Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39506 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 13/12/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 13/12/2021), n.39506

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – rel. Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9033-2020 proposto da:

EDIL GRIMALDI SNC, in persona del socio e legale rappresentante pro

tempore, domiciliata presso la cancelleria della CORTE DI

CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentata e difesa

dall’avvocato ROBERTO MARTELLI;

– ricorrente –

contro

B.D., F.G.C., domiciliati presso la

cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA,

rappresentati e difesi dall’avvocato DANILO GHIA;

– controricorrenti –

contro

B.D.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1443/2019 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 30/08/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. PAOLO

PORRECA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

F.G. e B.D. si opponevano al precetto intimatogli dalla s.n.c. EdilGrimaldi in forza di una sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro, contestando l’individuazione della data di decorrenza degli interessi legali, attribuiti, con il medesimo titolo giudiziale, “dal dovuto al saldo”;

in particolare, gli opponenti ritenevano che tale decorrenza, non specificata dunque nel dispositivo del titolo, dovesse esser ancorata alla data di deposito della sentenza e non a quella precedente, e pretesa, di riepilogo delle somme e specificazione delle modalità di pagamento, posto che solo con la decisione giudiziale il credito era divenuto liquido;

il Tribunale accoglieva l’opposizione con pronuncia confermata dalla Corte di appello, secondo cui le somme dovute dovevano evincersi dal titolo e non da elementi esterni, sicché la decorrenza era da individuare nella data di deposito del titolo giudiziale poiché non avrebbe potuto farsi riferimento: né al prospetto e alla raccomandata di messa in mora non menzionate nella sentenza; né alla data di ultimazione dei lavori utilizzata dal consulente tecnico per quantificare il prezzo di mercato delle opere commissionate con il sotteso contratto oggetto del giudizio “a quo” e da pagare, posto che non era riferimento fatto proprio dal giudice del titolo stesso per stabilire la decorrenza in parola; né alla mancante messa in mora, anteriore al processo all’esito del quale solamente era stato quantificato il residuo credito;

avverso questa decisione ricorre per cassazione la s.n.c. EdilGrimaldi articolando due motivi, corredati da memoria;

resistono con controricorso F.G. e B.D..

Diritto

RILEVATO

Che:

con il primo motivo si prospetta la violazione o falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, poiché la Corte di appello avrebbe male inteso il motivo di gravame di merito con cui si contestava non solo e non tanto la conclusione raggiunta dal Tribunale in ordine alla decorrenza degli interessi, quanto l’illogicità della relativa motivazione, in cui era stato affermato che la medesima decorrenza era da stabilire avendo riguardo alla data del titolo giudiziale azionato ovvero a quella della quantificazione peritale del residuo dovuto;

con il secondo motivo si prospetta la violazione o falsa applicazione dell’art. 474 c.p.c., poiché la Corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che il giudice dell’esecuzione può interpretare il titolo esecutivo giudiziale sulla base di documenti ad esso esterni, quando ritualmente acquisiti nel processo sotteso al provvedimento stesso;

Vista la proposta formulata del relatore ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Rilevato che:

il primo motivo è inammissibile;

in primo luogo il ricorso non riporta il motivo di appello cui fa riferimento, in modo da poterlo valutare nel rispetto del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6;

deve ricordarsi che sono inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente ad essi, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità (Cass., Sez. U., 27/12/2019, n. 34469);

ed è opportuno rimarcare che l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “error in procedendo”, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, per cui il ricorrente non è dispensato dall’onere di dettagliare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato, e tale precisazione dev’essere contenuta nello stesso ricorso per cassazione, a norma dell’art. 366 c.p.c., n. 6, sicché il ricorrente non può limitarsi a rinviare all’atto in parola o riportarne un segmento, ma deve riportarne il contenuto nella compiuta misura necessaria (cfr. Cass., 13/11/2020, n. 25837, Cass., 25/09/2019, n. 23834, Cass., 29/09/2017, n. 22880);

va pure ricordato, in relazione a quanto dedotto in memoria dal ricorrente, che, in coerenza con questa ricaduta applicativa del generale principio di specificità del gravame, non è possibile attingere integrativamente neppure alla sentenza impugnata (Cass., Sez. U., 28 novembre 2018, n. 30754, che sul punto in motivazione menziona Cass., n. 21396 del 2018);

ma vi è una seconda ragione d’inammissibilità;

la Corte di appello ha affermato che, al di là della ricordata affermazione equivoca, la sentenza di prime cure era stata chiara nell’ancorare la decorrenza in discussione alla data di deposito della sentenza, e ha condiviso la conclusione motivando sulla interpretazione solo testuale del titolo, sicché, non essendo l’appello un giudizio cassatorio, ed essendo estranea l’ipotesi alle tassative possibilità di rimessione al primo giudice (artt. 353 e 354 c.p.c.) risulta evidente che parte ricorrente avrebbe potuto solo censurare, in questa sede, la motivazione e decisione di seconde cure, come fatto nel secondo motivo: in questa prospettiva, la censura formulata non è neppure astrattamente “giudicabile” in questa sede, e dunque è inammissibile;

il secondo motivo è in parte inammissibile, in parte infondato;

questa Corte si è risolta ad affermare che l’integrazione del comando contenuto nel titolo esecutivo è possibile anche a mezzo delle risultanze del processo ovvero con elementi estrinseci (Cass., Sez. U., 2 luglio 2012, n. 11066): un tale orientamento si è fatto sistematicamente e funzionalmente carico di valorizzare, nella massima misura possibile, l’attività processuale svolta, e di depotenziare gli effetti negativi dei vizi di mera estrinsecazione del risultato di quella (Cass., 17/01/2013, n. 1027);

al contempo, però, è pur sempre necessario, non solo che l’interpretazione del titolo esecutivo giudiziale sia svolta a mezzo di elementi extratestuali ritualmente acquisiti e determinati nel processo (cfr. Cass., 05/06/2020, n. 10806), ma, altresì, da un lato, che l’integrazione abbia ad oggetto il risultato di un’attività di giudizio su questioni esaminate e risolte, di cui sia solo mancato un adeguato palesarsi al momento della formazione del documento complesso che costituisce il titolo, e, d’altro lato, che la possibilità del completamento ricostruttivo con altri atti del processo – o, in via ancora più residuale, con atti ad esso estrinseci, purché idoneamente richiamati o presupposti nei primi – sia sufficientemente univoca e possibile senz’attività cognitive, suppletive o integrative, da espletarsi “ex novo” (Cass., n. 1027 del 2013, cit., p. 3.5);

ora, fermo che non si riportano né si specificano il momento e le modalità di produzione dei documenti cui si fa riferimento (gli stessi atti di messa in mora che la Corte territoriale dice non essere menzionati nella sentenza del Tribunale, essendo contestata sul punto dalla ricorrente, non si spiega neppure quando e come sarebbero stati prodotti), rimane il fatto che non si è trattato di questioni risolte di cui è mancato solamente il palesarsi nel titolo in questione;

spese secondo soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese processuali di parte controricorrente, liquidate in Euro 1.200,00, oltre a 200,00 Euro per esborsi, 15% di spese forfettarie, e accessori legali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, se dovuto, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

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