Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39445 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. III, 13/12/2021, (ud. 16/07/2021, dep. 13/12/2021), n.39445

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – rel. Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16955/2019 proposto da:

M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA DELLA

LIBERTA’ 20, presso lo studio dell’avvocato SALVATORE SICA;

– ricorrente –

contro

C.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BARNABA

TORTOLINI, 30, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO FERRARA,

rappresentato e difeso dall’avvocato SILVIO FERRARA;

– controricorrente –

e contro

A.V., rappresentato e difeso dall’Avv. ANTONELLA

RINALDI;

– controricorrente –

e contro

CA.GI., rappresentato e difeso dall’Avv. FRANCO PEPE;

– controricorrente –

e contro

R.A., CI.RO.;

– intimate –

avverso la sentenza n. 1792/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 29/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/07/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCA FIECCONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con ricorso notificato il 30 maggio 2019 M.G., all’epoca dei fatti vicesindaco del Comune di (OMISSIS), impugna la sentenza n. 1792/2019 della Corte d’appello di Napoli, depositata il 29/03/2019 e notificata il 1 aprile 2019, pronunciata nella controversia instaurata innanzi al Tribunale Benevento in data (OMISSIS), avente ad oggetto la domanda di risarcimento danni extracontrattuali “da denuncia infondata” in conseguenza dei fatti illeciti collegati alla denuncia sporta nei suoi confronti quale vicesindaco (nonché del sindaco e della segretaria comunale) dai convenuti qui intimati, in qualità di consiglieri comunali di minoranza, che avevano denunciato gli amministratori del Comune e il segretario comunale per abuso d’ufficio, sostenendo che fosse stato loro impedito l’accesso agli atti di gestione, fatto di rilievo penale da cui il M. era stato assolto, unitamente al sindaco e alla segretaria comunale, in un giudizio penale avviato in seguito alla denuncia-querela degli intimati qui resistenti.

2. La Corte d’appello, definendo il giudizio, ha rigettato l’impugnazione del ricorrente che assumeva come calunniosi i fatti a lui addebitati dai consiglieri di minoranza, nonché quello incidentale autonomo di R.A., segretario comunale, confermando la sentenza di primo grado che ha ritenuto infondata l’azione civile volta ad ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non derivati dai fatti – in tesi – calunniosi.

3. La Corte d’appello, per quanto qui di interesse, nel rigettare l’appello, in breve, statuiva che: 1) le allegazioni fossero sfornite di prova avendo gli attori omesso di produrre le denunce-querele, e comunque omesso di addurre elementi di prova dell’illecito; 2) non risultava impugnato il capo della sentenza di primo grado circa l’affermata veridicità dei fatti esposti in denuncia-querela, ossia l’effettivo diniego degli atti cui intendevano accedere gli appellanti, risultando pertanto preclusa ogni questione relativa alla presunta calunnia; 3) la sentenza in ogni caso aveva correttamente ritenuto che all’iniziativa dei denuncianti si fosse sovrapposta quella dell’autorità giudiziaria inquirente, sicché spettava agli attori dimostrare che la controparte fosse consapevole dell’innocenza del denunciato e avesse l’intento di arrecare pregiudizio; 4) le dichiarazioni dei denuncianti, in ogni caso, non erano ammissibili in quanto tardivamente prodotte nel giudizio di primo grado; 5) il fatto che il P.M. avesse mutato il capo di imputazione su insistenza dei difensori dei convenuti denuncianti non dimostrava di per sé un intento persecutorio o emulativo 6) il danno sia non patrimoniale che patrimoniale non era comunque dimostrato 7) era da confermarsi la sentenza di condanna alle spese, non essendo provati i gravi motivi o l’incertezza della vicenda per compensare le spese.

4. Il ricorso è affidato a n. 6 motivi che riprendono i capi della pronuncia di cui sopra. Le parti intimate A.V., Ca.Gi. e C.A. hanno notificato controricorso per resistere.

5. Le parti hanno depositato memorie dopo fissazione dell’adunanza ex art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si deduce l’omesso esame circa un fatto decisivo, in specie la (non mancata) allegazione della denuncia – querela generativa della calunnia, nonché della pluralità di esposti prodotti dai convenuti, essendo detta documentazione reperibile nei doc. 9 e 10 del fascicolo di parte convenuta.

1.1. Il motivo è inammissibile ex art. 348 ter c.p.c., comma 4, in quanto si tratta di una sentenza “doppiamente conforme”. Pertanto il ricorrente in cassazione – per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, al caso di “doppia pronuncia conforme” avrebbe dovuto indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (Cass. Sez. 1 -, Sentenza n. 26774 del 22/12/2016). Sicché il sindacato di legittimità del provvedimento impugnato è possibile soltanto ove la motivazione al riguardo sia affetta da vizi giuridici o manchi del tutto, oppure sia articolata su espressioni o argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, perplessi o obiettivamente incomprensibili (Sez. 6 – 3, Sentenza n. 26097 del 11/12/2014).

1.2. Inoltre, va osservato che al ricorso non è stato allegato il documento di parte da cui desumere la sussistenza degli atti in parola, in tesi non osservati dal giudice. Infine la censura non si confronta con una sentenza che, lungi da dare peso a detta omissione, contiene più ragioni del decidere tra loro connesse, tra le quali che fosse passato in giudicato che i fatti fossero veritieri (e dunque non calunniosi) e che, comunque, non vi fosse la dimostrazione di un nesso causale tra la denuncia e l’azione autonomamente avviata dal P.M., ovvero dell’entità del danno. Tutte questioni oggetto di censure altrettanto inammissibili, come si vedrà.

2. Con il secondo motivo si denuncia ex art. 360 c.p.c., n. 3, violazione degli artt. 329 e 342 c.p.c., in materia di acquiescenza parziale e di impugnazioni, in quanto la Corte d’appello avrebbe limitato l’indagine ai fatti dedotti come calunniosi nel primo grado di giudizio, considerando erroneamente come nuove e inammissibili le ulteriori allegazioni circa la genericità e pretestuosità della richiesta di accesso agli atti posta a giustificazione del diniego di accesso agli atti. Con riguardo ai fatti calunniosi, pertanto, avrebbe erroneamente ritenuto non impugnata la statuizione sul punto, mentre dall’atto d’appello sarebbe arguibile il contrario, ovvero che il mancato accesso agli atti fosse riconducibile alla abnormità e genericità delle richieste, implicante nei fatti un blocco dell’attività amministrativa del Comune.

2.1. Il motivo è inammissibile in quanto non è autosufficiente ex art. 366 c.p.c., n. 6 e, in ogni caso, non si raccorda alla ratio decidendi che ha escluso che fosse stato impugnato il capo della sentenza che ha ritenuto, appunto, la veridicità dei fatti (ovvero il mancato accesso agli atti), sì da escludere il reato di calunnia e ha poi ritenuto che le ulteriori allegazioni, per come riferite nell’atto di appello, fossero inammissibili in quanto nuove.

2.2. Sul punto il motivo non è conferente e comunque non permette di verificare, in ragione di quanto insufficientemente allegato, se effettivamente dette circostanze fossero state introdotte regolarmente nel giudizio di primo grado, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice (v. Cass. Sez. U. n. 34469/2019).

3. Con il terzo motivo ex art. 360 c.p.c., n. 5, si deduce l’omesso esame di un fatto, ovvero l’effettiva impugnazione dell’affermazione inerente alla veridicità dei fatti esposti in denuncia, vale a dire l’effettivo diniego degli atti cui intendevano accedere gli odierni appellati.

3.1. Il motivo non è formulato come richiede la giurisprudenza in riferimento all’art. 348 ter c.p.c., innanzi a una pronuncia doppiamente conforme, per quanto sopra detto in riferimento al p. 1.

3.2. Il motivo e’, per altro verso, inammissibile in quanto si fonda su una valutazione del fatto (veridicità o meno del diniego di accesso agli atti) interpretato diversamente dal ricorrente rispetto a quanto osservato dal giudice, non trattandosi quindi di una vera propria omissione di un fatto decisivo. Inoltre, esso induce a proporre una diversa lettura delle risultanze documentali di causa, senza alcun riferimento puntuale alle medesime, ponendosi, anche in questo caso, in contrasto con il principio di autosufficienza di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6.

4. Con il quarto motivo si deduce ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 368 e 2043 c.c., in tema di nesso causalità e di prova dell’elemento intenzionale dell’illecito, essendo stati sottaciuti dai denuncianti, all’atto della denuncia, alcuni elementi della fattispecie (ovvero la abnormità e genericità delle richieste, nonché l’influenza illecita esercitata dal sindaco e vicesindaco sul segretario comunale), come indicato da Cass., sez. IV pen., n. 7722 del 23.02.2004.

4.1. Il motivo è inammissibile perché tende a offrire una diversa valutazione dei fatti osservati dalla Corte di merito, là dove ha ritenuto che il procedimento penale fosse stato avviato per iniziativa autonoma del P.M. e che comunque le allegazioni non fossero sufficienti a integrare il dolo, conformemente alla giurisprudenza richiamata in tema di calunnia.

4.2. Vi sono quindi due statuizioni, la prima delle quali, inerente all’autonomo avvio del procedimento da parte del PM, non in grado di dimostrare l’incidenza causale della denuncia sul procedimento penale avviato in via autonoma dal P.M., non adeguatamente censurata, avendo essa valore autonomo e decisivo rispetto alla valutazione negativa dell’elemento soggettivo del fatto indicato come calunnioso.

4.3. Ed invero, quando una decisione di merito, impugnata in sede di legittimità, si fonda su distinte ed autonome “rationes decidendi” ognuna delle quali sufficiente, da sola, a sorreggerla, perché possa giungersi alla cassazione della stessa è indispensabile, da un lato, che il soccombente censuri tutte le riferite “rationes”, dall’altro che tali censure risultino tutte fondate. Ne consegue che, rigettato (o dichiarato inammissibile) il motivo che investe una delle riferite argomentazioni, a sostegno della sentenza impugnata, sono inammissibili, per difetto di interesse, i restanti motivi, atteso che anche se questi ultimi dovessero risultare fondati, non per questo potrebbe mai giungersi alla cassazione della sentenza impugnata, che rimarrebbe pur sempre ferma sulla base della ratio ritenuta corretta (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 17004 del 20/08/2015; Cass. Sez. U., n. 24469 del 2013; Sez. 3, Sentenza n. 12372 del 2006).

5. Con il quinto motivo si denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo riguardante ex art. 360 c.p.c., n. 5, deducendo che sarebbe stata anche prospettata in sede di denuncia alle autorità “la dolosa concertazione di amministratori e segretario comunale volta a danneggiare i denuncianti”, circostanza in tesi del tutto disattesa dalla Corte di merito.

5.1. Anche in questo caso il motivo è inammissibile per come formulato, collocandosi al di fuori del paradigma che rende ammissibile il riesame fattuale in caso di doppia sentenza conforme ex art. 348 ter c.p.c., comma 4. Inoltre il fatto omesso non viene localizzato e, dunque, la censura si rende inammissibile anche ex art. 366 c.p.c., n. 6.

6. Con il sesto motivo, ex art. 360 c.p.c., n. 3, si deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., nonché artt. 1226,2043 e 2059 c.c., deducendo che in punto di danno sarebbe fatto notorio che il ricorrente, oltre a svolgere attività politica anche a livello provinciale, all’epoca dei fatti era a contatto diretto con il pubblico in quanto medico ospedaliero operante nel medesimo territorio di Benevento. Pertanto il danno morale avrebbe potuto essere liquidato su base equitativa.

6.1. Il motivo è inammissibile in quanto, toccando una questione fattuale valutata dalla Corte di merito, esso non fa alcun riferimento agli atti del giudizio da cui poter trarre il notorio; pertanto la censura non è conforme al criterio di autosufficienza di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6 (SU n. 34469/2019).

7. Conclusivamente il ricorso è inammissibile, con ogni conseguenza in ordine alle spese, che si liquidano in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014 a favore delle parti separatamente resistenti, oltre contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente M.G. alle spese, liquidate in Euro 8.000,00 in favore di A.V., e in Euro 8.500,00 in favore di C.A. e Ca.Gi., oltre Euro 200,00 per spese, spese forfettarie al 15% e oneri di legge; liquida a carico del ricorrente e in favore di Ca.Gi. la ulteriore somma di Euro 1000,00, oltre e 200,00 per esborsi, 15% e ulteriori oneri per la discussione della istanza di sospensione degli effetti della sentenza provvisoriamente esecutiva, svoltasi innanzi alla Corte d’appello ex art. 373 c.p.c..

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 16 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

 

 

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