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 13/12/2021, (ud. 04/11/2021, dep. 13/12/2021), n.39679

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Presidente –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 10166/2020 R.G., proposto da:

l’Agenzia delle Entrate, con sede in Roma, in persona del Direttore

pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello

Stato, con sede in Roma, ove per legge domiciliata;

– ricorrente –

contro

M.M., rappresentato e difeso dall’Avv. Fabio Falcone, con

studio in Rimini, elettivamente domiciliato presso il recapito del

medesimo difensore in Roma, giusta procura in calce al controricorso

di costituzione nel presente procedimento;

– controricorrente –

avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale

dell’Emilia Romagna il 5 settembre 2019 n. 1544/12/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 4 novembre 2021 dal Dott. Giuseppe Lo Sardo.

 

Fatto

RILEVATO

che:

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza depositata dal Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna il 5 settembre 2019 n. 1544/12/2019, che, in controversia avente ad oggetto l’impugnazione di avvisi di accertamento per IRPEF, IRAP ed IVA relative agli anni 2009 e 2010, all’esito di istruttoria D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ex art. 41-bis, in dipendenza della detrazione di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti con riguardo a contratti di sponsorizzazione per corse automobilistiche, ha accolto l’appello proposto da M.M. nei confronti della medesima avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Provinciale di Rimini il 21 aprile 2016 n. 206/01/2016, con compensazione delle spese di lite. La Commissione Tributaria Regionale ha riformato la decisione di prime cure sul presupposto della carenza di prova della inesistenza delle operazioni fatturate al momento dell’emanazione degli atti impositivi, anche in considerazione della successiva archiviazione del procedimento penale nei confronti del legale rappresentante delle società considerate “cartiere” per insussistenza e inconsistenza delle medesime prove. M.M. si è costituito con controricorso. Ritenuta la sussistenza delle condizioni per definire il ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., la proposta formulata dal relatore è stata notificata ai difensori delle parti con il decreto di fissazione dell’adunanza della Corte. Il controricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo, si denuncia nullità della sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, artt. 36 e 61, nonché dell’art. 132, c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver deciso l’appello con motivazione meramente apparente.

2. Con il secondo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 109, degli artt. 2697,2727 e 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver erroneamente ritenuto che le risultanze delle indagini svolte dalla polizia tributaria fossero prive di valore indiziario ai fini dell’accertamento, facendo affidamento sulla sola archiviazione del procedimento penale sui medesimi fatti.

Ritenuto che:

1. Il primo motivo è infondato.

1.1 Invero, si è in presenza di una tipica fattispecie di “motivazione apparente”, allorquando la motivazione della sentenza impugnata, pur essendo graficamente (e, quindi, materialmente) esistente e, talora, anche contenutisticamente sovrabbondante, risulta, tuttavia, essere stata costruita in modo tale da rendere impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento decisorio, e quindi tale da non attingere la soglia del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6 (tra le tante: Cass., Sez. 1″, 30 giugno 2020, n. 13248; Cass., Sez. 6″-5, 25 marzo 2021, n. 8400; Cass., Sez. 6″-5, 7 aprile 2021, n. 9288; Cass., Sez. 5″, 13 aprile 2021, n. 9627).

1.2 Nella specie, non si può ritenere che la sentenza impugnata sia insufficiente o incoerente sul piano della logica giuridica, contenendo un’adeguata esposizione delle ragioni sottese all’accoglimento dell’appello (al di là di ogni considerazione sul piano della loro fondatezza in diritto), con particolare riguardo alla carente prova dell’inesistenza delle controverse sponsorizzazioni a prezzi “gonfiati”, delle quali il giudice di merito ha valutato l’effettività e la realtà in relazione all’archiviazione del procedimento penale nei confronti del legale rappresentate delle società considerate “cartiere” ed all’inerzia investigativa dell’amministrazione finanziaria. Per cui, la motivazione del decisum raggiunge senz’altro la soglia del minimum costituzionale.

2. Viceversa, il secondo motivo è fondato.

2.1 Per costante giurisprudenza di questa Corte, in tema di IVA, qualora l’amministrazione finanziaria contesti al contribuente l’indebita detrazione di fatture, relative ad operazioni inesistenti, spetta all’ufficio fornire la prova che le operazioni commerciali oggetto di fatturazione non sono mai state poste in essere, indicando gli elementi, anche indiziari, sui quali si fonda la contestazione, mentre è onere del contribuente dimostrare la fonte legittima della detrazione o del costo, altrimenti indeducibili, non essendo sufficiente, a tal fine, la regolarità formale delle scritture o le evidenze contabili dei pagamenti, trattandosi di dati e circostanze facilmente falsificabili (tra le tante: Cass., Sez. 6-5, 15 maggio 2018, n. 11873; Cass., Sez. 5, 19 dicembre 2019, n. 33915; Cass., Sez. 5, 21 novembre 2019, n. 30366; Cass., Sez. 5, 27 febbraio 2020 n. 5339; Cass., Sez. 5″, 20 luglio 2020, n. 15369; Cass. Sez. 5, 5 agosto 2021, nn. 22321 e n. 22322; Cass., Sez. 5, 15 ottobre 2021, n. 28541)

2.2 Inoltre, in materia di deducibilità dei costi d’impresa, la derivazione dei costi da una attività che è espressione di distrazione verso finalità ulteriori e diverse da quelle proprie dell’attività dell’impresa, come in caso di operazioni oggettivamente inesistenti per mancanza del rapporto sottostante, comporta il venir meno dell’indefettibile requisito dell’inerenza tra i costi medesimi e l’attività imprenditoriale, inerenza che è onere del contribuente provare, al pari dell’effettiva sussistenza e del preciso ammontare dei costi medesimi; tale ultima prova non può, peraltro, consistere nella esibizione della fattura, in quanto espressione cartolare di operazioni commerciali mai realizzate, né nella sola dimostrazione della regolarità formale delle scritture contabili o dei mezzi di pagamento adoperati, i quali vengono normalmente utilizzati proprio allo scopo di far apparire reale un’operazione fittizia (Cass., Sez. 5, 19 dicembre 2019, n. 33915; Cass. Sez. 5, 6 agosto 2020, n. 16779; Cass., Sez. 5, 10 febbraio 2021, nn. 3252 e 3253; Cass., Sez. 5, 18 ottobre 2021, nn. 28723 e 28724).

2.3 Ad ogni modo, in materia di contenzioso tributario, se da una parte nessuna automatica autorità di cosa giudicata può attribuirsi alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati fiscali, ancorché i fatti esaminati in sede penale siano gli stessi che fondano l’accertamento degli uffici finanziari, dal momento che nel processo tributario vigono i limiti in tema di prova posti dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 7, comma 4, e trovano ingresso, invece, anche presunzioni semplici, di per sé inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna ed il giudice tributario non può, quindi, limitarsi a rilevare l’esistenza di una sentenza penale definitiva in materia di reati fiscali, recependone acriticamente le conclusioni assolutorie, è tuttavia tenuto, nell’esercizio dei propri poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti (art. 116 c.p.c.), a procedere ad un suo apprezzamento del contenuto della decisione, ponendolo a confronto con gli elementi di prova acquisiti al giudizio (Cass., Sez. 6-5, 24 novembre 2017, n. 28174; Cass., Sez. 6-5, 3 giugno 2021, n. 15330; Cass., Sez. 5, 17 giugno 2021, n. 17310)

2.4 Ne consegue che l’imputato assolto in sede penale, anche con formula piena, per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, può essere ritenuto responsabile fiscalmente qualora l’atto impositivo risulti fondato su validi indizi, insufficienti per un giudizio di responsabilità penale, ma adeguati, fino a prova contraria, nel giudizio tributario (Cass., Sez. 5, 28 giugno 2017, n. 16262; Cass., Sez. 5, 27 giugno 2019, n. 17258; Cass., Sez. 6-5, 3 giugno 2021, n. 15330) 2.5 A maggior ragione, quindi, la sopravvenienza di un decreto di archiviazione è insufficiente a fornire la prova della realtà delle operazioni soggette ad IVA. Infatti, il decreto di archiviazione è soltanto un mero indizio, mentre la contabilità regolare costituisce proprio la modalità che gli imprenditori utilizzano per compiere le operazioni carosello, detrarre l’IVA e dedurre le spese. Invero, il decreto di impromuovibilità dell’azione penale (adottato ai sensi dell’art. 408 c.p.p. e ss.) non impedisce che lo stesso fatto venga diversamente definito, valutato e qualificato dal giudice civile (nella specie, del giudice tributario), poiché, a differenza della sentenza, la quale presuppone un processo, il provvedimento di archiviazione ha per presupposto la mancanza di un processo e non dà luogo a preclusioni di alcun genere (Cass., Sez. 5, 13 aprile 2007, n. 8888; Cass., Sez. 5 18 aprile 2014, n. 8999; Cass., Sez. 5, 30 dicembre 2019, n. 34723; Cass., Sez. 5, 21 gennaio 2021, n. 1157).

Per cui, posto che il decreto di archiviazione non fa stato nel processo tributario, il giudice di appello avrebbe dovuto valutare la effettiva valenza dimostrativa nel presente processo delle motivazioni del decreto di archiviazione, alla luce di tutti gli elementi di fatto che gli avvisi di accertamento avevano evidenziato a fini del recupero a tassazione dell’IVA indebitamente detratta (Cass., Sez. 5, 21 gennaio 2021, n. 1157).

2.6 Nella specie, in difformità dai principi enunciati, il giudice di appello ha aprioristicamente escluso ogni rilevanza alle risultanze emerse in sede di accertamento, all’esito del decreto di archiviazione del procedimento penale nei confronti del legale rappresentate delle società considerate “cartiere”, deducendone che l’amministrazione finanziaria non avesse assolto l’onere probatorio a suo carico. Secondo la sentenza impugnata, infatti, l’archiviazione in sede penale “priva alla base la motivazione degli avvisi di accertamento emessi, per i quali l’agenzia non ha nemmeno posto in essere quelle indagini che potevano favorire la possibilità di far emergere l’ipotizzato ritorno di denaro”.

3. Pertanto, si deve rigettare il primo motivo di ricorso, accogliere il secondo motivo di ricorso e cassare la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto con rinvio alla Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte rigetta il primo motivo ed accoglie il secondo motivo di ricorso; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale effettuata da remoto, il 4 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

 

 

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