Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39574 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 13/12/2021, (ud. 07/07/2021, dep. 13/12/2021), n.39574

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34327-2019 proposto da:

ENTRATE PISA SEPI SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE LIEGI 58, presso

lo studio dell’avvocato STRATA ANDREA, rappresentata e difesa

dall’avvocato BARZANTI VERONICA;

– ricorrente –

contro

S.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G.

PISANELLI 2, presso lo studio dell’avvocato DI MEO STEFANO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato NICCOLAI FRANCESCO;

– controricorrente –

contro

COMUNE DI PISA;

– intimato –

avverso la sentenza n. 653/9/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di FIRENZE, depositata il 12/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 07/07/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CATALDI

MICHELE.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Società Entrate Pisa Sepi s.p.a., concessionaria del Comune di Pisa, propone ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, avverso la sentenza di cui all’epigrafe, con la quale la Commissione tributaria regionale della Toscana ha accolto l’appello di S.M. contro la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Pisa, che aveva rigettato il ricorso dello stesso contribuente avverso gli avvisi d’accertamento in materia di Ici (anni d’imposta 2010 e 2011) ed Imu (anni 2012, 2013 e 2014).

La CTR ha infatti accolto la tesi del contribuente, secondo la quale l’immobile oggetto dell’imposizione era stato oggetto nel dicembre 2007, su iniziativa dello stesso proprietario contribuente – di una richiesta di accampionamento al catasto fabbricati, con categoria D/8 e conseguente sottoposizione all’imposizione Ici e poi Imu, che sarebe stata presentata solo per errore, in luogo di una denuncia, al catasto terreni, di variazione della qualità del terreno agricolo, sul quale erano state realizzate unicamente serre in acciaio e nylon, adibite alla coltivazione e protezione delle piante sul suolo naturale.

Pertanto, secondo la CTR, l’imposizione Ici ed Imu non poteva attingere un immobile che non esisteva in fatto così come era stato erroneamente identificato in catasto a seguito dell’accampionamento errato, ma che nella sua reale consistenza era escluso dall’obbligo dichiarativo, ai sensi del D.L. n. 201 del 2011, art. 13, comma 14-ter, trattandosi di serre adibite alla coltivazione e protezione di piante sul suolo naturale.

2.11 contribuente si è costituito con controricorso ed ha successivamente prodotto memoria, mentre il Comune di Pisa, già parte del giudizio d’appello, è rimasto intimato.

3.La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

4. Ambedue le parti costituite hanno prodotto memoria.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con l’unico, composito, motivo di ricorso la concessionaria deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 504 del 1992, artt. 1 e 2; e del D.L. n. 201 del 2011, art. 13, convertito dalla L. n. 214 del 2011; per l’errata interpretazione delle norme relative all’individuazione del presupposto dell’Ici e dell’Imu e per l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, costituito dalle risultanze catastali dell’immobile.

Assume la ricorrente che è pacifico che per le annualità oggetto d’accertamento sussistesse, a seguito di richiesta dello stesso proprietario contribuente, un accatastamento, con categoria e rendita, dell’immobile in questione come fabbricato con categoria D/8. Tale iscrizione in catasto, aggiunge la ricorrente, era quindi di per sé presupposto sufficiente per assoggettare il bene in questione all’imposizione, mentre la circostanza che il predetto accampionamento sarebbe avvenuto per errore del contribuente sarebbe irrilevante sino all’effettiva rettifica operata dal contribuente, che non estenderebbe comunque i suoi effetti agli anni di imposta precedenti, nei quali l’Amministrazione si è regolata sulla base della dichiarazione dello stesso contribuente. Il quale, nel caso di specie, solo nel 2017 ha presentato per lo stesso bene una procedura DOCFA, con passaggio dalla categoria D/8 ad “unità collabente” (come da documento prodotto dalla ricorrente in appello e richiamato e riprodotto per autosufficienza nel ricorso).

Lo stesso preteso errore del contribuente nell’accatastamento, rileva peraltro la ricorrente, era stato sostenuto nel ricorso introduttivo non come contestuale allo stesso accatastamento, ma come una conseguenza, ex post, di vicende di carattere amministrativo intercorse tra lo stesso contribuente ed il Comune di Pisa, che non avrebbero consentito al primo di trasformare la volumetria dell’immobile originario, cosicché l’accatastamento in questione avrebbe perso d’interesse per lo stesso Scaramelli.

Avrebbe pertanto errato la CTR nel ritenere, e tanto più nel farlo d’ufficio, applicabile al caso di specie il D.L. n. 201 del 2011, art. 13, comma 14-ter, e del D.M. n. 28 del 1998, art. 3, comma 3, lett. b), norme che disciplinano l’obbligo dichiarativo dei fabbricati rurali iscritti nel catasto dei terreni e lo esclude per le serre adibite alla coltivazione e protezione delle piante sul suolo naturale; ma che non determina l’inefficacia del presupposto impositivo derivante dall’iscrizione catastale già effettuata dal contribuente.

Preliminarmente, il motivo è ammissibile e fondato, nonostante nella rubrica dello stesso la ricorrente abbia contemporaneamente prospettato le diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, atteso che la lettura dell’intero corpo del relativo mezzo d’impugnazione non evidenzia una sostanziale mescolanza e sovrapposizione di censure, che dia luogo all’inammissibile prospettazione della medesima questione sotto profili incompatibili (Cass. 23/10/2018, n. 26874; Cass. 23/09/2011, n. 19443; Cass. 11/04/2008, n. 9470), risultando piuttosto specificamente separati la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie ed i profili attinenti alla ricostruzione del fatto (Cass. 11/04/2018, n. 8915; Cass. 23/04/2013, n. 9793).

Invero, nella sostanza, la ricorrente censura puntualmente in diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la soluzione cui è prevenuta la CTR, specificamente in punto di rilevanza, ai fini dell’imposizione, dell’accatastamento effettuato dallo stesso contribuente, del preteso errore che avrebbe commesso quest’ultimo nella relativa dichiarazione e della successiva variazione.

Ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la ricorrente evidenzia in particolare l’omesso esame delle risultanze catastali, in particolar modo di quella dichiarazione di variazione del 2017, riprodotta nel ricorso stesso, non menzionata dalla CTR.

Pertanto, l’evocazione contemporanea, nella rubrica dell’unico motivo di ricorso, anche della distinta censura di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, con riferimento all’esame delle risultanze catastali (indicate per autosufficienza nel ricorso) e del contenuto di queste ultime, non interferisce in concreto sull’individuazione autonoma della denuncia del vizio di cui al num. 3 della stessa disposizione e sul contenuto della stessa, evidenziato, anche con riferimento ai parametri normativi, tanto nella rubrica che nel corpo del mezzo.

1.1. Tanto premesso, il motivo è fondato.

Infatti, questa Corte ha già avuto modo di chiarire che l’iscrizione al catasto realizza, di per sé, il presupposto principale e sufficiente per assoggettare il bene all’imposta (cfr. Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 20319 del 2017, in motivazione, con riferimento ad Ici ed Imu; Cass. Sez. 5, Sentenza n. 8781 del 30/04/2015; Cass. Sez. 5 -, Ordinanza n. 3436 del 06/02/2019; Cass. Sez. 5 -, Ordinanza n. 11646 del 03/05/2019).

In ordine poi alla rilevanza degli errori che possano derivare dalla denuncia del contribuente, questa Corte ha chiarito che ” (…) deve distinguersi il caso in cui la classificazione di un immobile muta perché l’amministrazione procede in autotutela, prendendo atto di un proprio errore, dal caso in cui è il contribuente che dopo avere chiesto (ed ottenuto) la classificazione del proprio immobile in una certa categoria, ne richiede la classificazione in una categoria diversa.

Sul punto la giurisprudenza di questa Corte è chiara nell’affermare che gli immobili erroneamente classificati in una categoria non conforme alla destinazione d’uso, non possono essere esentati da imponibilità ove tale errato classamento sia stato determinato da una omissione del contribuente, che non abbia provveduto a denunciare l’effettivo utilizzo del cespite, non essendo onere dell’ente impositore richiedere all’ufficio competente la modifiche della rendita preesistente nell’ipotesi di negligenza del soggetto per legge onerato (Cass. n. 3277/2019; Cass. 1704/2016; Cass. 15025/2016).

Vi è quindi un onere del contribuente di denunciare esattamente la destinazione d’uso, e in caso di errore la rettifica non può estendere i suoi effetti agli anni di imposta in cui l’amministrazione si è regolata sulla base della dichiarazione del contribuente, che pertanto non può invocare in suo favore l’errore, se non nei limiti e con gli effetti temporali propri della variazione della classificazione (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 24280 del 2019; Cass. Sez. 5, Sentenza n. 24279 del 2019, ex multis).

Si tratta di una regola generale, sulla quale la giurisprudenza di questa Corte, cui il Collegio intende dare continuità, è ferma: “in tema d’imposta comunale sugli immobili (ICI), la regola generale prevista dal D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, art. 5, comma 2, secondo cui le variazioni delle risultanze catastali hanno efficacia, ai fini della determinazione della base imponibile, a decorrere dall’anno d’imposta successivo a quello nel corso del quale sono state annotate negli atti catastali, si applica anche quando il contribuente si avvalga della procedura DOCFA ai fini della determinazione della rendita catastale, ai sensi del D.M. finanze 19 aprile 1994, n. 701, non avendo tale procedura caratteristiche dissimili da qualsiasi altra istanza di attribuzione di rendita ed essendo il termine di efficacia, previsto dall’art. 5, comma 2, cit., ispirato a ragioni di uniformità delle dichiarazioni e degli accertamenti. Tale interpretazione non solo non comporta alcuna violazione dell’art. 53 Cost., in quanto l’esigenza di tener conto della capacità contributiva non esclude il potere discrezionale del legislatore di fissare un termine di efficacia uguale per tutti i contribuenti, ma è essa stessa espressione del principio di uguaglianza, in quanto l’applicazione di un termine differenziato nell’ipotesi di ricorso alla procedura DOCFA, comporterebbe una discriminazione fra contribuenti”. (Cass. 21310/10; in termini Cass. 3168/15; Cass. n. 17824 del 2017; Cass. n. 11846/2017). Al riguardo, anche il ministero, richiamando la regola generale prevista dalla normativa IMU, impone di fare riferimento alla rendita catastale vigente al 1 gennaio dell’anno di imposizione; pertanto le variazioni di rendita catastale intervenute nel corso dell’anno avranno efficacia solo a partire dall’anno successivo (Cass. 2017, n. 20463). Detto principio patisce eccezione per la sola ipotesi in cui le variazioni costituiscano correzioni di errori materiali di fatto (come tali riconosciuti dalla stessa Amministrazione) incorsi nel classamento che sostituiscono; ovvero conseguano a modificazioni della consistenza o della destinazione dell’immobile denunciate dallo stesso contribuente, dovendo allora esse trovare applicazione dalla data della denuncia, in quanto il fatto che la situazione materiale denunciata risalga a data anteriore non ne giustifica un’applicazione retroattiva rispetto alla comunicazione effettuata all’Amministrazione; ciò in quanto il riesame delle caratteristiche dell’immobile da parte del medesimo ufficio comporta, previa correzione degli errori materiali, l’attribuzione di una diversa rendita con decorrenza dall’originario classamento rivelatosi erroneo o illegittimo (Cass. n. 21310 del 2010; Cass. n. 13018/2012; Cass. 3168 del 2015Cass. n. 11844 del 2017; Cass. n. 27024 del 2017)” (Cass. n. 24281/2019, in motivazione).

Nello stesso senso, esprimendo un principio generale in tema di rilevanza dell’errore materiale, si è detto che in tema di imposta comunale sugli immobili (ICI), la regola generale ricavabile dal D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, comma 2, secondo cui le risultanze catastali divenute definitive per mancata impugnazione hanno efficacia a decorrere dall’anno d’imposta successivo a quello nel corso del quale sono state annotate negli atti catastali, patisce eccezione solo se le variazioni costituiscano correzioni di errori materiali nel classamento che sostituiscono, ovvero conseguano a modificazioni della consistenza o della destinazione dell’immobile denunciate dallo stesso contribuente; esse, difatti, trovano applicazione dalla data della denuncia (e ciò in quanto il fatto che la situazione risalga a data anteriore non ne giustifica un’applicazione retroattiva rispetto alla comunicazione effettuata all’Amministrazione) (Cass. Sez. 5 -, Ordinanza n. 11844 del 12/05/2017; Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 29683 del 28/12/2020).

Ritiene questa Corte di dare ulteriore continuità a tale orientamento che, a differenza di quanto sostenuto dal controricorrente, esprime un principio applicabile anche al caso di specie, nel quale l’esistenza di un immobile di categoria catastale D/8 era stata denunciata dal medesimo contribuente, rimasto successivamente inerte sino alla procedura DOCFA presentata nel 2017. Con la quale, peraltro, lo stesso bene è stato variato “da D/8 a unità collabente”, qualificazione che se attesta il raggiungimento di un notevole livello di degrado di una costruzione (con ogni eventuale conseguenza sulle varie forme d’imposizione che, da quel momento in avanti, possono derivare dal possesso di quest’ultima), non presuppone necessariamente anche la pregressa inesistenza, in termini di irrilevanza impositiva, della stessa, ed anzi ne presuppone necessariamente l’esistenza fisica e quella natura originaria delle quale si dichiara contestualmente il sopravvenuto mutamento.

Del resto, lo stesso preteso “errore madornale”, commesso nella dichiarazione di accatastamento, rivendicato dal contribuente in appello, neppure era stato originariamente dedotto come tale nel ricorso introduttivo (richiamato dal controricorrente, che lo ha prodotto in allegato al controricorso), nel quale, come la ricorrente ha rilevato, lo Scaramelli si lamentava dell’imposizione in relazione ad un articolato contrasto con il Comune di Pisa, che non gli avrebbe consentito di trasformare le serre in volume per civile abitazione, al fine della realizzazione di otto unità immobiliari, vilette unifamiliari.

Ha quindi errato la CTR nell’escludere il presupposto dell’imposizione, sulla base non meramente dell’inesistenza in fatto (peraltro priva, nella motivazione della decisione impugnata, di alcun riferimento cronologico) di una qualsiasi unità da tassare, ma in ragione della ritenuta rilevanza di un asserito errore (del quale genesi, natura e contenuto sono nella sostanza non specificati) del contribuente nell’accatasta mento come D/8 di “serre”, non seguito dall’introduzione, da parte dello stesso contribuente, di alcuna procedura di rettifica i cui effetti potessero incidere sulle annualità sub iudice, ma solo da una successiva variazione (quella, “da D/8 a unità collabente”, del 2017) che però confermava logicamente e necessariamente proprio il presupposto di quell’originario accatastamento.

All’accoglimento del motivo consegue pertanto la cassazione della sentenza impugnata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti, ed avendo lo stesso controricorrente dato atto di aver abbandonato ogni altra questione di rito e di fatto (cfr. pag. 3 del controricorso), va rigettato il ricorso introduttivo del contribuente.

2.Le spese dei giudizi di merito si compensano e quelle di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo del contribuente;

compensa le spese dei giudizi di merito e condanna il controricorrente a rifondere alla ricorrente le spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.900,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 7 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

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