Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39575 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 13/12/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 13/12/2021), n.39575

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 19122/2020 R.G., proposto da:

l’Agenzia delle Entrate, con sede in Roma, in persona del Direttore

Generale pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, con sede in Roma, ove per legge domiciliata;

– ricorrente –

contro

La ” J.L. & T. S.r.l.”, in liquidazione, con sede in

Venezia, in persona dei liquidatori pro tempore, nella qualità di

incorporante la “J.L.T. S.r.l.”, con sede in Venezia, rappresentata

e difesa dall’Avv. Paino Alessandro, con studio in Palermo, nonché

dal Prof. Avv. Tosi Loris, con studio in Venezia, e dal Prof. Avv.

Marini Giuseppe, con studio in Roma, ove elettivamente domiciliata,

giusta procura in margine al controricorso di costituzione nel

presente procedimento;

– controricorrente/ricorrente incidentale –

avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale

del Veneto il 4 novembre 2019 n. 1032/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14 settembre 2021 dal Dott. Lo Sardo Giuseppe.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale del Veneto il 4 novembre 2019 n. 1032/01/2019, che, in controversia su impugnazione di avviso di accertamento per l’IVA relativa agli anni d’imposta 2008, 2009, 2010, 2011 e 2012, in dipendenza della disconosciuta esenzione per cessioni assimilate all’esportazione (con riguardo al rifornimento di carburante attraverso l’attività di bunkeraggio), ha rigettato l’appello proposto dalla medesima nei confronti della ” J.L. & T. S.r.l.”, in liquidazione, avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Provinciale di Venezia il 3 agosto 2017 n. 547/13/2017, con condanna alla rifusione delle spese giudiziali. La Commissione Tributaria Regionale ha confermato la decisione di prime cure sul presupposto che le navi rifornite avessero natura commerciale alla luce di un arresto giurisprudenziale riguardante anche la proprietaria del deposito fiscale di provenienza del carburante rifornito. La ” J.L. & T. S.r.l.”, in liquidazione, si è costituita con controricorso, proponendo ricorso incidentale condizionato avverso la medesima sentenza. Ritenuta la sussistenza delle condizioni per definire il ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., la proposta formulata dal relatore è stata notificata ai difensori delle parti con il decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Diritto

CONSIDERATO Che:

CON RIGUARDO AL RICORSO PRINCIPALE

1. Con il primo motivo, si deduce nullità della sentenza impugnata per violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 36, comma 2, n. 4, e art. 61, art. 132, c.p.c. comma 2, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., art. 111 Cost., comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver deciso il rigetto dell’appello con motivazione meramente apparente.

2. Con il secondo motivo, si deduce falsa applicazione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 8-bis, comma 1, lett. d, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver ritenuto la natura commerciale delle navi rifornite in totale carenza di prova della loro destinazione.

CON RIGUARDO AL RICORSO INCIDENTALE CONDIZIONATO

1. Con il primo motivo, si deduce falsa applicazione del D.P.R. 26 ottobre 197,2 n. 633, art. 57, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver deciso l’implicito rigetto dell’eccezione di decadenza dall’azione di accertamento, nonostante l’esclusione del raddoppio del termine per l’irrilevanza penale delle violazioni commesse.

2. Con il secondo motivo, si deduce nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver omesso di pronunciarsi sull’eccezione di decadenza dall’azione di accertamento.

RITENUTO CHE:

CON RIGUARDO AL RICORSO PRINCIPALE

1. Il primo motivo è infondato.

1.1 Invero, si è in presenza di una tipica fattispecie di “motivazione apparente”, allorquando la motivazione della sentenza impugnata, pur essendo graficamente (e, quindi, materialmente) esistente e, talora, anche contenutisticamente sovrabbondante, risulta, tuttavia, essere stata costruita in modo tale da rendere impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento decisorio, e quindi tale da non attingere la soglia del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., (tra le tante: Cass., Sez. 1, 30 giugno 2020, n. 13248; Cass., Sez. 6-5, 25 marzo 2021, n. 8400; Cass., Sez. 6-5, 7 aprile 2021, n. 9288; Cass., Sez. 5, 13 aprile 2021, n. 9627).

1.2 Ad ogni modo, non adempie il dovere di motivazione il giudice che si limiti a richiamare principi giurisprudenziali asseritamene acquisiti, senza tuttavia formulare alcuna specifica valutazione sui fatti rilevanti di causa e, dunque, senza ricostruire la fattispecie concreta ai fini della sussunzione in quella astratta; in una situazione di tal tipo, infatti, il sillogismo che distingue il giudizio finisce per essere monco della premessa minore e, di conseguenza, privo della conclusione razionale (tra le tante: Cass., Sez. 5, 27 maggio 2011, n. 11710; Cass., Sez. 5, 30 ottobre 2015, n. 22242; Cass., Sez. 6-5, 10 gennaio 2017, n. 378; Cass., Sez. 5, 5 ottobre 2019, nn. 24441 e 24442; Cass., Sez. 6-5, 24 febbraio 2020, n. 4746; Cass., Sez. 5, 31 maggio 2019, n. 14984; Cass., Sez. 5, 29 dicembre 2020, n. 29728).

1.3 Nella specie, a ben vedere, si può ritenere che la sentenza impugnata sia sufficiente e coerente sul piano della logica giuridica, contenendo un’adeguata esposizione delle ragioni sottese al rigetto dell’appello principale (al di là di ogni considerazione sul piano della loro fondatezza in diritto), con particolare riguardo – attraverso il richiamo per relationem ad un arresto di questa Corte (il rinvio è a Cass., Sez. 5, 6 giugno 2019, n. 15337, peraltro attinente a controversia che coinvolgeva – oltre all’amministrazione finanziaria ed alla contribuente – anche la proprietaria del deposito fiscale di provenienza del carburante rifornito, estranea però al presente giudizio) – alla natura commerciale delle navi rifornite ai fini dell’esenzione dall’accisa e dall’IVA, che è stata desunta dal giudice di appello in base alla presunzione legale che le navi rifornite abbiano natura commerciale (in difetto di prova contraria).

In definitiva, sia pure con un sintetico cenno alle implicazioni di tale arresto sulla fattispecie decisa, il giudice del gravame ha esposto, anche se in forma estremamente scarna e concisa, i motivi in fatto ed in diritto della decisione, illustrando l’iter logico seguito per pervenire alla statuizione assunta sulla scorta delle risultanze probatorie e consentendo di verificare se avesse effettivamente giudicato iuxta alligata et probata (Cass., Sez. 6-5, 1 agosto 2018, n. 20414). Per cui, si può concludere che la motivazione del decisum raggiunge la soglia del minimo costituzionale.

In particolare, dopo aver riportato un passo della motivazione del precedente richiamato (“Richiamato l’art. 254 TULD, comma 1, secondo il quale “… i beni costituenti provviste di bordo sulle navi in partenza (oggetto di bunkeraggio) si considerano usciti in transito o riesportazione se esteri ovvero in esportazione definitiva se nazionali o nazionalizzati”” i giudici di legittimità hanno precisato che “… deve ritenersi che vi sia nell’ordinamento una generale presunzione che le navi di trasporto siano navi mercantili o commerciali e possano,

quindi, avvantaggiarsi di questa agevolazione, non essendo equiparabili alle imbarcazioni da diporto; la destinazione al trasporto può essere, inoltre, ricavata anche sulla base di impegni contrattuali che individuino linee prestabilite e precise scadenze, salva la prova di una simulazione delle pratiche di partenza volta a beneficiare fraudolentemente dell’agevolazione (Cass., Sez. V, 26 maggio 2006, n. 12613)”), la sentenza impugnata si è limitata a dedurne in via conclusiva che: “Con la sentenza 15337/2019, la Corte di Cassazione ha confermato che le navi rifornite hanno natura commerciale, la presente controversia in materia IVA concerne i medesimi rifornimenti, pertanto, va confermata la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale, che ha ritenuto dimostrata la natura commerciale delle navi rifornite”.

Così facendo, però, il giudice di appello ha dato conto della sussunzione della fattispecie concreta nella fattispecie astratta, avendo appurato in fatto, sulla scorta dell’esame delle risultanze istruttorie, la sussistenza dei requisiti richiesti per la qualificazione commerciale delle imbarcazioni rifornite.

2. Anche il secondo motivo è infondato.

2.1 Difatti, come questa Corte ha già avuto modo di affermare nel precedente richiamato dal giudice di appello (Cass., Sez. 5, 6 giugno 2019, n. 15337), il D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, art. 254, comma 1, (c.d. “Testo unico delle disposizioni legislative in materia doganale”) prevede, in via generale, che i beni costituenti provviste di bordo sulle navi in partenza (oggetto di “bunkeraggio”) “si considerano usciti in transito o riesportazione se esteri ovvero in esportazione definitiva se nazionali o nazionalizzati”. Si configura, pertanto, una eccezione al principio che i beni utilizzati come provviste di bordo siano immessi in consumo. Fanno eccezione al principio le navi da diporto, alle quali, peraltro, si applica la stessa disciplina in presenza della triplice condizione che siano in partenza dal porto entro otto ore dall’imbarco, che la partenza venga annotata sul giornale delle partenze e arrivi per l’imbarco delle provviste di bordo in franchigia doganale e che, in caso di rientro in un porto nazionale, lo scalo nel porto estero risulti comprovato mediante il visto apposto sul giornale delle partenze ed arrivi per l’imbarco delle provviste di bordo in franchigia doganale dall’autorità marittima o doganale estera (D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, art. 254, comma 2). Per le imbarcazioni da diporto che non rispettino tali condizioni e negli altri casi in cui non si applica il D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, art. 254, comma 1, “i generi imbarcati si intendono destinati al consumo nel territorio doganale”.

Ne consegue che i generi imbarcati come provviste di bordo sono in linea di principio, salve le eccezioni previste (come per le imbarcazioni da diporto, per le quali viene previsto un regime speciale), imbarcati in regime di esportazione definitiva e non destinati al consumo, perché destinati ad essere consumate a bordo fuori dal territorio doganale. Si tratta, in questo caso, di una eccezione al principio generale stabilito dal D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, art. 36, che individua il presupposto dell’obbligazione tributaria nella destinazione della merce al consumo entro il territorio doganale, per le merci estere, ed al di fuori del territorio doganale, per le merci nazionali o nazionalizzate, purché si tratti di nave in partenza nel momento in cui viene concessa l’esenzione.

Al riguardo deve ritenersi che vi sia nell’ordinamento una generale presunzione che le navi di trasporto siano navi mercantili o commerciali e possano, quindi, avvantaggiarsi di questa agevolazione, non essendo equiparabili alle imbarcazioni da diporto; la destinazione al trasporto può essere, inoltre, ricavata anche sulla base di impegni contrattuali che individuino linee prestabilite e precise scadenze, salva la prova di una simulazione delle pratiche di partenza volta a beneficiare fraudolentemente dell’agevolazione (Cass., Sez. 5, 26 maggio 2006, n. 12613; Cass., Sez. 5, 6 giugno 2019, n. 15337).

2.2 La sentenza impugnata, laddove ha ritenuto di qualificare le navi in oggetto come navi mercantili, ha fatto corretto utilizzo del suddetto principio, facendo applicazione del D.P.R. 23 gennaio 1973, n. 43, art. 254, comma 1, in assenza di prova contraria alla natura commerciale delle navi rifornite.

CON RIGUARDO AL RICORSO INCIDENTALE CONDIZIONATO

3. Il rigetto del ricorso principale comporta l’assorbimento del ricorso incidentale condizionato.

4. Alla stregua delle suesposte argomentazioni, dunque, si deve rigettare il ricorso principale e dichiarare l’assorbimento del ricorso incidentale.

5. Le spese giudiziali seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura fissata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale; dichiara l’assorbimento del ricorso incidentale condizionato; condanna la ricorrente alla rifusione delle spese giudiziali in favore della controricorrente, che liquida nella misura di Euro 200,00 per esborsi e nella misura di Euro 7.800,00 per compensi, oltre a spese forfettarie nella misura del 15% sui compensi e ad altri accessori di legge.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale effettuata da remoto, il 14 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

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