Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39504 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 13/12/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 13/12/2021), n.39504

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 32317-2020 proposto da:

D.V.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI SANTA

COSTANZA, 2, presso lo studio dell’Avvocato EMANUELE FAVARA, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

G.V., in proprio e quale erede della sig.ra

Lo.Fr., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CAPOSILE 10, presso

lo studio dell’Avvocato DONATELLA MARIA INES GEROMEL, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

LE.AN.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 2273/2020 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata l’08/05/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO

GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che D.V.R. ricorre, sulla base di quattro motivi, per la cassazione della sentenza n. 2273/20, dell’8 maggio 2020, della Corte di Appello di Roma, che – accogliendo il gravame esperito da G.V. e Lo.Fr. (quest’ultima poi deceduta nel corso del giudizio di appello), avverso la sentenza n. 22381/13 del Tribunale di Roma – ha condannato l’odierna ricorrente, sul presupposto che la stessa si fosse resa inadempiente al contratto di assistenza stipulato con la Lo. (come già accertato dalla Corte capitolina con sentenza non definitiva n. 3012/18), a risarcire al G., anche nella qualità di erede della genitrice Lo.Fr., il danno stimato in misura di E 89.515,00, oltre interessi in misura legale dalla sentenza al saldo;

– che, in punto di fatto, la D.V. riferisce di essere stata convenuta in giudizio dal G., unitamente a tale L.A., affinché entrambe fossero condannate, anche disgiuntamente, a risarcire i danni cagionati allo stesso G. e alla di lui madre, Lo.Fr., per il sinistro occorso a quest’ultima in occasione della fruizione di prestazioni di assistenza domiciliare, delle quali era stata materialmente incaricata la D.V., in forza di contratto concluso con la cessata società Serint s.r.l. (della quale la LE. risultava già consigliere di amministrazione e procuratrice);

– che, in particolare, il sinistro subito dalla Lo. – secondo quanto emerge dalla sentenza impugnata – si era sostanziato in una caduta in terra dalla sedia di comodità, alla quale seguiva (solo dopo quattro ore, una volta rientrato in casa il G., dal lavoro) il ricovero ospedaliero e la sottoposizione ad un intervento chirurgico, all’esito del quale la degente riportava ictus ischemico, emiparesi sinistra, coma di secondo grado e altre gravi patologie;

– che la domanda risarcitoria, tuttavia, veniva rigettata dal giudice di prime cure;

– che esperito gravame dagli attori soccombenti, il giudice di appello – dopo aver pronunciato la già menzionata sentenza non definitiva con cui, oltre a riconoscere l’inadempimento della D.V. al contratto di assistenza, respingeva, invece, il mezzo nei confronti della LE. – comminava, con sentenza definitiva, la condanna risarcitoria già sopra meglio illustrata;

– che avverso tale ultima sentenza della Corte capitolina ricorre per cassazione la D.V., sulla base di quattro motivi;

– che il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c.”, lamentando che il giudice di appello, nel condannarla alla “esorbitante” somma di cui sopra, avrebbe disatteso la norma suddetta, che esclude a carico del debitore (danneggiante) l’obbligo di risarcire quei danni che il creditore (danneggiato) avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza;

– che tali ipotesi sussisterebbe nel caso di specie, avendo la Lo. deciso di avvalersi – per ricevere le cure mediche, resesi necessarie all’esito delle lesioni riportate – delle prestazioni erogate da una clinica privata e non dal Servizio Sanitario nazionale, senza, poi, provare l’urgenza dell’intervento e i lunghi tempi di attesa delle liste di prenotazione presso strutture del servizio pubblico, come richiederebbe, invece, “giurisprudenza ormai consolidata”;

– che il secondo motivo denuncia – sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione dell’art. 3 Cost.;

– che fermo, infatti, il diritto di ciascuno di rivolgersi ad una struttura privata di cura, tale diritto – si assume – “non può essere esercitato in spregio e a discapito di chi vive una situazione economico/patrimoniale di gran lunga inferiore quanto a disponibilità e mezzi di sostentamento”, tale essendo secondo la D.V. la propria condizione, in specie se raffrontata con quella della Lo., la quale fu in grado di “permettersi un ricovero di ben 407 giorni presso una struttura privata”, per un costo “pari ad 46.503,97”;

– che il terzo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – “vizio di motivazione e/o omesso esame di elementi istruttori”, in particolare dolendosi la ricorrente del fatto che la Corte territoriale avrebbe deciso in ordine al rimborso delle spese derivanti dall’assistenza domiciliare “mal interpretando le risultanze dell’elaborato peritale”, nonché, in relazione alle altre spese, “sulla base di un generico ricorso al principio di equità”;

– che il quarto motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – “vizio di motivazione e/o omesso esame di elementi istruttori”, censurando la sentenza impugnata nella parte in cui ha disposto la condanna alle spese di lite nella misura di 9.600,00, oltre accessori di legge, per entrambi i gradi di giudizio, “senza alcuna spiegazione del criterio utilizzato per la quantificazione”, e in particolare non considerando che la domanda risarcitoria è stata accolta “solo per la parte relativa al rimborso delle spese” mediche, mentre è stata rigettata “per le voci, ben superiori, di danno arrecato”;

– che G.V. ha resistito alla proposta impugnazione, chiedendo che essa sia dichiarata inammissibile o comunque rigettata;

– che è rimasta intimata LE.An.;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio per il 14 settembre 2021;

– che entrambe le parti hanno depositato memoria, insistendo nelle rispettive argomentazioni.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso è inammissibile, in ciascuno dei quattro motivi in cui si articola;

che l’inammissibilità dei primi due motivi, da scrutinare congiuntamente data la loro connessione (censurando, da due complementari angoli visuali, la decisione della Corte territoriale di negare rilievo – nel determinare il “quantum” del risarcimento – alla scelta della Lo. di rivolgersi ad una clinica privata per le cure mediche, piuttosto che avvalersi del Servizio Sanitario nazionale), va affermata ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6);

– che, difatti, delle questioni oggetto delle stesse – sulla prima delle quali, peraltro, non sussiste alcuna “giurisprudenza ormai consolidata”, come assume invece la ricorrente, nel senso che la scelta di un degente di avvalersi di strutture private, per la cura dei postumi derivanti dall’altrui illecita lesione della propria integrità fisica, costituirebbe circostanza da apprezzare a norma dell’art. 1227 c.c. (visto che, semmai, sussistono in taluni arresti di questa Corte “obiter dictd’ secondo cui “l’obbligo di rivolgersi a struttura sanitaria pubblica anziché privata risulta invero priva di base normativa e logica, avuto riguardo alla prospettata relativa valutazione (…) ai sensi dell’art. 1227 c.c.”; così, in motivazione, Cass. Sez. 3, ord. 28 febbraio 2019, n. 5801, non massimata, nonché considerato che l’applicazione dell’art. 1227 c.c., comma 2 è stata finanche esclusa con riferimento all’ipotesi di spese mediche sostenute all’estero; cfr. Cass. Sez. 3, sent. 27 ottobre 2015, n. 21782, Rv. 637550-01) – non vi è alcun riscontro nel testo della sentenza impugnata;

– che va fatta, pertanto, applicazione del principio secondo cui, ove una determinata questione giuridica “non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga detta questione in sede di legittimità ha l’onere, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegarne l’avvenuta deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente vi abbia provveduto, onde dare modo alla Corte di cassazione di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare nel merito la questione stessa” (Cass. Sez. 2, ord. 24 gennaio 2019, n. 2038, Rv. 652251-02);

– che, nella specie, siffatto onere – derivante dalla previsione di cui al citato art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) – non risulta adempiuto, giacché in nessun punto del ricorso della D.V. si riferisce che le questioni, oggetto dei motivi primo e secondo, furono già portate all’esame dei giudici di merito;

– che il terzo motivo è inammissibile, tanto nella parte in cui lamenta l’omesso esame di elementi istruttori, quanto vizio di motivazione sugli stessi;

– che, difatti, “l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, censurabile ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), qualora il fatto storico, rilevante in causa” (nella specie, i danni subiti dalla Lo., sotto forma di spese mediche sostenute, in conseguenza dell’inadempimento della D.V. all’obbligazione contrattuale di prestarle assistenza), “sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie” (Cass. Sez. 6-Lav., ord. 8 novembre 2019, n. 28887, Rv. 655596-01; cfr. anche Cass. Sez. ord. 10 febbraio 2015, n. 2498, Rv. 634531-01 e Cass. Sez. ord. 1luglio 2015, n. 13448, Rv. 635853-01);

– che, d’altra parte, inammissibile è pure la censura di vizio motivazionale;

– che sul punto, infatti, va rammentato che, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) – nel testo “novellato” dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 (applicabile “ratione temporis” al presente giudizio) – il sindacato di questa Corte è destinato ad investire la parte motiva della sentenza, ormai, solo entro il “minimo costituzionale” (cfr. Cass. Sez. Un., sent. 7 aprile 2014, n. 8053, Rv. 629830-01, nonché, “ex multì’, Cass. Sez. 3, ord. 20 novembre 2015, n. 23828, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 3, sent. 5 luglio 2017, n. 16502, Rv. 637781-01; Cass. Sez. 1, ord. 30 giugno 2020, n. 13248, Rv. 658088-01);

– che il difetto di motivazione e’, dunque, sussistente solo nel caso in cui la parte motiva della sentenza risulti “meramente apparente”, evenienza configurabile, oltre che nell’ipotesi di “carenza grafica” della stessa, quando essa, “benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento” (Cass. Sez. Un., sent. 3 novembre 2016, n. 22232, Rv. 641526-01, nonché, più di recente, Cass. Sez. 6-5, ord. 23 maggio 2019, n. 13977, Rv. 654145-01), o perché affetta da “irriducibile contraddittorietà” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. 12 ottobre 2017, n. 23940, Rv. 645828-01; Cass. Sez. 6-3, ord. 25 settembre 2018, n. 22598, Rv. 650880-01), ovvero connotata da “affermazioni inconciliabili” (da ultimo, Cass. Sez. ord. 25 giugno 2018, n. 16111, Rv. 649628-01), mentre “resta irrilevante il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. Sez. 2, ord. 13 agosto 2018, n. 20721, Rv. 65001801), ferma, in ogni caso, restando la necessità che il vizio “emerga immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata” (Cass. Sez. Un., sent. n. 8053 del 2014, cit.), vale a dire “prescindendo dal confronto con le risultanze processuali” (così, tra le molte, Cass. Sez. 1, ord. 20 giugno 2018, n. 20955, non massimata);

– che, nella specie, non è dedotto alcun vizio di “irriducibile contraddittorietà” o di “inconciliabilità di affermazioni”, presente “ex se” nella sentenza impugnata, ma il difetto di motivazione viene, invece, correlato alle risultanze istruttorie, secondo un modello che risulta estraneo, ormai, alla previsione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5);

– che, infine, anche il quarto motivo – sulla liquidazione delle spese del giudizio – è inammissibile;

– che, sul punto, va premesso che “la liquidazione delle spese processuali rientra nei poteri discrezionali del giudice del merito, potendo essere denunziate in sede di legittimità solo violazioni del criterio della soccombenza o liquidazioni che non rispettino le tariffe professionali, con obbligo, in tal caso, di indicare le singole voci contestate” (condizione non osservata nel caso che occupa), “in modo da consentire il controllo di legittimità senza necessità di ulteriori indagini” (Cass. Sez. 1, sent. 4 luglio 2011, n. 14542, Rv. 618601-01; sull’onere del ricorrente in cassazione, “a pena d’inammissibilità del ricorso”, di “specificare analiticamente le voci tariffarie e gli importi in ordine ai quali il giudice di merito sarebbe incorso in errore, nonché le singole spese contestate o dedotte come omesse” cfr. anche Cass. Sez. 6-3, ord. 19 novembre 2014, n. 24635, Rv. 633262-01);

– che deve, poi, rammentarsi che, nella liquidazione delle spese processuali ai sensi del D.M. n. 55 del 2014, “l’esercizio del potere discrezionale del giudice, contenuto tra il minimo e il massimo, non è soggetto a sindacato di legittimità, attenendo pur sempre a parametri fissati dalla tabella, mentre la motivazione è doverosa allorquando il giudice decida di aumentare o diminuire ulteriormente gli importi da riconoscere, essendo necessario, in tal caso, che siano controllabili le ragioni che giustificano lo scostamento e la misura di questo” (da ultimo, Cass. Sez. 3, ord. 13 luglio 2021, n. 19989, Rv. 661839-03), con l’ulteriore precisazione che lo scostamento “può anche superare i valori massimi o minimi determinati in forza delle percentuali di aumento o diminuzione, ma in quest’ultimo caso, fermo restando il limite di cui all’art. 2233 c.c., comma 2, che preclude di liquidare, al netto degli esborsi, somme praticamente simboliche, non consone al decoro della professione” (così, in motivazione, Cass. Sez. 6-3, ord. 15 dicembre 2017, n. 30286, Rv. 647179-01);

– che, nella specie, il ricorrente non ha dedotto alcuno scostamento rispetto ai massimi tariffari, donde l’inammissibilità del motivo;

– che le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

che in ragione della declaratoria di inammissibilità del ricorso, va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, se dovuto secondo accertamento spettante all’amministrazione giudiziaria (Cass. Sez. Un., sent. 20 febbraio 2020, n. 4315, Rv. 657198-01), dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso, condannando Rosanna D.V. a rifondere, a G.V., le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 3.500,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonché 15% per spese generali più accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, se dovuto, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

 

 

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