Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39655 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 13/12/2021, (ud. 21/09/2021, dep. 13/12/2021), n.39655

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14020-2020 proposto da:

H.I., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato FELICE PATRUNO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– resistente –

contro

PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2479/2019 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 27/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 21/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MASSIMO

FALABELLA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E’ impugnata per cassazione la sentenza della Corte di appello di Bari, pubblicata il 27 novembre 2019, con cui è stato respinto il gravame proposto da H.I. nei confronti dell’ordinanza ex art. 702 ter c.p.c., comma 5, del Tribunale del capoluogo pugliese. La nominata Corte ha negato che al ricorrente potesse essere riconosciuto lo status di rifugiato ed ha altresì escluso che lo stesso potesse essere ammesso alla protezione sussidiaria e a quella umanitaria.

2. – Il ricorso per cassazione si fonda su due motivi. Il Ministero dell’interno, intimato, non ha notificato controricorso, ma ha depositato un “atto di costituzione” in cui non è svolta alcuna difesa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il ricorrente denuncia il vizio di motivazione per omesso esame di un fatto storico che ha formato oggetto di discussione e, in particolare, per l’omessa valutazione dell’integrazione socio-lavorativa del richiedente in Italia Viene dedotto che manca, nel provvedimento impugnato, l’esame dell’allegazione relativa all’attività lavorativa svolta in Italia dal ricorrente dal 2017.

Col secondo mezzo vengono lamentate violazione e mancata applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 2, e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 32. Secondo l’istante la Corte di appello avrebbe mancato di considerare la vicenda personale e il pericolo di vita che egli correrebbe in caso di rimpatrio, l’effettiva integrazione di esso ricorrente nel territorio dello Stato, la situazione di violenza generalizzata e diffusa in Nigeria, soprattutto nella propria regione di provenienza, le condizioni di povertà cui egli è stato ridotto a causa della persecuzione subita, il lungo periodo di assenza dal paese di origine e la sua giovane età.

2. – I due mezzi risultano inammissibili.

Il primo motivo è carente di autosufficienza, in quanto il ricorrente non chiarisce il preciso contenuto delle deduzioni svolte nel proprio atto di appello e si limita a richiamare alcuni documenti, prodotti in fase di gravame, il cui contenuto non è stato nemmeno riassunto nella presente sede (al punto che la Corte ignora quali siano i profili di integrazione che l’istante ha inteso far valere). Vanno qui richiamati due principi. Il primo attiene alla deduzione del fatto storico posto a fondamento della censura di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5: il ricorrente per cassazione che denunci l’omesso esame di fatto decisivo ha l’onere, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., n. 6, e dell’art. 369 c.p.c., n. 4, di indicare non solo il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso e il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, ma anche il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8054). Il secondo concerne gli scritti richiamati nel ricorso: sono inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità (Cass. Sez. U. 27 dicembre 2019, n. 34469).

Il secondo mezzo è in parte privo di aderenza alla sentenza impugnata e in parte carente di specificità. Sotto il primo profilo il ricorrente trascura anzitutto di considerare che la sua narrazione è stata considerata non credibile: evenienza, questa, che precludeva alcuna valorizzazione dei fatti che in essa si inscrivevano. Egli inoltre non tiene in conto che, secondo quanto rilevato dalla Corte di merito, la regione di provenienza del ricorrente non è teatro di una situazione di violenza generalizzata. Sotto il secondo profilo il motivo manca di considerare che in questa sede era necessario spiegare quali fattori di vulnerabilità il richiedente avesse prospettato avanti al giudice di merito; infatti, la proposizione del ricorso al tribunale nella materia della protezione internazionale dello straniero non si sottrae all’applicazione del principio dispositivo, sicché il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio (Cass. 28 settembre 2015, n. 19197; in senso conforme: Cass. 29 ottobre 2018, n. 27336; Cass. 31 gennaio 2019, n. 3016).

3. – Nulla deve statuirsi in punto di spese processuali, stante la mancata resistenza dell’intimato Ministero.

P.Q.M.

La Corte:

dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello stabilito per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6 Sezione Civile, il 21 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

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