Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3947 del 11/02/2019

Cassazione civile sez. VI, 11/02/2019, (ud. 05/12/2018, dep. 11/02/2019), n.3947

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21576-2017 proposto da:

T.F., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato LUCIANO SANDRINI;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza n. 4527/2017 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE di

ROMA, depositata il 22/02/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 05/12/2018 dal Consigliere Relatore Dott. LORENZO

DELLI PRISCOLI.

Fatto

IN FATTO ED IN DIRITTO

Con un unico motivo di ricorso, T.F. chiede la revocazione della sentenza n. 4527 del 2017 con la quale questa Corte, su ricorso dell’Agenzia delle entrate, ha cassato la sentenza della CTR decidendo nel merito di rigettare l’originario ricorso del contribuente.

Con istanza depositata in prossimità dell’udienza, il ricorrente ha depositato atto di rinuncia con il quale ha chiesto che sia dichiarata l’estinzione del processo del D.L. n. 50 del 2017, ex art. 1, e ha contestualmente depositato la documentazione relativa all’avvenuto perfezionamento della procedura di definizione agevolata.

Occorre preliminarmente rilevare che, per il perfezionamento della definizione agevolata di cui all’art. 11 cit., comma 3, di tale norma prevede che sono definibili le controversie per le quali il processo non si sia concluso con pronuncia definitiva. La legge richiede dunque, quale necessario presupposto applicativo, la pendenza del giudizio, ma tale non può dirsi quello in cui sia intervenuto una pronuncia della Corte di Cassazione, quand’anche non siano ancora spirati i termini di cui all’art. 391 bis c.p.c., comma 1, (si vedano Cass. 12 marzo 2018, n. 5969; Cass. 28 giugno 2016, n. 13306, secondo cui, in tema di condono fiscale, per liti fiscali pendenti devono intendersi le sole controversie eventualmente definite da decisione non definitiva e ancora impugnabile con i mezzi ordinari, non anche quelle definite dalla Corte di cassazione, atteso che la pendenza del termine per la revocazione non impedisce, a norma dell’art. 391 bis c.p.c., il passaggio in giudicato della sentenza.

Con l’unico motivo di ricorso si deduce errore di fatto risultante dagli atti di causa ex art. 391 bis e art. 395 c.p.c., comma 4, in quanto gli enunciati dell’ordinanza impugnata – applicabilità della normativa generale in tema di plusvalenze e necessità dell’accertamento circa la fedeltà del valore periziato di affrancamento – sarebbero incompatibili con la decisione di accoglimento del ricorso dell’Ufficio fondato sulla pretesa di applicare la normativa generale sulle plusvalenze senza effettuare alcun accertamento circa la fedeltà del valore periziato di affrancamento.

Il ricorso è inammissibile in quanto la configurabilità dell’errore revocatorio presuppone un errore di fatto, che si configura ove la decisione sia fondata sull’affermazione di esistenza od inesistenza di un fatto che la realtà processuale, quale documentata in atti, induce ad escludere o ad affermare; non anche quando si lamenti un vizio di motivazione o la decisione della Corte sia conseguenza di una pretesa errata valutazione od interpretazione delle risultanze processuali, essendo esclusa dall’area degli errori revocatori la sindacabilità di errori di giudizio formatisi sulla base di una valutazione ritenuta erronea (Cass. 20635 del 2017; 8615 del 2017; 7778 del 2017; 9835 del 2012; 14608 del 2007): nella specie, nel dolersi della circostanza che la Corte non abbia ritenuto di disporre degli accertamenti circa la fedeltà del valore periziato di affrancamento, il ricorrente lamenta evidentemente non un errore di fatto ma di valutazione.

Analogamente, ancora più di recente hanno affermato le sezioni unite che il combinato disposto dell’art. 391 bis e dell’art. 395 c.p.c., n. 4, non prevede come causa di revocazione della sentenza di cassazione l’errore di diritto, sostanziale o processuale, e l’errore di giudizio o di valutazione; nè, con riguardo al sistema delle impugnazioni, la Costituzione impone al legislatore ordinario altri vincoli oltre a quelli, previsti dall’art. 111 Cost., della ricorribilità in cassazione per violazione di legge di tutte le sentenze ed i provvedimenti sulla libertà personale pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari e speciali, sicchè non appare irrazionale la scelta del legislatore di riconoscere ai motivi di revocazione una propria specifica funzione, escludendo gli errori giuridici e quelli di giudizio o valutazione, proponibili solo contro le decisioni di merito nei limiti dell’appello e del ricorso per cassazione, considerato anche che, quanto all’effettività della tutela giurisdizionale, la giurisprudenza europea e quella costituzionale riconoscono la necessità che le decisioni, una volta divenute definitive, non possano essere messe in discussione, onde assicurare la stabilità del diritto e dei rapporti giuridici, nonchè l’ordinata amministrazione della giustizia (Cass. SU n. 8984 del 2018).

Ritenuto dunque che il ricorso è inammissibile e che la condanna alle spese segue la soccombenza.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile.

Condanna il contribuente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 2.500, oltre a spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 dicembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2019

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