Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39579 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 13/12/2021, (ud. 21/10/2021, dep. 13/12/2021), n.39579

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Presidente –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1350-2020 proposto da:

ERREPI SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore

elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR 17, presso lo

studio dell’avvocato MERLINO ROBERTO, rappresentata e difesa

dall’avvocato GENTILE MASSIMO;

– ricorrente-

contro

A. TRIBUTI SRL, in persona del legale rappresentante pro

tempore, domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA

della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati

TASSO ALBERTO, CARILE FRANCO;

– controricorrenti –

contro

COMUNE di CASALNUOVO di NAPOLI;

– intimato –

avverso la sentenza n. 4687/18/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA CAMPANIA, depositata il 28/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 21/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CATALDI

MICHELE.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Errepi s.r.l., conduttrice di un hotel, propone ricorso, affidato a due motivi, per la cassazione della sentenza di cui all’epigrafe, con la quale la Commissione tributaria regionale della Campania ha solo parzialmente accolto il suo appello avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Napoli, che aveva rigettato il ricorso della medesima contribuente contro l’avviso d’accertamento emesso, in materia di Tares 2013, dalla A. tributi s.r.l., concessionaria del servizio di riscossione ed accertamento dei tributi del Comune di Casalnuovo di Napoli, ente territoriale chiamato in causa nei giudizi di merito.

Si è costituita la concessionaria con controricorso, mentre è rimasto intimato il predetto Comune.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.

La ricorrente ha prodotto memoria.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Nella rubrica del primo motivo la contribuente ricorrente deduce “Omessa pronuncia su fatti rilevanti per il giudizio e valutazione di eccezioni decisive-violazione e falsa applicazione delle norme di riferimento ex art. 360 c.p.c. n. ¾ – nullità della sentenza-difetto di motivazione.”; nel corpo del motivo viene altresì richiamato espressamente il num. 5 dello stesso art. 360 c.p.c., comma 1.

Sotto il profilo del contenuto, con il mezzo in questione si lamenta che la CTR “nulla riferisce (…) in merito alle preliminari eccezioni formulate e di natura assorbente” in ordine ai “requisiti tecnici ed economici dell’iscrizione all’albo di cui al detto decreto 289/2000” della concessionaria; che la CTR “non ha tenuto conto, nel proprio provvedimento (…), commettendo un’omissione ingiustificata, delle “osservazioni avanzate da questa difesa in relazione alla corresponsione della tassa”, ovvero di “circostanze queste delle quali la Commissione regionale non ha tenuto conto, ovvero risultano scarsamente considerate”; che vi sarebbe pertanto “un concreto difetto di motivazione che comporta la nullità della sentenza”, il cui contenuto sarebbe “inesatto alla luce anche della materia del contendere, delle disposizione di legge in materia di istituzionale della Tares

2.Nella rubrica del secondo motivo la contribuente ricorrente deduce “Erronea incompleta, illogica ed omessa motivazione-violazione di norme sul procedimento-violazione dell’art. 24 Cost. – erronea- omessa ed incompleta valutazione di fatti e documenti decisivi per il giudizio-errores in procedendo ed in iudicando-nullità della sentenza-violazione e falsa applicazione di norme e di diritti- motivazione e contraddittoria ex art. 360 c.p.c., n. 3) 4).”.

Nel corpo del mezzo, per quanto è dato ricavarne, si lamenta che la decisione della CTR sarebbe “inammissibile”; che “controparte non abbia assolto alcun onere probatorio in relazione alla pretesa”; che “il Giudicante non abbia tenuto in considerazione le copiose considerazioni ed eccezioni introdotte dallo scrivente concernenti ulteriori circostanze (vedi perizia in atti) che hanno certamente un valore probatorio evidente oltre che rilevante”; che “alcuna circostanza è stata considerata dal Giudice di secondo grado”; che l’ente impositore avrebbe dovuto considerare l’effettiva destinazione dei locali sottoposti a tributo e distinguere tra quelli equiparabili ad utenze domestiche e quelli a queste ultime non assimilabili.

2.Ambedue i motivi sono inammissibili per diverse ragioni, ciascuna sufficiente di per sé sola alla relativa declaratoria.

Infatti già attraverso la contemporanea formale evocazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3,4 e 5, ciascun mezzo si propone come un coacervo di censure di natura eterogenea, che attingono indistintamente la sentenza sotto il profilo del rito, del giudizio in diritto e di quello in fatto. Tale conclusione è rafforzata dall’esame del corpo di ciascuno dei motivi, nel quale le censure in fatto, esposte contemporaneamente a quelle relative alla pretesa violazione di legge ed agli assunti errori in procedendo, danno luogo ad una sostanziale mescolanza e sovrapposizione di censure, con l’inammissibile prospettazione della medesima questione sotto profili incompatibili (Cass. 23/10/2018, n. 26874; Cass. 23/09/2011, n. 19443; Cass. 11/04/2008, n. 9470), non risultando specificamente separati la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie, i profili attinenti alla ricostruzione del fatto (Cass. 11/04/2018, n. 8915; Cass. 23/04/2013, n. 9793) ed ipotetici vizi del processo.

Si tratta quindi di censure non ontologicamente distinte dallo stesso ricorrente e quindi non autonomamente individuabili, senza un inammissibile intervento di selezione e ricostruzione del mezzo d’impugnazione da parte di questa Corte.

2.1. Evidente è peraltro anche la contraddittorietà logica

tra l’evocazione contemporanea e collettiva delle plurime ed indistinte censure, ad esempio con riferimento all’assunta omessa motivazione, che non potrebbe conciliarsi con l’incompletezza (comunque irrilevante ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis) della stessa motivazione, valutazione che presuppone necessariamente l’esistenza di quest’ultima; o riguardo alla pretesa omessa pronuncia, incompatibile con la violazione di norme di legge, che suppone invece che il giudice si sia pronunciato, fosse pure implicitamente, errando in diritto.

2.2. Inoltre, ciascuno dei due motivi appare assolutamente generico in ordine all’effettivo contenuto delle indistinte censure che ospita, dalle quali pare potersi ricavare un unico specifico, ma inammissibile, intento, ovvero la pretesa devoluzione a questa Corte dell’intera materia del giudizio di merito, al fine di ottenere una decisione, anche in fatto, difforme da quella impugnata, non condivisa dalla ricorrente.

In particolare, con riferimento al primo motivo, la ricorrente (come eccepito anche dalla controricorrente) non deduce puntualmente se, ed in quali termini specifici, abbia contestato con il ricorso introduttivo la legittimazione della concessionaria; né, comunque, se, e con quale contenuto critico, abbia eventualmente riproposto la medesima questione in appello. Tali carenze del mezzo sono causa della sua inammissibilità (cfr. Cass. Sez. 1 -, Ordinanza n. 28184 del 10/12/2020, con particolare riferimento anche alla “localizzazione” necessaria dei relativi atti all’interno di quelli del procedimento; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 17049 del 20/08/2015, sulla necessità che i motivi di gravame dei quali si lamenti la mancata pronuncia del giudice di appello siano compiutamente riportati nella loro integralità nel ricorso). Tanto premesso, lo stesso ricorso per il quale si procede, a sua volta, è comunque generico ed ambiguo sulla questione della legittimazione della concessionaria, non indicando quali sarebbero i “requisiti necessari” dei quali contesta la carenza e che non sarebbero garantiti dall'”indicazione (tra l’altro) di iscrizione all’albo”.

Generica, e comunque perplessa ed ambigua (per la conseguente astratta evocabilità di patologie della sentenza totalmente differenti) è poi l’affermazione, sempre nel corpo del primo motivo, di alcune “Circostanze (…) la Commissione regionale non ha tenuto conto, ovvero risultano scarsamente considerate”, essendo inconciliabili l’omessa valutazione con l’attribuzione di un peso, fattuale o giuridico, diverso da quello auspicato dal ricorrente.

2.3. La genericità anche del secondo motivo si rivela inoltre nella mancata specifica individuazione dei limiti oggettivi nei quali venga attinta criticamente la ratio decidendi della sentenza impugnata, che pure ha parzialmente accolto il ricorso della contribuente, peraltro anche facendo riferimento, nella motivazione, proprio a quella stessa perizia di parte della contribuente che, nel corpo del mezzo, si assume invece non considerata affatto dalla CTR.

Lo stato dei luoghi, ed in particolare l’effettiva destinazione di locali dell’hotel a funzioni diverse tra loro, risulta inoltre nel mezzo genericamente evocato, senza offrire alcuno specifico riferimento a concrete differenziazioni che la CTR avrebbe omesso di valutare e senza illustrarne la specifica incidenza sull’imposizione di specie.

Il riferimento, nei mezzi in questione, al mancato assolvimento dell’onere probatorio delle controparti in ordine all’imposizione si traduce nella pretesa della ricorrente di attingere la valutazione dei fatti operata dalla CTR, ciò che non è consentito in questa sede di legittimità (cfr. Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 26769 del 23/10/2018, ex plurimis). Invero, “E’ inammissibile il ricorso per cassazione che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito” (Cass. Sez. U -, Sentenza n. 34476 del 27/12/2019).

2.4. Ancora, ciascun motivo difetta della puntuale e specifica indicazione in ordine all’avvenuta produzione (ed alla fase ed al grado del giudizio di merito nel quale sia in ipotesi avvenuta) dei documenti sui quali si fonda, che non sono neppure riprodotti nel corpo del ricorso. Ne’, in calce a quest’ultimo, viene data puntuale menzione dell’allegazione specifica di documenti (che non può riscontrarsi nella voce astratta “produzione di secondo grado”).

Non risulta quindi adempiuto l’onere di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di specifica indicazione, a pena d’inammissibilità del ricorso, degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda, nonché dei dati necessari all’individuazione della loro collocazione quanto al momento della produzione nei gradi dei giudizi di merito (Cass. 15/01/2019, n. 777; Cass. 18/11/2015, n. 23575; Cass., S.U., 03/11/2011, n. 22726).

Infatti, come questa Corte ha in più occasioni avuto modo di chiarire “detta disposizione, oltre a richiedere l’indicazione degli atti e dei documenti, nonché dei contratti o accordi collettivi, posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale tali fatti o documenti risultino prodotti, prescrizione, questa, che va correlata all’ulteriore requisito di procedibilità di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4. (…) In tale prospettiva va altregì ribadito che l’adempimento dell’obbligo di specifica indicazione degli atti e dei documenti posti a fondamento del ricorso di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, previsto a pena d’inammissibilità, impone quanto meno che gli stessi risultino da un’elencazione contenuta nell’atto, non essendo a tal fine sufficiente la presenza di un indice nel fascicolo di parte (Cass. 6 ottobre 2017, n. 23452). In breve, il ricorrente per cassazione, nel fondare uno o più motivi di ricorso su determinati atti o documenti, deve porre la Corte di cassazione in condizione di individuare ciascun atto o documento, senza effettuare soverchie ricerche.” (Cass. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 1235 del 2019, in motivazione).

3.Non ovvia alla rilevata inammissibilità la memoria depositata dalla ricorrente in questo giudizio, trattandosi di atto che può avere un contenuto solo illustrativo (Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 17893 del 27/08/2020) di motivi debitamente enunciati nel ricorso, il cui vizio originario non può essere sanato da integrazioni, aggiunte o chiarimenti contenuti in esso contenuti (Cass. Sez. 2 -, Ordinanza n. 30760 del 28/11/2018; Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 17603 del 23/08/2011). Tanto premesso, peraltro, il contenuto della memoria neppure rileverebbe comunque ad escludere le plurime inammissibilità rilevate.

4.Solo per completezza, ferma l’inammissibilità del ricorso nel suo complesso, va aggiunto che la pretesa differenziazione dell’imposizione sui rifiuti, in ragione di un’assunta difformità nell’utilizzo dei diversi locali di un albergo, è stata già ritenuta non fondata da questa Corte. Si è infatti rilevato che “Una volta legittimamente individuata la categoria degli esercizi alberghieri, – quale categoria che non può che essere oggetto di considerazione unitaria siccome espressiva di una “omogenea potenzialità di rifiuti”, in quanto tale distinta da quella riferibile agli immobili ad uso abitativo, – non e’, quindi, conforme al ripercorso assetto normativo una disarticolazione della categoria fondata (esclusivamente) su generici rapporti di affinità (con altra categoria), piuttosto che sui criteri legali di ripartizione del prelievo fiscale (criteri dettati dalla “relazione tra le tariffe ed i costi del servizio discriminati in base alla loro classificazione economica”). Non pare, quindi, che possa acquisire rilevanza la distinzione, nell’ambito dell’esercizio alberghiero, tra zone più o meno produttive di una maggiore quantità di rifiuti, posto che il sopra richiamato principio di legittimità deve intendersi riferito all’esercizio dell’attività alberghiera nel suo complesso. Del resto, è anche dalla gestione, e pulizia, delle camere dell’albergo che deriva la maggiore quantità di rifiuti prodotti; e, considera la Corte, non è dato rinvenire, nel sistema, alcuna disposizione che distingua all’interno della struttura ricettiva zone produttive di rifiuti in misura differenziata, come avviene, ad esempio, per gli stabilimenti industriali.”. (Cass. n. 20968/2019, in motivazione, punto 5.4).

PQM

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 percento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 21 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

 

 

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