Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39532 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. I, 13/12/2021, (ud. 19/11/2021, dep. 13/12/2021), n.39532

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16126/2019 proposto da:

Casa di Riposo P.Z., in persona del presidente pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Piazza di Spagna n. 15,

presso lo studio dell’avvocato Zoppini Andrea, che la rappresenta e

difende, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

Regione Emilia-Romagna, in persona del presidente della Giunta

regionale pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via

Federico Confalonieri n. 5, presso lo studio dell’avvocato Manzi

Andrea, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato Falcon

Giandomenico, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1251/2018 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

pubblicata il 14/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/11/2021 dal cons. Dott. NAZZICONE LOREDANA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza del 14 maggio 2018, la Corte d’appello di Bologna ha confermato la decisione del Tribunale del 28 novembre 2011, la quale aveva respinto la domanda proposta dalla Casa di Riposo P.Z. di (OMISSIS) contro la Regione Emilia Romagna, volta all’accertamento della propria natura di ente privato e del diritto all’iscrizione nel registro delle persone giuridiche private, ai sensi degli artt. 14 c.c. e ss..

Avverso questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’ente, fondato su due motivi, depositando altresì la memoria.

Resiste la Regione Emilia Romagna con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, la ricorrente deduce l’omesso esame di fatti decisivi, con riguardo al carattere associativo dell’ente, nonché la violazione o la falsa applicazione del D.P.C.M. 16 febbraio 1990, art. 1, comma 3, lett. a) e comma 4, nonché della L.R. Emilia Romagna 12 marzo 2003, n. 2, art. 23. Sostiene che la corte d’appello non avrebbe tenuto conto del complesso dei fatti dedotti, da cui sarebbe emerso che la nascita e lo sviluppo della Casa di riposo sono stati da sempre ad impulso privato: invero, sono presenti tutti i requisiti delle istituzioni private “a carattere associativo”, previsti dall’art. 1, comma 4 citato decreto, come si era ampiamente dedotto in appello.

Con il secondo motivo, lamenta la violazione o la falsa applicazione del D.P.C.M. 16 febbraio 1990, art. 1, comma 3, lett. b) e comma 5, e della L.R. Emilia Romagna 12 marzo 2003, n. 2, art. 23 in quanto dai fatti emergevano anche tutti i requisiti delle istituzioni “promosse ed amministrate da privati”, come previsti dall’art. 1, comma 4 citato decreto, ma che la corte d’appello ha omesso di accertare.

2. – La corte territoriale ha ritenuto insussistenti gli elementi che, ai sensi del D.P.C.M. 16 febbraio 1990, individuano i soggetti da riconoscere come persone giuridiche private.

In particolare, ha accertato che l’atto costitutivo è stato posto in essere non da privati, ma per atto unilaterale del Comune di Forlì del 1880 e che ciò renda persino superflua la verifica degli altri requisiti, richiesti dal predetto decreto congiuntamente, ai fini dell’accertamento del carattere di “istituzione promossa ed amministrata da privati”, ai sensi dell’art. 1, commi 3 e 5; ed ha accertato che, comunque, una quota significativa del consiglio direttivo dell’ente venga designata dal Comune, il quale vi ha da sempre dato anche un notevole contributo economico.

Ha aggiunto che, nelle more del giudizio, è passata in giudicato la sentenza del T.a.r. Emilia Romagna 27 dicembre 2010 n. 8396, la quale ha respinto l’impugnazione dell’atto amministrativo, emesso dalla Regione, di rigetto dell’istanza di c.d. depubblicizzazione della casa di riposo de qua.

3. – L’eccezione di giudicato esterno, sollevata dalla controricorrente con riguardo alla sentenza del T.a.r. Emilia Romagna del 27 dicembre 2010, n. 8396, è infondata.

Dalla sentenza impugnata risulta che la Regione, nel giudizio di appello, insistette per il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, proponendo, sul punto, appello incidentale; e che, nel corso di detto giudizio, sia passata in giudicato la sentenza del T.a.r., di cui la corte territoriale ha dato conto.

Nel giudizio per cassazione, a fronte di un’eccezione di giudicato esterno, è compito del giudice di legittimità verificare l’effettiva esistenza di una pronuncia avente tale valenza, posto che de’tta situazione – lungi dal costituire patrimonio esclusivo disponibile delle parti – risponde alla finalità d’interesse pubblico di eliminare l’incertezza delle situazioni giuridiche e di rendere stabili le decisioni (v., in vario modo, Cass. 13 febbraio 2020, n. 3592, non massimata; Cass. 26 ottobre 2017, n. 25432; Cass. 3 aprile 2017, n. 8607).

Ne’ si dà, nel caso di specie, la situazione in cui il rilievo d’ufficio in ogni stato e grado del processo sia precluso dal fatto che la relativa questione sia, a sua volta, coperta da giudicato, come avviene laddove la decisione con cui il giudice ne abbia negato la sussistenza non abbia formato oggetto di gravame e sia perciò, essa stessa, formalmente passata in giudicato (Cass. 13 marzo 2018, n. 6087).

Orbene, la regola del giudicato impone che, in presenza di un definitivo accertamento, in sede giurisdizionale ordinaria o amministrativa, di una situazione giuridica, resta precluso ogni ulteriore esame della questione dinanzi a qualsiasi altra autorità giurisdizionale, essendo principio generale il ne bis in idem, ricavabile dall’art. 2909 c.c. e art. 324 c.p.c., in applicazione del quale è vietato al giudice di pronunciarsi due volte sulla medesima controversia.

Il principio opera anche nel rapporto fra la giurisdizione ordinaria e giurisdizione amministrativa: la res iudicata amministrativa ha efficacia preclusiva e d’accertamento sostanziale, al pari del giudicato formatosi all’esito del giudizio innanzi al giudice ordinario (cfr. Cass., sez. un., 10 dicembre 2020, n. 28179).

Nella specie, tuttavia, i profili dell’allegata decisione del giudice amministrativo non sono sovrapponibili all’accertamento richiesto in sede civile, neppure ravvisandosi un c.d. giudicato implicito sulle questioni e sugli accertamenti, oggetto della domanda innanzi all’autorità giudiziaria ordinaria.

Nell’ambito del regolamento di giurisdizione, questa Corte (Cass., sez. un., ord. 18 dicembre 2018, n. 32727; e v. Cass., sez. un., n. 1151 del 2012; n. 10365 del 2009; n. 13666 del 2002; n. 4631 del 1998; n. 6342 del 1995) ha affermato il principio secondo cui, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 396 del 1988 che fu chiamata a valutare il contrasto con l’art. 38 Cost. e che dichiarò l’illegittimità costituzionale della L. 17 luglio 1890, n. 6972, art. 1 nella parte in cui non prevedeva che le Ipab regionali e infraregionali potessero continuare a sussistere assumendo la personalità giuridica di diritto privato, qualora abbiano i requisiti di un’istituzione privata – la natura pubblica o privata di tali istituzioni deve essere accertata, in concreto, dal giudice ordinario, facendo ricorso ai criteri indicati dal D.P.C.M. 16 febbraio 1990 (ricognitivo dei principi generali dell’ordinamento, e ritenuto legittimo dalla sentenza della Corte costituzionale n. 466 del 1990), indipendentemente dalle denominazioni assunte dagli enti, dalla volontà dei loro organi direttivi e dall’esito delle procedure amministrative eventualmente esperite.

Con detta sentenza, il giudice delle leggi affermò fra l’altro che “anche in mancanza di una apposita normativa che disciplina le ipotesi ed i procedimenti per l’accertamento della natura privata delle Ipab, la possibilità di realizzare in concreto le finalità auspicate dall’ordinanza di rimessione sarebbero offerte, non solo perseguendo la via dell’accertamento giudiziale, come nel caso oggetto del giudizio a quo, ma anche la via della trasformazione in via amministrativa, sulla base dell’esercizio dei poteri di cui sono titolari sia l’amministrazione statale che quella regionale in tema di riconoscimento, trasformazione ed estinzione delle persone giuridiche private”; e, dopo aver citato alcune leggi regionali che prevedevano il procedimento per conseguire l’accertamento, da parte della p.a., della natura privata dell’ente, confermava che tali leggi regionali possono costituire, per il legislatore nazionale, “utili punti di riferimento, per far conseguire nelle competenti sedi giudiziarie o amministrative la qualificazione privatistica a quelle Ipab che dovessero mostrarsi interessate a tale diverso riconoscimento” (Corte Cost. 7 aprile 1988, n. 396).

L’alternativa, così tracciata dalla stessa Corte costituzionale, è tra il procedimento amministrativo di “trasformazione” dell’ente e l’accertamento giurisdizionale della natura privata. Pertanto, la parte interessata ben può intraprendere un procedimento amministrativo, a propria istanza, al fine di ottenere la qualificazione dell’ente stesso, oppure direttamente adire il giudice ordinario, per l’accertamento della sua natura di ente privato, ove tale sia il suo intento.

In tal modo, ove, a seguito di un provvedimento amministrativo, il giudice amministrativo, adito avverso il provvedimento stesso, abbia delibato la questione della natura dell’ente quale oggetto del suo pronunciamento, sul punto non si forma un giudicato preclusivo dell’azione di accertamento nella sede propria civile.

4. – I due motivi sono inammissibili, perché involgono un giudizio di pieno fatto.

La sentenza impugnata ha esaminato la questione, alla luce di tutti gli elementi probatori in atti, per giungere alle medesime conclusioni, fatte già proprie sia dal giudice civile di primo grado, sia dal giudice amministrativo.

La corte territoriale, infatti, ha ritenuto insussistente nella specie la natura privata dell’ente, alla luce degli elementi che, ai sensi del D.P.C.M. 16 febbraio 1990, segnalano la sussistenza di una persona giuridica privata.

A tale conclusione è giunta esaminando l’atto costitutivo ed i modi della sua formazione, in una con tutti i requisiti previsti nel de’tto decreto, sia quanto alla promozione della formazione dell’ente, sia quanto alla sua gestione ed amministrazione operativa ed economica.

In tal modo, l’accertamento di fatto, così compiuto, è stato interamente svolto, ampiamente motivato e non può essere ripetuto in sede di legittimità.

5. – Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese di lite, che liquida nella misura di Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfetarie del 15% sui compensi ed agli accessori, come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello richiesto, ove dovuto, per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 19 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

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