Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39428 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. III, 13/12/2021, (ud. 14/07/2021, dep. 13/12/2021), n.39428

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 27689 del ruolo generale dell’anno

2018 proposto da:

P.M.A., (C.F.: (OMISSIS)) rappresentata e difesa, giusta

procura allegata in calce al ricorso, dall’avvocato Pietro

Madaffari, (C.F.: MDFPTR62A15F112T);

– ricorrente –

nei confronti di:

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente del

Consiglio dei Ministri pro tempore (C.F.: (OMISSIS)); MINISTERO

DELL’ISTRUZIONE DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA, in persona del

Ministro pro tempore (C.F.: (OMISSIS)); MINISTERO DELL’ECONOMIA E

DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro tempore (C.F.: (OMISSIS))

MINISTERO DELLA SALUTE, in persona del Ministro pro tempore (C.F.:

(OMISSIS)), rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello

Stato (C.F.: 80224030587);

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Roma n.

1372/2018, pubblicata in data 2 marzo 2018;

udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 14 luglio

2021 dal Consigliere Dott. Augusto Tatangelo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

P.M.A., deducendo di non avere ricevuto la remunerazione prevista dalle Direttive CEE n. 75/362, n. 75/363 e n. 82/76 per la frequenza di un corso di specializzazione universitaria, ha agito in giudizio nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia e delle Finanze, chiedendo il risarcimento del danno derivante dalla mancata attuazione delle suddette direttive comunitarie.

La domanda è stata rigettata dal Tribunale di Roma.

La Corte di Appello di Roma ha confermato la decisione di primo grado.

Ricorre la P., sulla base di due motivi.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri, il M.I.U.R., il Ministero della Salute il Ministero dell’Economia e delle Finanze resistono con controricorso.

E’ stata disposta la trattazione in Camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375 e 380 bis.1 c.p.c..

Le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Violazione della Direttiva Comunitaria n. 82/76/CEE, della Direttiva n. 75/362/CEE, della Direttiva 75/363/CEE, del D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257 – ed in particolare dell’art. 6 di detto Decreto -, dell’art. 2043 c.c.; tutte (le predette violazioni) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”.

Il motivo è manifestamente infondato, come tale inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1.

La domanda della ricorrente P. è stata rigettata in quanto la corte di appello non ha ritenuto provato che il corso di specializzazione da lei frequentato, in “Chirurgia di urgenza e pronto soccorso”, pacificamente non incluso negli elenchi allegati alle direttive Europee che hanno imposto una adeguata remunerazione per gli specializzandi, fosse equipollente ad un corso di specializzazione previsto in almeno due degli stati membri.

1.1 La ricorrente deduce, in primo luogo, che, in base alle direttive Europee, a tutti i medici che frequentano un corso di specializzazione spetterebbe, in ogni caso, una adeguata remunerazione.

Tale assunto è manifestamente infondato.

Secondo l’indirizzo di questa Corte (che il ricorso non contiene argomenti idonei ad indurre a rimeditare), l’obbligo derivante dalle direttive Europee, per gli stati membri, di organizzare corsi di specializzazione secondo determinate caratteristiche e di prevedere un’adeguata remunerazione per gli specializzandi, sussiste esclusivamente in relazione ai corsi indicati negli elenchi allegati alle direttive, nonché, laddove non si tratti di corsi inclusi in quegli elenchi, per quelli equipollenti a corsi di specializzazione previsti in almeno due stati membri (cfr. Cass., Sez. 3, Sentenza n. 23199 del 15/11/2016, Rv. 642976 – 02; Sez. 3, Ordinanza n. 20303 del 26/07/2019, Rv. 654780 – 01; cfr. altresì: Cass., Sez. 3, Ordinanza n. 9190 del 19/05/2020; Sez. 3, Ordinanza n. 1058 del 26/07/2019).

Ai principi di diritto enunciati in tali precedenti intende darsi continuità, non contenendo d’altra parte il ricorso argomentazioni idonee ad indurre la loro rimeditazione.

1.2 La ricorrente sostiene altresì che il corso di specializzazione da lei frequentato costituirebbe un mero indirizzo della specializzazione in “Chirurgia generale” (specializzazione espressamente prevista, negli elenchi allegati alle direttive), o comunque sarebbe alla stessa equipollente.

Tali censure sono inammissibili.

Sia con riguardo alla questione della natura del corso frequentato dalla ricorrente quale mero indirizzo della specializzazione in “Chirurgia generale”, sia con riguardo alla questione della equipollenza tra tali corsi, dette censure si risolvono in contestazioni relative ad accertamenti di fatto operati dalla corte di appello sulla base della valutazione delle prove acquisite, tenuto conto dei fatti storici principali, sostenuti da adeguata motivazione, non apparente né insanabilmente contraddittoria sul piano logico, come tale non censurabile nella presente sede (si fa in proposito rinvio anche a quanto sarà esposto nel successivo paragrafo 2.3, in relazione alla qualificazione della questione in oggetto come questione che implica accertamenti di fatto).

2. Con il secondo motivo si denunzia “Violazione dell’art. 2697 c.c., nonché degli artt. 167 e 345 c.p.c., in relazione, tutti, all’art. 360 c.p.c., n. 3”.

Il motivo è inammissibile.

2.1 Le censure di violazione dell’artt. 2697 c.c., in primo luogo, non risultano effettuate con la necessaria specificità, in conformità ai canoni a tal fine individuati dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass., Sez. U., Sentenza n. 16598 del 05/08/2016, Rv. 640829 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 11892 del 10/06/2016, Rv. 640192 – 01, 640193 – 01 e 640194 – 01; Sez. U., Sentenza n. 1785 del 24/01/2018, Rv. 647010 – 01, non massimata sul punto; da ultimo: Sez. U, Sentenza n. 20867 del 30/09/2020, Rv. 659037 – 02).

Può comunque farsi rinvio a quanto già osservato in relazione al primo motivo, per quanto riguarda la inammissibilità delle censure relative ad accertamenti di fatto compiuti dalla corte di appello in ordine alla questione dell’equipollenza tra i corsi (nonché alla natura del corso frequentato dalla ricorrente quale mero indirizzo della specializzazione in Chirurgia generale).

2.2 E richiamo ai decreti ministeriali che hanno stabilito l’equipollenza del corso frequentato dalla ricorrente con la specializzazione in Chirurgia generale deve ritenersi inconferente, in quanto si tratta di decreti successivi all’anno di conseguimento del diploma da parte della ricorrente (1992), non applicabili retroattivamente.

2.3 Con le censure di violazione degli art. 345 e 167 c.p.c., si sostiene poi, in sostanza, che l’eccezione di non comprensione del corso negli elenchi allegati alle direttive sarebbe stata proposta tardivamente dall’amministrazione convenuta.

Si tratta di un assunto manifestamente infondato, in diritto.

Occorre in proposito ribadire che, in relazione al diritto all’indennità per la mancata percezione dell’adeguata remunerazione per la frequenza delle scuole di specializzazione in medicina, l’inclusione dei corsi di specializzazione negli elenchi allegati alle Direttive Europee che hanno imposto la predetta remunerazione, ovvero la loro equipollenza a corsi previsti in almeno due stati membri, è un fatto costitutivo della domanda e quindi va allegato e dimostrato dal medico attore.

Si tratta, d’altronde, di una questione che può comportare anche accertamenti di fatto, quanto meno con riguardo all’eventuale equipollenza tra il corso frequentato e quelli che si assumono analoghi, previsti in almeno altri due stati membri.

I principi sopra esposti sono stati, di recente, ribaditi in Cass., Sez. 3, Ordinanza n. 28440 del 14/12/2020, in cui si afferma quanto segue:

“L’inclusione del corso di specializzazione nelle professioni sanitarie tra quelli di cui agli elenchi allegati alle direttive Europee che sanciscono l’obbligo per lo Stato membro di prevedere una adeguata remunerazione per il periodo di frequenza (ovvero la sua equipollenza a quelli riconosciuti in almeno due stati membri), rappresenta uno dei fatti costitutivi del diritto del medico specializzato ad ottenere l’indennizzo per la mancata (o tardiva) attuazione delle suddette direttive; non è dunque configurabile – come pare invece ritenere, erroneamente, la ricorrente – la mancata inclusione negli elenchi in questione come un fatto impeditivo del diritto di cui si discute. Si tratta, in altri termini, di un elemento costitutivo della fattispecie, che l’attore deve specificamente allegare nella sua domanda e, ove occorra, deve altresì provare in giudizio. La sua effettiva sussistenza va, di conseguenza, sempre verificata dal giudice, indipendentemente dalla proposizione di una specifica eccezione in proposito da parte del convenuto (e senza che vi sia alcuna necessità di sollecitare le parti ad un ulteriore contraddittorio su di esso). Le censure in diritto della ricorrente, sotto tale aspetto, risultano pertanto del tutto infondate. La relativa questione è d’altra parte – come più volte sottolineato da questa Corte – rilevante sia in diritto (con riguardo alla corrispondenza tra la specializzazione conseguita dall’attore e quelle espressamente incluse negli elenchi allegati alle direttive), sia eventualmente in fatto (con riguardo alla sua equipollenza rispetto alle diverse specializzazioni previste negli altri stati membri). Lo stesso principio di non contestazione, in proposito, può quindi eventualmente operare con esclusivo riguardo agli aspetti rilevanti in fatto”.

Il ricorso non contiene argomenti idonei ad indurre a rimeditare tali principi di diritto, ai quali intende darsi continuità.

D’altronde, nella specie, nel ricorso non viene richiamato in modo adeguatamente specifico il contenuto delle allegazioni in fatto in ordine alla dedotta equipollenza tra i corsi di studio, nelle difese svolte dall’attrice in primo grado, né il contenuto delle difese dell’amministrazione in relazione alle circostanze di fatto specificamente allegate dall’attrice, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6. In proposito, è anzi opportuno rilevare che l’Avvocatura Generale, nel controricorso, sostiene che non era in proposito stata formulata alcuna specifica allegazione nell’atto di citazione.

Inoltre, la contestazione della mancata inclusione del corso negli elenchi allegati era stata svolta certamente, come risulta dallo stesso ricorso, anche se non nella comparsa di costituzione in primo grado.

In ogni caso, non può che ribadirsi, sul punto, che la corte di appello ha operato una valutazione delle prove ed ha ritenuto non sufficientemente dimostrata la dedotta equipollenza, svolgendo così un accertamento di fatto che, come già ripetutamente osservato, è sostenuto da adeguata motivazione, non apparente né insanabilmente contraddittoria sul piano logico, come tale non censurabile nella presente sede.

2.4 Va infine osservato che neanche le deduzioni svolte dalla ricorrente con la memoria depositata ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c., risultano decisive, a sostegno dei suoi assunti.

Al di là della reiterazione di argomentazioni già contenute nel ricorso, va osservato, in particolare, che i precedenti di questa Corte richiamati per sostenere che sarebbe stato già affermato e riconosciuto il diritto all’indennizzo per i medici che hanno frequentato il corso di specializzazione di cui si discute, devono ritenersi inconferenti.

Trattandosi infatti di questione che – come ampiamente chiarito – implica accertamenti di fatto, l’esito delle singole specifiche domande non può infatti ritenersi decisivo, in linea assoluta, in quanto dipende volta per volta dalle allegazioni formulate e dalle prove acquisite e valutate nella singola controversia, nonché dalle contestazioni eventualmente formulate in sede di impugnazione in relazione al relativo accertamento in fatto.

E’ d’altra parte opportuno sottolineare che, in alcune delle fattispecie oggetto delle decisioni richiamate dalla ricorrente, la questione della inclusione del corso di specializzazione in Chirurgia di urgenza negli elenchi allegati alle direttive Europee, ovvero della sua equipollenza a corsi di specializzazione previsti in almeno due stati membri, non era affatto tra quelle sottoposte all’esame di questa Corte (dunque non era più in discussione la sussistenza del diritto alla adeguata remunerazione del medico attore in relazione al corso di specializzazione dallo stesso frequentato; è il caso, ad esempio, di Cass. n. 18053 del 2019 e n. 147 del 2016), mentre, in altre fattispecie, il ricorso per cassazione era stato proposto dall’amministrazione convenuta, la quale aveva sollevato in proposito contestazioni inammissibili in sede di legittimità, in quanto generiche, ovvero relative ad accertamenti di fatto operati dai giudici di merito o, comunque, nuove (e’ il caso, ad esempio, di Cass., n. 6031 del 2015 e n. 6472 del 2015).

Le suddette decisioni (così come eventuali altre di analogo tenore) non possono, dunque, in alcun modo ritenersi in contrasto con i principi di diritto, di carattere sostanziale e processuale, fin qui affermati.

3. Il ricorso è dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio di legittimità possono essere integralmente compensate tra le parti, sussistendo motivi sufficienti a tal fine, anche in considerazione delle incertezze giurisprudenziali ancora sussistenti, al momento della proposizione del ricorso, con riguardo ad alcune delle questioni oggetto dello stesso.

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte:

– dichiara inammissibile il ricorso;

– dichiara integralmente compensate tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 14 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA