Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39530 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. I, 13/12/2021, (ud. 05/11/2021, dep. 13/12/2021), n.39530

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 14670-2019 r.g. proposto da:

IREN s.p.a., (cod. fisc. e P.Iva (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante l’amministratore delegato Dott.

B.V.M., quale società incorporante ACAM s.p.a., rappresentata e

difesa, giusta procura speciale apposta in calce al ricorso, dagli

Avvocati Luca Vianello, Paolo Momigliano, e Bianca Piana,

elettivamente domiciliata in Roma, n., presso lo studio

dell’Avvocato Vianello;

– ricorrente –

contro

T.P., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso,

giusta procura speciale apposta in calce al controricorso,

dall’Avvocato Guido Maria Pottino, elettivamente domiciliato in

Roma, Piazza Augosto Imperatore n. 22, presso lo studio

dell’Avvocato Pottino;

– controricorrente –

contro

AIG EUROPE SA – Rappresentanza generale per l’Italia, (cod. fisc.

(OMISSIS)), con sede in (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore;

– intimata –

avverso la sentenza della Corte di appello di Genova, depositata in

data 8.11.2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

5/11/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Acam s.p.a. promosse azione di responsabilità innanzi al Tribunale di La Spezia nei confronti di T.P., amministratore delegato della società dal 2001 al 2008, contestando l’operazione di acquisto di un terreno per la realizzazione di un impianto di bioessicazione e di produzione di combustibile da rifiuto (CDR), a trattativa privata anziché mediante procedura di esproprio (procedura che avrebbe consentito di acquistare secondo al prospettiva attorea – il bene ad un prezzo inferiore a quello di mercato), nonché il prezzo di acquisto del terreno ritenuto comunque eccessivo, il potere di procedere da parte dell’amministratore all’acquisto secondo la delega conferita dal consiglio di amministrazione e la mancata adeguata informazione di quest’ultimo organo in relazione ai profili economici della predetta operazione.

2.Con sentenza n. 856/2015 il Tribunale respinse la domanda.

3. Proposto gravame da parte della società Acam s.p.a., la Corte di Appello di Genova, con la sentenza qui di nuovo impugnata, ha accolto parzialmente l’appello limitatamente alle statuizioni sulle spese del giudizio (per le quali disponeva la compensazione integrale delle stesse per il doppio grado), confermando nel resto la sentenza impugnata e respingendo comunque la domanda ex art. 96 c.p.c. proposta da T..

4. La corte del merito ha ritenuto, per quanto concerne il primo motivo di censura, che la decisione del primo giudice in riferimento alla possibilità per l’amministratore di procedere all’acquisto del terreno, secondo la delega conferita dal consiglio di amministrazione, fosse corretta posto che la delega prevedeva la possibilità di “acquistare, alienare e permutare beni mobili ed immobili” per importi inferiori ad Euro 2.000.000 e che il prezzo pattuito, nel caso in esame, ammontava ad Euro 1.999.920,00, non rilevando, in tal caso, l’importo dell’Iva, che non incideva sul valore economico dell’operazione, anche in considerazione della mancata contestazione da parte dell’appellante della successiva detrazione della stessa (come peraltro emergeva dalla nota integrativa al bilancio 2005, ove si evidenziava un incremento patrimoniale di soli Euro 1.999.920, con esclusione dell’Iva) e come testimoniato anche dal mancato inglobamento, tramite espressa previsione negoziale, dell’Iva nel prezzo complessivamente pattuito; ha altresì evidenziato che gli organi sociali erano stati informati correttamente da parte dell’amministratore dell’operazione economica in questione, sia in relazione alla possibilità di ricorrere alla procedura di esproprio ovvero all’acquisto a trattativa privata (con la scelta di quest’ultima soluzione in ragione della maggiore celerità rispetto alla prima), sia in relazione al prezzo di acquisto del terreno (come peraltro emergeva anche dall’approvazione del bilancio 2005); ha osservato – quanto al secondo motivo di gravame – che non fosse neanche fondato l’addebito all’amministratore di aver ritenuto più conveniente, all’esito del processo valutativo prospettato anche nella riunione del consiglio di amministrazione del 14.11.2003, il ricorso alla vendita a trattativa privata a fronte dell’approssimarsi dell’esaurimento della discarica di (OMISSIS), stante il vantaggio di evitare il rischio di un possibile contenzioso conseguente all’attivazione della procedura di esproprio, in relazione alla contestata possibilità o meno di ricorrere a tale procedura da parte di una società in house; ha rilevato – in relazione al terzo motivo di appello – che non era neanche condivisibile la critica alla sentenza resa dal Tribunale, in ordine all’affermata mancanza di responsabilità dell’amministratore delegato, per la pattuizione del prezzo di acquisto del terreno, ritenuto sproporzionato dalla società appellante, posto che il prezzo era stato oggetto di stima da parte di un tecnico e che la diversa valutazione del bene prospettato dalla società era giustificabile con l’intervenuta variante al PRG che aveva previsto, quale destinazione d’uso, il trattamento e deposito temporaneo dei rifiuti, con incremento, pertanto, dell’indice di edificabilità; ha infine ritenuto di compensare integralmente le spese del doppio grado di giudizio in ragione della complessità della questioni trattate.

2. La sentenza, pubblicata il 8.1.2018, è stata impugnata da Iren S.p.a., quale società incorporante ACAM s.p.a. con ricorso per cassazione, affidato a otto motivi, cui T.P. ha resistito con controricorso.

Il controricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 2380bis e 2381, in combinato disposto con gli artt. 1388,1362 e 1366 c.c. Osserva la ricorrente che si sarebbe dimostrata erronea la valutazione della corte di merito in relazione al mancato rilievo della responsabilità dell’amministratore delegato per il superamento dei poteri conferiti dal consiglio di amministrazione, posto che l’Iva rappresenta una voce effettiva del prezzo di acquisto e che comunque, anche senza volerla considerare, il prezzo di acquisto sarebbe stato di soli 80 Euro al di sotto della soglia di operatività della delega conferita.

1.1 La doglianza – per come formulata – è inammissibile.

La ricorrente propone una censura sull’interpretazione fornita dai giudici del merito sui limiti della delega dei poteri conferiti negozialmente all’amministratore delegato da parte del consiglio di amministrazione, con ciò prospettando una censura – peraltro genericamente formulata – sul giudizio di interpretazione della clausola negoziale operato nella fase di merito.

2.1 Sul punto occorre ricordare che costituisce principio fermo nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui la parte che, con il ricorso per cassazione, intenda denunciare un errore di diritto o un vizio di ragionamento nell’interpretazione di una clausola contrattuale, non può limitarsi a richiamare le regole di cui agli artt. 1362 c.c. e ss., avendo invece l’onere di specificare i canoni che in concreto assuma violati, ed in particolare il punto ed il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, non potendo le censure risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, poiché quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra (Sez. 3, Sentenza n. 28319 del 28/11/2017; Sez. 1, Ordinanza n. 16987 del 27/06/2018).

Orbene, risulta evidente come la società ricorrente si sia limitata a richiamare solo genericamente le norme poste a presidio dell’interpretazione dei contratti (artt. 1362 e 1366 c.c.), senza neanche spiegare quali fossero i criteri ermeneutici violati dalla corte di appello nell’interpretazione della delega dei poteri all’amministratore delegato e solo prospettando un’interpretazione alternativa a quella accolta dalla corte territoriale, questione quest’ultima il cui esame – involgendo valutazioni di merito – è inibita a questa Corte di legittimità.

2. Con il secondo mezzo si deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dell’art. 2381, comma 5, 2380 bis (anche in combinato disposto con l’art. 2364 c.c., n. 5,), 2392, 2393 c.c., nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c. Si duole la società ricorrente della violazione dell’obbligo informativo disposto dall’art. 2381 c.c., comma 5, perché la corte di merito non avrebbe considerato che destinatari di tale obbligo sono il consiglio di amministrazione ed il collegio sindacale e perché non avrebbe valutato la tipologia e la genericità delle informazioni fornite dall’amministratore delegato al consiglio di amministrazione.

2.1 La doglianza prospetta una rivalutazione della questio facti e dunque è inammissibile se proposta in questo giudizio di legittimità.

2.1.1 Sul punto non è inutile ricordare che – in tema di ricorso per cassazione – il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla valutazione tipica del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità (così, Cass., Sez. 1, Ordinanza n. 3340 del 05/02/2019; cfr. anche Cass., Sez. 1, Ordinanza n. 24155 del 13/10/2017). Più precisamente è stato affermato sempre dalla giurisprudenza di questa Corte di legittimità che le espressioni violazione o falsa applicazione di legge, di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, descrivono i due momenti in cui si articola il giudizio di diritto: a) quello concernente la ricerca e l’interpretazione della norma ritenuta regolatrice del caso concreto; b) quello afferente l’applicazione della norma stessa una volta correttamente individuata ed interpretata. Il vizio di violazione di legge investe immediatamente la regola di diritto, risolvendosi nella negazione o affermazione erronea della esistenza o inesistenza di una norma, ovvero nell’attribuzione ad essa di un contenuto che non possiede, avuto riguardo alla fattispecie in essa delineata; il vizio di falsa applicazione di legge consiste, o nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addice, perché la fattispecie astratta da essa prevista pur rettamente individuata e interpretata – non è idonea a regolarla, o nel trarre dalla norma, in relazione alla fattispecie concreta, conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione. Non rientra nell’ambito applicativo dell’art. 360, comma 1, n. 3, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa che e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta perciò al sindacato di legittimità (cfr. Sez. 1, Ordinanza n. 640 del 14/01/2019).

2.1.3 Ciò posto, è di facile riscontro rilevare che tutte le censure prospettate dalla ricorrente – sebbene sotto l’egida formale del vizio di violazione di legge – propongono una rilettura della documentazione allegata dalle parti per dimostrare la genericità ed inidoneità del contenuto delle informazioni fornite dall’amministratore delegato agli organi sociali in ordine alla fattibilità giuridica ed economica dell’operazione di acquisto del terreno per l’impianto di bioessicazione e di produzione di combustibile da rifiuto (CDR), allegando pertanto un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa che rientra nella valutazione demandata al giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità (Sez. L, Sentenza n. 195 del 11/01/2016).

Senza contare che è lo stesso contenuto del ricorso (cfr. pag. 17) e quello della sentenza impugnata (cfr. fol. 7-8) ad evidenziare che destinatario delle informative dell’amministratore delegato era stato anche il consiglio di amministrazione e non solo l’assemblea dei soci, con ciò escludendosi in radice la possibilità di prospettare, nel caso in esame, la violazione dell’art. 2381 c.c., comma 5.

3. Con il terzo motivo si censura il provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione dell’art. 2434 c.c. La società ricorrente lamenta l’erroneità della decisione laddove la stessa avrebbe ritenuto che l’approvazione del bilancio 2005 avrebbe esonerato gli amministratori dalle relative responsabilità gestionali.

3.1 Il motivo è infondato.

Sul punto va precisato che la corte di appello non ha affermato – come invece dedotto dalla ricorrente – che l’approvazione del bilancio 2005 da parte dei soci di Acam esonerasse il T. per la responsabilità gestionale allegata dalla società a sostegno della sua domanda risarcitoria, ma, al contrario, ha valorizzato tale circostanza per evidenziare che gli organi sociali erano stati edotti delle circostanze finanziarie e gestionali dell’operazione economica relativa all’acquisto del terreno destinato all’impianto di bioessicazione e di produzione di combustibile da rifiuto. “Ratio” quest’ultima neanche espressamente censurata da parte dell’odierna ricorrente.

4. Con il quarto mezzo si deduce la violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, degli artt. 2392 e 2393 c.c., nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c. Osserva la ricorrente che la corte di merito avrebbe desunto la legittimità dell’operazione censurata e del comportamento dell’amministratore delegato da elementi comunque successivi rispetto alla scelta di procedere con trattativa privata e all’assunzione dei relativi obblighi, e ciò con particolare riferimento alla stima dell’Ing. S. del 4 febbraio 2004, all’approvazione del ricorso a trattativa privata per l’acquisto dell’area di (OMISSIS) del 14 novembre 2003, nonché alle relazioni degli ingegneri N. e Tr. del 17 aprile 2017 e 29 giugno 2019.

4.1 Anche in questo caso la ricorrente, pur allegando formalmente un vizio di violazione e falsa applicazione di legge, pretenderebbe da parte della Corte di legittimità una rivisitazione della decisione di merito attraverso la rilettura diretta degli atti istruttori, scrutinio che – per le ragioni già sopra evidenziate, in relazione all’esame del secondo motivo di censura – non è consentito nel giudizio di legittimità.

5. Con il quinto mezzo la ricorrente lamenta, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 2392 e 2393 c.c., anche in combinato disposto dell’art. 2697 c.c. in ordine alla violazione dei principi sull’onere della prova, sostenendo che l’amministratore delegato non avrebbe fornito la prova positiva dell’intervenuta informazione specifica sui dettagli economico-finanziari dell’acquisto ovvero dell’intervenuta approvazione da parte del consiglio di amministrazione dell’intera operazione economica.

5.1 Il motivo è infondato.

Non è dato riscontrare alcuna violazione dei principi regolatori della ripartizione dell’onere della prova in tema di responsabilità contrattuale, posto che la sentenza impugnata non ha fondato il proprio decisum ritenendo non assolto da una parte o dall’altra l’onere della prova sugli stessi incombenti, ma al contrario ha valutato la cospicua documentazione versata in atti da entrambe le parti ritenendo – sulla base dello scrutinio della documentazione stessa – che non emergessero profili di responsabilità dell’amministratore in relazione agli addebiti avanzati dalla società.

Peraltro ancora una volta la doglianza tenta – con deduzioni peraltro articolate genericamente – di riconsiderare la valutazione di merito della corte territoriale.

6. La ricorrente propone inoltre un sesto motivo con il quale deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, degli artt. 2392 e 2393 c.c., anche in combinato disposto con il D.P.R. n. 327 del 2001, art. 37 e con il D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 2 ora D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 177. Osserva la ricorrente che la decisione impugnata avrebbe errato laddove non aveva accertato l’applicabilità del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 37 così non verificando la possibilità per l’amministratore di ricorrere alla procedura espropriativa prevista dalla predetta norma.

6.1 La censura – così articolata – è inammissibile per un duplice e concorrente ordine di motivi.

In primis, la stessa si estrinseca in una denuncia di erronea ricognizione della fattispecie concreta in funzione della rilettura delle risultanze di causa che, come noto, non è consentita al giudice di legittimità.

Ma non può neanche sfuggire che la censura non coglie neanche la ratio decidendi del provvedimento impugnato che, in relazione al profilo di doglianza qui da ultimo in esame, non ha affatto ritenuto non applicabile la procedura di esproprio da parte della società di servizi ligure ovvero trascurato colpevolmente di approfondire il relativo tema di indagine, rilevando, al contrario, che tale procedura avrebbe comportato tempi di esecuzione più lunghi collegati a possibili impugnative giudiziarie e così ritenendo che la scelta negoziale adottata dall’amministratore fosse legittima e ragionevole.

7. Il settimo mezzo introduce il vizio di violazione e falsa applicazione degli artt. 2392 e 2393 c.c., nonché vizio di omesso esame di fatti decisivi. Denuncia la ricorrente il vizio di motivazione perché il giudice di appello non avrebbe considerato il “fatto storico” della carenza specifica di informativa al consiglio di amministrazione e al collegio sindacale sugli aspetti di carattere economico relativi all’acquisto del terreno.

7.1 Il motivo in esame è anch’esso inammissibile.

Occorre ricordare che, secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014), l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

Ebbene, risulta incontestabile dalla lettura della stessa sentenza impugnata che la corte di appello non ha omesso di esaminare la circostanza dell’esauriente informativa fornita dal T. ai competenti organi sociali di Acam Spa (cfr. pagg. 9, 10 e 11 della sentenza impugnata), di talché la censura si risolve nel richiedere – come già avvenuto nel secondo motivo, sotto però il paradigma applicativo del vizio di violazione di legge – una nuova lettura degli atti istruttori.

8. L’ottavo motivo – articolato in relazione alla regolamentazione delle spese dei gradi di merito e con il quale si chiede la condanna della controparte alle spese processuali, quale conseguenza dell’accoglimento dei precedenti motivi di ricorso – rimane pertanto assorbito.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass. Sez. Un. 23535 del 2019).

PQM

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 8.000 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 5 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

 

 

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