Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39666 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. trib., 13/12/2021, (ud. 24/05/2021, dep. 13/12/2021), n.39666

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A. P. – Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – Consigliere –

Dott. PANDOLFI Catello – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

Sul ricorso iscritto al n. 20992/2016 proposto da:

Curatela Fallimentare di L.G. rappresentata e difeso

dall’avv. Oreste Cantillo elettivamente domiciliato in Roma

Lungotevere dei Mellini n. 17;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, domiciliata in Roma via dei Portoghesi 12.

– controricorrente-

Avverso la decisione della Commissione tributaria regionale della

Campania n. 1091/29/2016 depositata il 9/02/2016

Udita la relazione del Consigliere Dott. Pandolfi Catello nella

pubblica udienza del 24 maggio 2021, alla quale non sono intervenuti

il P.G. e il difensore del ricorrente.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Curatela fallimentare di L.G. ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria regionale della Campania n. 1091/29/2016 depositata il 9 febbraio 2016.

La vicenda trae origine dall’accertamento in merito dall’acquisto da parte della società Deiulemar Compagnia di Navigazione s.p.a. (di seguito indicata come DCN), della quale era socio il L. ed altri, dell’intero capitale della società “Altom”, poi denominata Deiulemar Holding (di seguito indicata come DH).

Tale ultima società acquistava, a sua volta, l’intero capitale della DCN, dovendosi precisare che i soci dell’una, acquirente, e dell’altra, alienante, erano le stesse persone fisiche

Il ricorrente, a seguito di tale articolata operazione aveva percepito, nel 2008, somme, da lui indicate come debito in capo alla DH, dovutegli per l’acquisto delle sue partecipazioni in DCN. Al riguardo l’Agenzia qualificava tale importo come percezione dei dividendi corrispostigli dalla DCN. Ravvisando, l’Ufficio, nell’operazione suddetta, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 bis, l’intento elusivo di evitare la tassazione dei dividendi, prospettati come riscossione di un credito verso DH.

Su tale premessa, l’A.F. notificava, in data 27 dicembre 2011, a L.G., l’avviso di accertamento (OMISSIS), per il recupero di maggiori imposte, interessi e sanzioni, per l’anno 2008.

Il L. opponeva l’atto, senza esito favorevole in entrambi i gradi di merito. Impugna la decisione d’appello articolando tre motivi di ricorso, di seguito esaminati. Ha resistito l’Agenzia delle Entrate con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, la ricorrente lamenta omessa pronuncia in violazione dell’art. 112 c.p.c. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

In particolare il Giudice regionale avrebbe omesso di pronunciarsicirca: a) la doglianza relativa alla violazione del D.Lgs. n. 218 del 1997, art. 2 e la L. n. 212 del 2010, art. 10; b) la doglianza relativa alla violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 bis sugli effetti conseguenti all’accertamento con adesione circa la qualificazione data al negozio giuridico oggetto della tassazione, che diverrebbe imimodificabile anche per gli avvisi di accertamento relativi agli anni successivi; c) le ragioni che avevano indotto i soci DCN alla “cessione” in vista di un’operazione di razionalizzazione in tempi più celeri, rispetto a quello occorrenti per una procedura di “conferimento”.

Il motivo è infondato.

Giova evidenziare che la sentenza impugnata è caratterizzata dal fatto che il giudice regionale ha dapprima esposto i motivi di ricorso alla CTP, le controdeduzioni dell’Ufficio e le motivazioni per le quali il primo giudice aveva respinto il ricorso. Alla fine di tale enunciazione – che implica anche, nello sviluppo dell’excursus, prendere cognizione delle ragioni delle parti e ripercorrere l’iter motivazionale del primo giudizio. Il giudicante ha ritenuto di condividerlo, facendo propri gli stessi motivi, dopo averli richiamati. Del resto, il giudice d’appello non è tenuto a porre a base della sua decisione motivi ulteriori e diversi da quelli del giudice di primo grado. Ciò premesso, la sentenza rende palese, attraverso le modalità redazionali suindicate e quindi con la chiave di lettura che ne deriva, che l’accertamento per adesione relativa al 2004 non vincolava l’Amministrazione per gli avvisi relativi agli anni successivi, estranei a quella procedura, sia pure derivante dalla stessa vicenda, “essendo inibito (all’Ufficio) solo un ulteriore e diverso accertamento per lo stesso anno oggetto di adesione”, come si legge nella sentenza. Pertanto, non vi era impedimento, per i successivi periodi d’imposta, ad una diversa qualificazione della costruzione giuridica adottata dal L. e soci, anche se l’accertamento per il 2004, era stato definito in base alla qualificazione dell’operazione come “cessione” e non di “conferimento”. Nessun altro impegno, se non per quell’anno, l’A.F. aveva, dunque, assunto, non suscitando per gli anni successivi alcun affidamento, a cui sarebbe venuta meno.

E’ poi motivata la ragione, per la quale l’operazione posta in essere dal ricorrente e dagli altri soci della DCN, era ritenuta artificiosa ed aveva la vera finalità di eludere l’obbligo di tassare i dividendi distribuiti da una società di capitale a persone fisiche. Indicando, la sentenza, come sintomo che il vero obiettivo non fosse quello di cedere le partecipazioni azionarie alla DH, la circostanza che per “il ritardo dei pagamenti in violazione delle previsioni contrattuali (non) fosse stata avanzata alcuna richiesta di sanzioni”. Del resto, ciò si spiega con il fatto che le persone fisiche dei soci delle due società erano le medesime, dando luogo ad una vendita a se stessi. Ne’ la decisione impugnata manca di richiamare “la insussistenza di valide ragioni economiche”, quale indice della natura elusiva dell’operazione. Anche il riferimento all’esigenza di razionalizzazione organizzativa dell’attività, che la curatela richiama nel ricorso in esame, per giustificare la scelta, resta priva di un concreto significato. Il termine razionalizzazione e’, infatti, un concetto polivalente che, per prendere corpo, nella situazione data, avrebbe dovuto assumere un preciso contenuto economico, che la CTR ha escluso.

Con il secondo motivo la società censura la violazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 6, comma 21, art. 17, ritenendo illegittima l’applicazione delle sanzioni.

In particolare, deduce che il contribuente con il porre in essere condotte elusive non viola alcuna specifica norma tributaria, consistendo le la elusione in un aggiramento e non in una infrazione espressa del precetto di legge. Pertanto – assume – che “l’unica conseguenza prevista dal citato D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37-bis è il disconoscimento del vantaggio fiscale cui consegue la tassazione determinata in base alle disposizioni eluse, e non l’applicazione di sanzioni, per le quali, vigendo il principio di stretta legalità tratto dalla normativa in materia penale è necessaria una norma che espressamente la preceda”. Deve, pertanto, escludersi – sostiene la ricorrente – che una sanzione amministrativa in materia tributaria possa applicarsi a fronte della violazione, non di una precisa disposizione di legge, ma di un principio generale, quale quello antielusivo ritenuto immanente al sistema.

La tesi è infondata.

Questa Corte ha infatti affermato che “In materia tributaria, il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, che trova fondamento nel D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37-bis, secondo il quale l’Amministrazione finanziaria disconosce e dichiara non opponibili le operazioni e gli atti, privi di valide ragioni economiche, diretti solo a conseguire vantaggi fiscali, in relazione ai quali gli organi accertatori emettono avviso di accertamento, applicano ed iscrivono a ruolo le sanzioni di cui al D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 1, comma 2, comminate dalla legge per il solo fatto di avere il contribuente indicato in dichiarazione un reddito imponibile inferiore a quello accertato, rendendo così evidente come il legislatore non ritenga gli atti elusivi quale criterio scriminante per l’applicazione delle sanzioni, che, al contrario, sono irrogate quale naturale conseguenza dell’esito dell’accertamento volto a contrastare il fenomeno dell’abuso del diritto. (Sez. 5 -, Sentenza n. 34750/2019). Dunque, il divieto di pratiche elusive non discende solo da un principio immanente nel sistema, ma ormai da una specifica norma di diritto positivo e lo stesso legislatore ha previsto, come naturale conseguenza di tali condotte, al fine di contrastarle, l’applicazione delle sanzioni previste dalla legge, per aver il contribuente dichiarato un reddito imponibile inferiore a quello accertato.

Con il terzo motivo la ricorrente lamenta l’omesso pronuncia in merito alla dedotta violazione del D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 19, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

In particolare, deduce che la norma prevede, in caso uno stesso fatto sia oggetto sia di sanzione penale che amministrativa, debba applicarsi la sanzione speciale. Nel caso in esame, quella penale avendo l’Amministrazione ritenuto di individuare, nella condotta contestata, il reato di falsa dichiarazione infedele di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 4. Sostiene, la parte, che la sanzione amministrativa avrebbe dovuto essere perciò sospesa sino alla definizione del giudizio penale.

Invero, alcuna omessa pronuncia è desumibile dalla sentenza impugnata in quanto il giudice regionale ha valutato legittima l’applicazione delle sanzioni ammnistrative, implicitamente ritenendo che non vi fosse, nel contempo, una sanzione penale applicabile, per il principio di specialità, in luogo di quella amministrativa comminata. Tal che la decisione sul punto è conforme allo stesso D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 21, secondo cui l’Ufficio irroga, comunque, la sanzione amministrativa relativa alle violazioni tributarie fatte oggetto di notizia di reato.

Il ricorso va, pertanto, rigettato. Alla soccombenza segue la condanna alle spese di legittimità ed alla rifusione di quelle prenotate a debito.

Ricorrono i presupposti per il versamento del c.d. doppio contributo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna la soccombente al pagamento delle spese di legittimità che liquida in Euro 6.500,00 oltre alle spese prenotate a debito.

Dà atto della sussistenza, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello fissato per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 24 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA