Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39658 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. trib., 13/12/2021, (ud. 11/11/2021, dep. 13/12/2021), n.39658

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – rel. Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 33176/2018 R.G. proposto da:

M.T., elettivamente domiciliata in Roma, via Pierluigi da

Palestrina n. 19 presso lo studio dell’avv. Arturo Iannelli che la

rappresenta e difende, per procura in calce al ricorso.

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato presso

la quale è elettivamente domiciliata in Roma, via dei Portoghesi,

n. 12.

– controricorrente –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE RISCOSSIONE;

– intimata –

avverso la sentenza n. 5402/18 della Commissione tributaria regionale

del Lazio, depositata il 31 luglio 2013;

udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica tenutasi

il giorno 11 novembre 2021, ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art.

23, comma 8 bis, conv. con modif. dalla L. n. 176 del 2020, dal

consigliere Dott.ssa Roberta Crucitti;

lette le conclusioni scritte del P.M., nella persona del sostituto

Procuratore generale Dott. Roberto Mocci che ha chiesto il rigetto

del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Nella controversia originata dall’impugnazione da parte di M.T. di intimazione di pagamento, della comunicazione preventiva di iscrizione ipotecaria e degli atti prodromici, costituiti da avvisi di accertamento e cartelle di pagamento, portanti Irpef delle annualità di imposta 2006 e 2007, la Commissione tributaria regionale del Lazio (d’ora in poi C.T.R.), con la sentenza indicata in epigrafe, rigettava l’appello proposto dalla contribuente avverso la prima decisione, anch’essa alla stessa sfavorevole.

Il Giudice di appello ribadiva, condividendo la prima decisione, la tempestività degli atti prodromici, emessi avvalendosi dell’istituto del raddoppio dei termini, in presenza del deposito presso la Procura della Repubblica competente, di notizia di reato, nonché la loro rituale e tempestiva notificazione. Rilevava che, in assenza di impugnazione, la pretesa impositiva era divenuta definitiva e che l’atto riscossivo non era stato impugnato per vizi propri.

Avverso la sentenza M.T. propone ricorso, su sei motivi, cui resiste, con controricorso, l’Agenzia delle entrate.

L’Agenzia delle entrate-riscossione non ha svolto attività difensiva.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in udienza, ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8 bis, conv. con modif. dalla L. n. 176 del 2020, in prossimità della quale il P.G. ha depositato conclusioni scritte, chiedendo il rigetto del ricorso.

La ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente, va rilevato che, pur dovendosi dichiarare il controricorso proposto dall’Agenzia delle entrate inammissibile per tardività, essendo stato notificato oltre i 40 giorni prescritti, a tale inammissibilità non consegue, come richiesto ed eccepito dalla ricorrente in memoria, l’ulteriore inammissibilità della produzione documentale in quanto nessun documento risulta versato in atti dall’Agenzia delle entrate unitamente al controricorso.

2.Con il primo motivo, la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, costituito dal processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza a carico di M.L., padre della ricorrente, dal quale emergeva la sua totale estraneità rispetto alla pretesa impositiva.

3.Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 4 CEDU, Prot. 7, della Carta di Nizza, art. 50, e degli artt. 10,11,111 e 117 Cost., per violazione del divieto del ne bis in idem laddove, secondo la prospettazione difensiva, essendo la pretesa impositiva riconducibile ad un comportamento posto in essere dal padre della ricorrente (il quale aveva subito un procedimento penale), la stessa condotta contra legem non potrebbe essere addebitata a due soggetti diversi né le stesse somme possono essere soggette due volte alla medesima tassazione.

3.1. Le censure, connesse, possono trattarsi congiuntamente e sono inammissibili.

3.2 Correttamente la C.T.R. non ha esaminato e trattato la questione veicolata dai due mezzi di ricorso per cassazione, trattandosi, per come riferito dalla stessa ricorrente, di prospettazione difensiva in fatto e in diritto, introdotta solo in sede di memoria depositata innanzi al Giudice di appello, ampliativa del thema decidendum fissato dagli originari motivi di impugnazione formulati nel ricorso introduttivo e ribaditi in atto di appello.

4. Con il terzo motivo di ricorso si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 23, 31 e 32 e la violazione degli artt. 97 e 111 Cost., della L. n. 241 del 1990, art. 7 e dell’art. Cost..

Secondo la prospettazione difensiva, la sentenza impugnata sarebbe radicalmente nulla, in quanto i Giudici di appello avrebbero omesso, con grave vulnus al contraddittorio fra le parti, di rilevare l’assoluta tardività della costituzione in giudizio dell’Agenzia delle entrate e la conseguente inammissibilità della produzione documentale allegata alla memoria di controdeduzioni.

5. Con il quarto motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione di legge in cui sarebbe incorsa la C.T.R. la quale, invece, di consentire l’ingresso in giudizio di documenti, avrebbe dovuto dichiarare la loro produzione inammissibile e, in virtù del principio di non contestazione, ritenere provati i fatti come dedotti da essa ricorrente.

6. La censura veicolata dal terzo motivo è infondata e a tale infondatezza consegue anche il rigetto del quarto motivo, su quello basato. Nel caso in esame, infatti, non è contestato, neppure nell’illustrazione del terzo motivo, che l’Amministrazione finanziaria ebbe a produrre nuovamente e tempestivamente in appello i documenti relativi alla notificazione degli atti prodromici e, sul punto, la giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenerne la piena ammissibilità di produzione in appello di documenti anche se preesistenti (cfr. 3661 del 24/02/2015; Cass. n. 27774 del 22/11/2017; Cass. n. 17921 del 23 giugno 2021; in termini Cass.n. Sentenza n. 24398 del 30/11/2016 “in tema di contenzioso tributario, il documento irritualmente prodotto in primo grado può essere nuovamente prodotto in appello, nel rispetto delle modalità previste dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 32 ed in forma analoga nell’art. 87 disp. att. c.p.c.; tuttavia, ove lo stesso sia inserito nel fascicolo di parte di primo grado e quest’ultimo sia depositato all’atto della costituzione unitamente a quello di appello, si deve ritenere raggiunta – ancorché le modalità della produzione non corrispondano a quelle previste dalla legge – la finalità di mettere quel documento a disposizione della controparte, così da consentirle l’esercizio del diritto di difesa, onde l’inosservanza del citato art. 32 deve ritenersi sanata.”).

7. Con il quinto motivo di ricorso – rubricato: violazione e falsa applicazione dell’art. 140 c.p.c. e del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 26 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60, comma 1, lett. e) (art. 360 c.p.c., n. 3) – la ricorrente evidenzia come la documentazione versata agli atti fosse del tutto inidonea a dimostrare l’avvenuta valida notificazione degli avvisi di accertamento e della cartella.

In particolare:

– con riferimento all’invito a fornire chiarimenti, per entrambi i periodi di imposta oggetto di accertamento (2006 e 2007) che l’Amministrazione aveva affermato di avere notificato alla contribuente, non ne era stato prodotta copia né documentazione dimostrativa dell’effettiva notificazione;

– con riferimento all’avviso di accertamento relativo all’anno di imposta 2006, oltre a mancare la compilazione della relata di notifica, l’iter notificatorio non si sarebbe completato mancando in atti la copia dell’avviso di notifica mediante deposito nella casa comunale, asseritamente inviato il 21.12.2012 e, invece, qualora la notificazione fosse avvenuta a mezzo posta anche in tal caso la notificazione sarebbe nulla in quanto non era stato prodotto l’avviso di ricevimento della lettera raccomandata;

– con riferimento all’avviso di accertamento relativo all’anno di imposta 2007 non risultava depositata la copia dell’avviso di notifica mediante deposito nella casa comunale;

– con riferimento alla cartella, la stessa non era mai stata depositata e, anche in questo caso, mancherebbe la copia dell’avviso di deposito, con violazione della norma di cui all’art. 140 c.p.c..

Sul punto la sentenza impugnata così motiva:

dalla documentazione prodotta in atti dall’Agenzia delle entrate emerge come siano stati emessi due avvisi di accertamento…notificati entrambi il 18 dicembre 2012 con raccomandata. A causa della temporanea assenza della destinataria era stato immesso rituale avviso in cassetta, con contestuale invio di ulteriore raccomandata, senza che la contribuente curasse il ritiro del plico entro il termine di giacenza. Per ciò che riguarda, invece, le cartelle di pagamento…. e attiene all’annualità 2006, la notifica della relativa cartella…era stata regolarmente eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c..

Se ne deve dedurre che gli avvisi di accertamento fossero stati notificati a mezzo posta e la cartella ai sensi dell’art. 140 c.p.c..

Ciò posto, in materia di notificazione degli atti impositivi, sono intervenute, di recente, le Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 10012 del 15/04/2021 così massimata: “In tema di notifica di un atto impositivo ovvero processuale tramite servizio postale, qualora l’atto notificando non venga consegnato al destinatario per rifiuto a riceverlo ovvero per sua temporanea assenza ovvero per assenza o inidoneità di altre persone a riceverlo, la prova del perfezionamento del procedimento notificatorio può essere data dal notificante – in base ad un’interpretazione costituzionalmente orientata (art. 24 Cost. e art. 111 Cost., comma 2) della L. n. 890 del 1982, art. 8 – esclusivamente attraverso la produzione in giudizio dell’avviso di ricevimento della raccomandata contenente la comunicazione di avvenuto deposito (cd. C.A.D.), non essendo a tal fine sufficiente la prova dell’avvenuta spedizione della suddetta raccomandata informativa”.

In ordine, invece, alla notifica eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c. la giurisprudenza di questa Corte (Cass., sez. 6-5, n. 10519/2019; Cass. n. 33525 del 2019; Cass. n. 25351 del 11/11/2020 ha reiteratamente statuito che “ai fini della notificazione delle cartelle di pagamento, nel caso di irreperibilità relativa del destinatario, il procedimento da seguire è quello disciplinato dall’art. 140 c.p.c., che prevede la necessità che venga prodotta in giudizio, a prova del perfezionamento del procedimento notificatorio, l’avviso di ricevimento (o di compiuta giacenza) della raccomandata che dà atto dell’avvenuto deposito dell’atto da notificare presso la casa comunale; avviso che, sia esso sottoscritto dal destinatario o da persone abilitate, sia esso annotato dall’agente postale in ordine all’assenza di persone atte a ricevere l’avviso medesimo, è parte integrante della relazione di notifica ai sensi dell’art. 140 c.p.c., in quanto persegue lo scopo di consentire la verifica che l’atto sia pervenuto nella sfera di conoscibilità del destinatario”.

7.1 Il motivo, pertanto, va accolto e la sentenza sul punto va cassata con rinvio al giudice del merito affinché proceda al riesame, ai fini dell’accertamento della ritualità della notificazione degli avvisi di accertamento e della cartella impugnati, adeguandosi ai superiori principi.

8. Il sesto motivo di ricorso – a mezzo del quale si deduce la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, del D.Lgs. n. 128 del 2015, art. 2 e del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 20 – e’, infatti, infondato alla luce del costante orientamento di questa Corte (cfr. tra le altre, Cass. N. 13481 del 2.07.2020; id. n. 17586 del 2019; id n. 22337 del 2018) secondo cui “in tema di accertamento tributario, il raddoppio dei termini previsto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3 e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 3, nei testi applicabili “ratione temporis”, presuppone unicamente l’obbligo di denuncia penale, ai sensi dell’art. 331 c.p.p., per uno dei reati previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, e non anche la sua effettiva presentazione, come chiarito dalla Corte Cost. nella sentenza n. 247 del 2011, sicché, ove il contribuente denunci il superamento dei termini di accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria, deve contestare la carenza dei presupposti dell’obbligo di denuncia, non potendo mettere in discussione la sussistenza del reato il cui accertamento è precluso al giudice tributario.”

9. In conclusione, in accoglimento del solo quinto motivo di ricorso, rigettati o dichiarati inammissibili gli altri, la sentenza impugnata va cassata, nei limiti dei motivi accolti, con rinvio alla C.T.R. del Lazio, in diversa composizione, cui si demanda di provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

PQM

Accoglie il quinto motivo di ricorso, rigettati e inammissibili gli altri.

Cassa la sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto, e rinvia alla Commissione tributaria regionale del Lazio, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 11 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

 

 

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