Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39427 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. III, 13/12/2021, (ud. 14/07/2021, dep. 13/12/2021), n.39427

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 4467 del ruolo generale dell’anno 2018

proposto da:

C.F., (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato e difeso, giusta

procura in calce allegata in calce al ricorso, dall’avvocato

Salvatore Orsini (C.F.: RSNSVT63R22D708J);

– ricorrente –

nei confronti di:

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente del

Consiglio dei Ministri pro tempore (C.F.: (OMISSIS)), rappresentato

e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato (C.F.: (OMISSIS));

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Roma n.

4116/2017, pubblicata in data 20 giugno 2017;

udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 14 luglio

2021 dal Consigliere Dott. Augusto Tatangelo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.F., deducendo di non avere ricevuto la remunerazione prevista dalle Direttive CEE n. 75/362, n. 75/363 e n. 82/76 per la frequenza di corsi di specializzazione universitaria, ha agito in giudizio nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, chiedendo il risarcimento del danno derivante dalla mancata attuazione delle suddette direttive comunitarie.

La domanda è stata rigettata dal Tribunale di Roma, che ha ritenuto prescritti i diritti fatti valere in giudizio.

La Corte di Appello di Roma ha confermato la decisione di primo grado.

Avverso tale decisione ricorre il C., sulla base di tre motivi.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri resiste con controricorso.

E’ stata disposta la trattazione in Camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375 e 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Violazione dell’art. 360, comma 1, n. 5, per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti e dell’art. 360, comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione di norme di diritto relativamente all’indispensabilità della prova prodotta tardivamente”.

Il motivo è infondato.

La domanda del C. è stata rigettata, in primo grado, perché il tribunale ha ritenuto maturata la prescrizione del diritto fatto valere in giudizio dal medico attore (decorrente dalla data del 27 ottobre 1999), non avendo quest’ultimo, tra l’altro, documentato idonei atti interruttivi della prescrizione stessa.

In appello, l’attore ha prodotto un nuovo documento, che a suo dire attesterebbe l’interruzione della prescrizione (in data 12 dicembre 2008, astrattamente utile ad escluderne la maturazione, al momento della proposizione della domanda giudiziale), sostenendo di non averlo potuto produrre nel corso del giudizio di primo grado.

La corte di appello, dopo avere osservato che nella specie è applicabile, in ragione della data di proposizione dell’appello, il disposto dell’art. 345 c.p.c., comma 3, nella formulazione attualmente vigente (cioè quella derivante dalle modifiche di cui al D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 45, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134), ha ritenuto inammissibile la produzione del nuovo documento e non sussistenti i presupposti per una rimessione in termini dell’appellante.

Secondo il ricorrente, peraltro, la produzione del documento in questione avrebbe dovuto essere ritenuta ammissibile, essendo lo stesso indispensabile ai fini della decisione.

L’assunto è manifestamente infondato.

In proposito è sufficiente richiamare il chiarissimo testo dell’art. 345 c.p.c., nella formulazione applicabile alla fattispecie (secondo il quale nel giudizio di appello “non sono ammessi nuovi mezzi di prova e non possono essere prodotti nuovi documenti, salvo che la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile”) e, comunque la giurisprudenza di questa Corte (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 26522 del 09/11/2017, Rv. 646466 – 01), secondo cui “nel giudizio di appello, la nuova formulazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3, quale risulta dalla novella di cui al D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, nella L. n. 134 del 2012 (applicabile nel caso in cui la sentenza conclusiva del giudizio di primo grado sia stata pubblicata dopo 1111 settembre 2012), pone il divieto assoluto di ammissione di nuovi mezzi di prova in appello, senza che assuma rilevanza rindispensabilità” degli stessi, e ferma per la parte la possibilità di dimostrare di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile”.

E’ appena il caso di osservare, infine, che la giurisprudenza richiamata dal ricorrente, relativa alla possibilità di produrre in appello i nuovi documenti ritenuti indispensabili per la decisione, si riferisce alla formulazione previgente dell’art. 345 c.p.c., non applicabile nella fattispecie, ratione temporis.

2. Con il secondo motivo si denunzia “Violazione dell’art. 360, comma 1, n. 5, per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti e dell’art. 360, comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione di norme di diritto relativamente all’inammissibilità della richiesta di rimessione in termini circa la produzione della missiva del 12.12.2008”.

Il motivo è in parte infondato ed in parte inammissibile.

Il ricorrente sostiene che avrebbe avuto diritto alla rimessione in termini per la produzione del nuovo documento, avendo dimostrato l’impedimento a produrlo nel corso del giudizio di primo grado.

Orbene, in primo luogo, sotto questo profilo il ricorso, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, non contiene lo specifico e puntuale richiamo (diretto o, quanto meno, indiretto, cioè mediante l’esatta indicazione delle parti dell’atto rilevanti in proposito) del contenuto dell’atto di appello, con riguardo ai presupposti invocati ai fini della rimessione in termini (i quali vengono semplicemente enunciati nel ricorso).

Inoltre, sul punto, l’accertamento di fatto operato dalla corte di appello, che ha ritenuto insufficienti le stesse allegazioni del ricorrente a documentare un effettivo impedimento, risulta sostenuto da adeguata motivazione, non apparente né insanabilmente contraddittoria sul piano logico, come tale non censurabile nella presente sede.

Il ricorrente sostiene, in proposito, di avere consegnato tutta la documentazione in suo possesso – prima del giudizio – ad una associazione di consumatori, in vista della proposizione di un ricorso collettivo, e di non avere avuto poi modo di recuperare il documento attestante l’interruzione della prescrizione, prima della instaurazione del giudizio di appello.

La corte di appello ha peraltro osservato che una condotta prudente e diligente gli avrebbe imposto quanto meno di conservare una copia di quel documento, onde depositarla nel giudizio di primo grado, a sostegno della sua domanda.

Tale espressa motivazione, non risulta, in realtà, censurata, in concreto, con argomentazioni sufficientemente specifiche (anzi, essa non è neanche chiaramente richiamata nell’esposizione del motivo in esame).

In ogni caso su tratta di considerazioni del tutto condivisibili.

3. Con il terzo motivo si denunzia “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 per violazione e falsa applicazione di norme di diritto. Nel caso specifico errata valutazione delle disposizioni relative alla compensazione delle spese e di quanto previsto dal D.R.P. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater”.

Il motivo è infondato.

Sia dalla sentenza impugnata che dallo stesso ricorso si evince che il ricorrente aveva denunziato, in appello, una omessa compensazione, almeno parziale, delle spese del giudizio di primo grado.

Con il motivo di ricorso in esame, egli insiste nel sostenere che, essendo state rigettate alcune eccezioni dell’amministrazione, avrebbe dovuto ritenersi sussistente una reciproca soccombenza delle parti e, quindi, avrebbe dovuto essere disposta la compensazione delle spese del giudizio.

Orbene, la corte di appello ha correttamente applicato il disposto dell’art. 91 c.p.c., secondo il quale la parte soccombente va condannata al rimborso delle spese in favore di quella vittoriosa (cd. principio di soccombenza): non vi è dubbio infatti che la soccombenza dell’attuale ricorrente sia integrale, essendo stata rigettata integralmente la sua domanda. Non ha alcun rilievo, in proposito, che non siano state accolte alcune eccezioni pregiudiziali della parte convenuta, perché comunque la domanda proposta risulta rigettata integralmente e non risultano avanzate domande riconvenzionali.

Del resto, la facoltà di disporre la compensazione delle spese processuali tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito (anche in ipotesi di reciproca soccombenza parziale, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, ipotesi, peraltro, come già visto nella specie non sussistente), il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (cfr. Cass., Sez. U., Sentenza n. 14989 del 15/07/2005, Rv. 582306 – 01; conf., in precedenza: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 851 del 01/03/1977, Rv. 384463 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 1898 del 11/02/2002, Rv. 552178 – 01; Sez. L, Sentenza n. 10861 del 24/07/2002, Rv. 556171 – 01; Sez. 1, Sentenza n. 17692 del 28/11/2003, Rv. 572524 – 01; successivamente: Sez. 3, Sentenza n. 22541 del 20/10/2006, Rv. 592581 – 01; Sez. 1, Sentenza n. 28492 del 22/12/2005, Rv. 585748 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 7607 del 31/03/2006, Rv. 590664 – 01).

4. Il ricorso è rigettato.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte:

– rigetta il ricorso;

– condanna il ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore dell’amministrazione controricorrente, liquidandole in complessivi Euro 2.050,00, oltre spese prenotate a debito.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 14 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

 

 

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