Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39503 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 13/12/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 13/12/2021), n.39503

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30837-2020 proposto da:

D.F.C., in proprio e quale titolare della omonima ditta

individuale di autotrasporto, domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’Avvocato EMIDIO CORRADETTI;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI MONTECOSARO, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DONATELLO, 23, presso lo

studio dell’Avvocato FRANCESCO VILLA PIZZI, rappresentato e difeso

dall’Avvocato FABIO PISTARELLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 298/2020 del TRIBUNALE di MACERATA, depositata

il 06/04/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO

GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che D.F.C., anche nella qualità di titolare dell’omonima ditta individuale, ricorre, sulla base di due motivi, per la cassazione della sentenza n. 298/20, del 6 aprile 2020, del Tribunale di Macerata, che – accogliendo parzialmente il gravame del Comune di Montecosaro avverso la sentenza n. 273/18, del 18 aprile 2018, del Giudice di Pace di Macerata – ha rideterminato nella minor somma di Euro 167,75 l’ammontare del risarcimento dovuto al D.F., da parte del predetto Comune, per i danni subiti dal proprio camion motrice il (OMISSIS);

– che, in punto di fatto, l’odierno ricorrente riferisce di aver convenuto in giudizio il Comune di Montecosaro e la società Maffco S.p.a. (oggi Unifruit S.p.a.), lamentando che, nel condurre il proprio camion motrice lungo una strada della zona industriale del Comune anzidetto, per effettuare presso la sede della predetta società lo scarico della merce trasportata, nell’avvedersi che essa aveva modificato il normale (e sino ad allora sempre utilizzato) accesso carrabile, impattava con l’asse centrale del rimorchio lo spigolo del coperchio di un tombino di acciaio;

– che avendo il mezzo riportato gravi danni, il D.F. ne chiedeva il ristoro ai convenuti, vedendo accogliere la propria domanda nei soli confronti del Comune – nella contumacia dello stesso – dall’adito giudicante, con condanna al pagamento delle spese di riparazione in Euro 4.174,06, oltre interessi legali dalla domanda al saldo;

– che esperito gravame dal Comune soccombente, il giudice di appello lo accoglieva parzialmente, riconoscendo la pari responsabilità dello stesso e del D.F. nella causazione del danno, sul rilievo che “la duplice circostanza della differenza di colore del tombino rispetto al fondo (della strada, n.d.r.) e della condizione non asfaltata del tratto stradale impegnato avrebbero dovuto suggerire elevata prudenza all’autista e fargli evitare di passere sul tombino”, nonché, comunque, rideterminando l’entità del danno risarcibile;

– che avverso la sentenza del Tribunale maceratese ricorre per cassazione il D.F., sulla base di due motivi;

– che il primo motivo denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2051 c.c., “con riferimento al danno stradale da insidia e trabocchetto” e “alla ingiusta ed erronea statuizione sulla evitabilità del sinistro da parte del conducente”;

– che il ricorrente evidenzia come la questione, da esso posta in giudizio, “non è mai stata quella del colore e della visibilità dei tombini, peraltro presenti in più parti del tratto di asse attrezzato già percorso senza danni dal ricorrente”, bensì quella “della invisibile differenza di quota, rispetto al fondo stradale”;

– che tale differenza “anomala e relativa solo al tombino specificamente posto davanti all’accesso carrabile della Maffco”, nonché pari ad “un paio di centimetri”, ebbe “a causare il lamentato danno”;

– che, d’altra parte, se tale “sporgenza fosse stata visibile”, da tale constatazione “sarebbe dovuta conseguire la declaratoria di non risarcibilità del danno, perché causato da un tombino avente anomala sporgenza ma oggettivamente visibile e soggettivamente prevedibile, così da poter essere evitato”;

– che il ricorrente, pertanto, censura la pronuncia impugnata “per avere si accertato il nesso di causalità tra il danno e il tombino, ma per non aver rilevato, sulla scorta delle prove testimoniali e soprattutto fotografiche in atti (…) che il danno fu effettivamente causato da insidia e trabocchetto, per l’esistenza delle loro caratteristiche di non visibilità oggettiva e non prevedibilità soggettiva”;

– che la sentenza, inoltre, è contestata nella parte in cui afferma essere “noto a tutti gli automobilisti che in sede di lavori e prima della stesura del manto bituminoso il tombino sporge dal sottofondo in pietrisco più di qualche centimetro e cioè della misura prevista per lo spessore dell’appalto, proprio in definitiva per realizzare l’allineamento delle quote dell’asfalto e del tombino”;

– che tale affermazione, puramente teorica e non riferita al caso concreto, evidenzierebbe “la ulteriore omessa valutazione che molti erano i tombini di quello stesso colore ed in quella condizione di “lavori in corso””, sui quali, tuttavia, esso D.F. “era già transitato senza danni, prima di quello posto proprio all’imbocco dell’accesso carrabile della Maffco”;

– che, pertanto, quanto sopra “dimostra” – secondo il ricorrente – “che “quel” tombino aveva un’altezza anomala rispetto agli altri”, confermandone “le caratteristiche di insidia e trabocchetto”;

– che il secondo motivo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), “omesso esame di un fatto decisivo”, e ciò “con particolare riferimento alla presunta evitabilità del danno” (segnatamente, quanto alla ritenuta – erroneamente, secondo il ricorrente – possibilità per il D.F. di passare “con le ruote posteriori gemellari sopra il tombino e non di lato”), nonché “alla corresponsabilità del conducente con particolare riferimento al tipo di autocarro” (un camion motrice), nonché “all'”an” ed al “quantum” dei danni”, soprattutto, quanto a quest’ultimo aspetto, in relazione all’esistenza di riscontri testimoniali e documentali circa la necessità della seconda, e più costosa, riparazione del veicolo incidentato;

– che il Comune di Montecosaro ha resistito alla proposta impugnazione, chiedendo che essa sia dichiarata inammissibile o comunque rigettata;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio per il 14 settembre 2021.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso è inammissibile, in ciascuno dei due motivi in cui si articola;

– che il primo motivo – con cui si ipotizza violazione e falsa applicazione degli artt. 2043 e 2051 c.c. “con riferimento al danno stradale da insidia e trabocchetto” ed “alla ingiusta ed erronea statuizione sulla evitabilità del sinistro da parte del conducente” – e’, infatti, inammissibile;

– che va, infatti, qui ribadito che il vizio di violazione di legge “consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa” – vale a dire, proprio quanto lamentato nel caso che occupa, censurando il ricorrente la pronuncia impugnata “per avere si accertato il nesso di causalità tra il danno e il tombino, ma per non aver rilevato, sulla scorta delle prove testimoniali e soprattutto fotografiche in atti I…) che il danno fu effettivamente causato da insidia e trabocchetto” – “e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità” (da ultimo, multis”, Cass. Sez. 1, ord. 13 ottobre 2017, n. 24155, Rv. 645538-03; Cass. Sez. 1, ord. 14 gennaio 2019, n. 640, Rv. 652398-01; Cass. Sez. 1, ord. 5 febbraio 2019, n. 3340, Rv. 652549-02), e ciò in quanto il vizio di sussunzione “postula che l’accertamento in fatto operato dal giudice di merito sia considerato fermo ed indiscusso, sicché è estranea alla denuncia del vizio di sussunzione ogni critica che investa la ricostruzione del fatto materiale, esclusivamente riservata al potere del giudice di merito” (Cass. Sez. 3, ord. 13 marzo 2018, n. 6035, Rv. 648414-01);

– che, nel caso di specie, proprio la circostanza che il secondo motivo di ricorso – come meglio si dirà nello scrutinarlo – investe specificamente l’apprezzamento che il giudice di appello ha compiuto dei fatti oggetto del giudizio conferma come le doglianze veicolate anche con il primo motivo mirino a porre in discussione la ricognizione “concreta”, e non quella “astratta”, operata dal Tribunale di Macerata;

– che, in definitiva, va ribadito come il “discrimine tra l’ipotesi di violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione della fattispecie astratta normativa e l’ipotesi della erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta è segnato, in modo evidente, dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa” (così, in motivazione, Cass. Sez. Un., sent. 26 febbraio 2021, n. 5442, non massimata);

– che anche il secondo motivo – che lamenta omesso esame di un fatto decisivo, anzi di più fatti decisivi è anch’esso inammissibile, per più ragioni;

– che l’inammissibilità, innanzitutto, discende – a norma dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) – dalla constatazione che il ricorrente non si doveva limitare a dedurre quale fossero i fatti “omessi”, ma pure, oltre alla loro “decisività”, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui essi risultino esistenti e, soprattutto, il “come” e il “quando” tali fatti siano stati oggetto di discussione processuale (cfr. Cass. Sez. Un., sent. 7 aprile 2014, n. 8054, Rv. 629831-01; in senso conforme, tra le più recenti, Cass. Sez. 3, sent. 11 aprile 2017, n. 9253, Rv. 643845-01; Cass. Sez. 6-3, ord. 10 agosto 2017, n. 19987, Rv. 645359-01);

– che, inoltre, la censura formulata fuoriesce dal paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) (come “novellato” dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134), avendo questa Corte sottolineato “l’inammissibilità di censure, come quelle attualmente prospettate dal ricorrente, che evochino una moltitudine di fatti e circostanze lamentandone il mancato esame o valutazione” da parte del giudice di appello, ma in realtà “sollecitandone un esame o una valutazione nuova da parte della Corte di cassazione, così chiedendo un nuovo giudizio di merito, oppure chiamando “fatto decisivo”, indebitamente trascurato dalla Corte d’appello, il vario insieme dei materiali di causa” (così, in motivazione, Cass. Sez. Lav., sent. 21 ottobre 2015, n. 21439, Rv. 637497-01; più di recente, in motivazione, anche Cass. Sez. 2, ord. 29 ottobre 2018, n. 27415, Rv. 651028-01), conclusione di recente ribadita dalle Sezioni Unite di questa Corte, che hanno rimarcato l’inammissibilità di quel tipo di censura “che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio” – quest’ultima essendo l’ipotesi rilevante nel caso che occupa – “miri, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito” (da ultimo, Cass. Sez. Un., sent. 27 dicembre 2019, n. 34476, Rv. 656492-03);

– che le spese del presente giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

– che in ragione della declaratoria di inammissibilità del ricorso, va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, se dovuto secondo accertamento spettante all’amministrazione giudiziaria (Cass. Sez. Un., sent. 20 febbraio 2020, n. 4315, Rv. 657198-01), dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso, condannando D.F.C. a rifondere, al Comune di Montecosaro, le spese del presente giudizio, che liquida in 1.100,00, oltre Euro. 200,00 per esborsi, nonché 15% per spese generali più accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, se dovuto, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

 

 

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