Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39421 del 13/12/2021

Cassazione civile sez. III, 13/12/2021, (ud. 14/07/2021, dep. 13/12/2021), n.39421

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 29692/2018 R.G. proposto da:

F.G., e G.G.M., rappresentati e difesi

dall’Avv. Carlo Amoruso, con domicilio eletto presso il suo studio

in Roma, Via Nomentana, n. 403;

– ricorrenti –

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Salute,

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e

Ministero dell’Economia e delle Finanze;

– intimati –

nonché sul ricorso successivamente proposto da:

D.S.M., + ALTRI OMESSI, tutti rappresentati e difesi

dall’Avv. Marco Tortorella, con domicilio eletto presso il suo

studio in Roma, via Domenico Chelini, n. 5;

– ricorrenti –

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Salute,

Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e

Ministero dell’Economia e delle Finanze;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma n. 1744/2018,

depositata il 20 marzo 2018;

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 14 luglio

2021 dal Consigliere Dott. Emilio Iannello.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Numerosi medici specializzati, fra i quali gli odierni ricorrenti, convennero davanti al Tribunale di Roma la Presidenza del Consiglio dei ministri, il M.I.U.R., il Ministero della Salute e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, chiedendone la condanna, in solido, al risarcimento dei danni conseguenti alla mancata attuazione delle direttive Europee 75/362/CEE, 75/363/CEE e 82/76/CEE, in tema di adeguata retribuzione spettante per la frequenza di corsi di specializzazione in anni per alcuni compresi nel – per altri invece anteriori o successivi al – periodo 1983-1991.

Con sentenza depositata in data 3 luglio 2015 il tribunale, dichiarata la carenza di legittimazione passiva dei tre Ministeri, rigettò le domande, ritenendo prescritte e, comunque, infondate nel merito, le pretese creditorie.

2. Pronunciando sul gravame interposto dai soccombenti la Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 1744/2018 del 20 marzo 2018, lo ha rigettato sul condiviso (ed espressamente ritenuto assorbente) rilievo della prescrizione dei crediti azionati.

3. Per la cassazione di tale sentenza propongono separati ricorsi, nell’ordine:

– F.G. e G.G.M., articolando cinque motivi;

– D.S.M. e altri trentacinque medici indicati in epigrafe con il patrocinio dell’Avv. Marco Tortorella, sulla base di cinque motivi (tale secondo ricorso essendo stato rettificato, con successivo atto, con l’eliminazione dei nominativi di altri due ricorrenti inizialmente per errore indicati in intestazione).

Le amministrazioni intimate non hanno depositato controricorsi, ma c.d. “atto di costituzione” per la “partecipazione all’udienza di discussione”.

Non sono state depositate conclusioni dal Pubblico Ministero.

D.S.M. e gli altri ricorrenti difesi dall’Avv. Marco Tortorella hanno depositato memoria ex art. 380-bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La sentenza impugnata è stata resa anche nei confronti di altri medici nei cui confronti nessuno dei ricorsi è stato notificato.

Tuttavia, trattandosi di litisconsorti facoltativi ed essendo applicabile, in conseguenza, l’art. 332 c.p.c., non occorre far luogo all’ordine di notificazione dell’impugnazione ai sensi di tale norma, essendo ormai l’impugnazione per essi preclusa.

2. I due ricorsi, ai sensi dell’art. 335 c.p.c., in quanto proposti avverso il medesimo provvedimento, vanno riuniti per essere trattati unitariamente.

RICORSO F. E G..

3. Con il primo motivo del proprio ricorso F.G. e G.G.M. denunciano “violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto dell’art. 100 c.p.c. e art. 95 Cost.”, in relazione alla confermata esclusione della legittimazione passiva dei Ministeri convenuti in giudizio.

4. Con il secondo motivo i predetti deducono violazione e/o falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., in relazione alla motivazione offerta dalla corte d’appello in punto di prescrizione, a loro dire inidonea ad assolvere il relativo onere.

5. Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano violazione e/o falsa applicazione dell’art. 101 Cost., comma 2.

Lamentano che la corte d’appello non ha applicato la legge ma è rimasta ancorata ad un’interpretazione della S.C. “tenuta in altre fattispecie”.

6. Con il quarto motivo essi denunciano violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2935 c.c., in relazione al dies a quo del termine prescrizionale, a torto, secondo loro, individuato in sentenza nella data di entrata in vigore della L. n. 370 del 1999 (27 ottobre 1999), invece che in quella della emanazione dei decreti attuativi del D.Lgs. n. 368 del 1999 e, segnatamente, con l’emanazione del D.P.C.M. 6 luglio 2007.

7. Con il quinto motivo essi deducono violazione e/o falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c., in relazione alla statuita loro condanna alle spese del giudizio di appello. Affermano che l’opinabilità delle questioni trattate avrebbe dovuto giustificarne la compensazione.

RICORSO D.S. E ALTRI.

8. D.S.M. e gli altri ricorrenti indicati in epigrafe (difesi dall’Avv. Marco Tortorella) denunciano, con il primo motivo del loro ricorso, “violazione e falsa applicazione delle norme e dei principi in materia di risarcimento del danno derivante da omesso e/o tardivo recepimento di direttive comunitarie nonché degli artt. 5 e 189 del Trattato CEE; dell’art. 10 Cost.; delle Dir. CEE 82/76, 75/363 e 93/16, delle sentenze della Corte di Giustizia Europea 25 febbraio 1999 (procedimento C-131/97) e del 3 ottobre 2000; violazione e falsa applicazione dell’art. 1 del Protocollo n. 1 alla CEDU; degli artt. 1, 10, 11 e 12 preleggi; degli artt. 2934,2935 e 2938 c.c.; del D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 257, art. 6…, nonché della L. n. 370 del 1999, art. 11; omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, relativamente ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione dell’art. 360, nn. 3, 4 e 5 ed all’art. 395 c.p.c. ed art. 112 c.p.c.”.

La censura è riferita alla ritenuta prescrizione del credito azionato dai ricorrenti, rilevandosi al riguardo, in sintesi, che, anche alla luce delle argomentazioni contenute nella sentenza della Corte di Giustizia Europea del 24 gennaio 2018, la L. n. 370 del 1999, non può assumere rilievo ai fini della determinazione del danno risarcibile e, conseguentemente, neanche ai fini della individuazione della data di decorrenza del termine di prescrizione.

La corte di appello avrebbe errato mancando di considerare che la prescrizione non avrebbe potuto farsi decorrere se non da quando sarebbero state elise le incertezze giurisprudenziali di settore, ovvero, quanto meno, nel 2005 sulla giurisdizione, nel 2009 sull’azione esperibile e la stessa sua prescrizione, nel 2011 sulla legittimazione passiva unica dello Stato, anche alla luce della giurisprudenza comunitaria, se del caso da investire con rinvio pregiudiziale, attesa la necessità di assicurare la piena ed effettiva attuazione della normativa sovranazionale.

9. I motivi dal secondo al quarto investono la sentenza impugnata per avere, secondo i ricorrenti, omesso di pronunciare, rispettivamente:

a) sul motivo con il quale si era censurata la sentenza del tribunale nella parte in cui aveva sancito il diritto al risarcimento solamente in caso di frequenza successiva al 31 dicembre 1982, rigettando per tal motivo le domande dei dottori D.S., + ALTRI OMESSI;

b) sul motivo di gravame con il quale si era censurato il rigetto delle domande avanzate dalla Dott.ssa Fo.Pa. per avere essa iniziato il proprio corso di specializzazione in anni successivi alla data di entrata in vigore della L. n. 257 del 1991;

c) sulle censure relative ai dottori Fe.Pa., E.C.D. e Ga.Da. specializzati in Igiene e Medicina, con le quali si era rilevato che con il termine “community medicine” si indica quella specialità medica che in Italia è stata sempre denominata come igiene e medicina preventiva;

d) sulle analoghe censure svolte: per i dottori D.F. e f., in relazione alla loro specializzazione in Medicina legale e delle assicurazioni; per il Dott. D., in relazione alla sua specializzazione in Chirurgia d’urgenza e Pronto Soccorso; per il Dott. D.V., in relazione alla sua specializzazione in Medicina del lavoro; per il Dott. D.G., in relazione alla sua specializzazione in Cardiologia.

10. Con il quinto motivo i ricorrenti denunciano, infine, “violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 91 e 92 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, nonché contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

Lamentano che l’importo liquidato per spese (Euro 500, oltre accessori per ciascuna delle parti), pari complessivamente ad Euro 22.000 oltre accessori, appare eccessivo a fronte di una ridotta ed unitaria attività difensiva delle parti appellate, per compensare la quale avrebbe dovuto farsi riferimento solamente alla fase introduttiva e di studio, peraltro relativamente ad una causa seriale, nella quale la difesa approntata era fotocopia di altre precedenti.

11. Occorre preliminarmente avvertire che nessuna preclusione all’esame degli esposti motivi può derivare, per nessuno dei ricorrenti, da quanto disposto con il decreto ex art. 377 c.p.c., comunicato alle parti e, segnatamente, con il provvedimento del Presidente del Collegio che, ad esso allegato, “a specificazione” del relativo oggetto:

a) ha precisato che:

– “la fissazione e, quindi, la trattazione si intendono escluse per le posizioni dei medici specializzandi per i quali si sia dedotta l’iscrizione alla scuola di specializzazione in epoca anteriore al 1 gennaio 1982”;

– “per i suddetti la trattazione è differita a seguito di separazione ad altra udienza o adunanza, atteso che è necessario attendere gli esiti del rinvio pregiudiziale alla CGUE disposto dall’ordinanza delle Sezioni Unite n. 23901 del 2020”;

b) ha quindi invitato “i difensori interessati a prendere atto dei limiti della disposta trattazione”.

L’identificazione delle posizioni da separare è invero operata nel citato provvedimento attraverso il riferimento, da un lato, ai “medici specializzandi per i quali si sia dedotta l’iscrizione alla scuola di specializzazione in epoca anteriore al 1 gennaio 1982”, dall’altro, alla necessità di attendere, per essi, “gli esiti del rinvio pregiudiziale alla CGUE disposto dall’ordinanza delle Sezioni Unite n. 23901 del 2020”.

Appare dunque evidente che tale provvedimento ha riguardo solo ai ricorsi e alle posizioni per i quali il vaglio di legittimità sulla decisione di merito impugnata richieda necessariamente la soluzione della questione oggetto di rinvio pregiudiziale (e dunque l’attesa della decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea).

Tra queste non rientra alcuna delle posizioni per le quali sono proposti i ricorsi in esame il cui vaglio in questa sede, per le ragioni che appresso saranno esposte, si arresta a rilievi di carattere preliminare che non pongono la necessità – ma anzi escludono la possibilità – di passare all’esame di quella questione.

12. Passando dunque all’esame dei ricorsi, rilievo prioritario assumono i motivi dedotti in punto di prescrizione (e relativa motivazione), ossia: il secondo, il terzo e il quarto motivo del ricorso proposto da F.G. e G.G.M.; il primo motivo del ricorso proposto da D.S.M. e dagli altri ricorrenti difesi dall’Avv. Carlo Tortorella.

Tali motivi, da esaminarsi dunque congiuntamente, sono inammissibili, a norma dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1.

12.1. La corte territoriale ha motivato sulla ragione assorbente richiamandosi al consolidato indirizzo di questa Corte con cui è stato chiarito in modo univoco e ripetuto che il diritto al risarcimento del danno da tardiva e incompleta trasposizione nell’ordinamento interno delle direttive n. 75/362/CEE e n. 82/76/CEE, relative al compenso in favore dei medici ammessi ai corsi di specializzazione universitari, si prescrive nel termine decennale decorrente dalla data di entrata in vigore (27 ottobre 1999) della L. 19 ottobre 1999, n. 370, il cui art. 11, ha riconosciuto il diritto ad una borsa di studio soltanto in favore di quanti, tra costoro, risultavano beneficiari delle sentenze irrevocabili emesse dal giudice amministrativo, rendendo definitivo l’inadempimento soggettivo residuo (cfr., Cass. 17/05/2011, nn. 10813, 10814, 10815 e 10816, Cass., 31/08/2011, n. 17868, 20/03/2014, n. 6606, Cass., 15/11/2016, n. 23199, Cass., 31/05/2018, n. 13758).

La descritta condotta statale ha definitivamente palesato l’adempimento soggettivamente parziale dello Stato per gli specializzandi che hanno iniziato i corsi anteriormente all’anno accademico 1991-1992, sicché, al di là del perdurare degli effetti di tale inadempimento per gli altri (non destinatari della disciplina in parola), la ragionevole cristallizzazione derivante dall’opzione esercitata, rispetto all’astratta possibilità di un ripensamento normativo, onerava della reazione i pretermessi, innescando la decorrenza estintiva prescrizionale; per le medesime ragioni, non può rilevare la diversa quantificazione della remunerazione, e il suo differente regime, discrezionalmente determinati dallo Stato con il D.Lgs. n. 368 del 1999, attuato dall’anno accademico 2006-2007 (Cass. 14/03/2018, n. 6355).

12.2. La difesa dei ricorrenti D.S.M. e altri sostiene che il leading case del 2011 aveva preso in considerazione un termine prudenziale in ottica di conformità comunitaria, in ragione di quanto allora esaminabile, e tale da essere comunque sufficiente a respingere, in quel tempo, l’eccezione di prescrizione, e che, invece, solo successivamente al 1999 la giurisprudenza di questa Corte ha escluso quelle incertezze inibenti la decorrenza della prescrizione in pregiudizio del danneggiato, dall’individuazione della giurisdizione, se ordinaria o amministrativa, a quella dell’azione esperibile, se contrattuale o aquiliana, e della stessa prescrizione, a quella del legittimato passivo della domanda, se solo lo Stato o meno.

Detti argomenti – come già questa Corte ha più volte avuto modo di rimarcare (v. da ultimo Cass. 31/03/2021, n. 8843) – sono del tutto infondati e inidonei a indurre a un ripensamento della stabile nomofilachia richiamata e, infatti, per un verso confermata in tempi ben susseguenti al 2011, per altro verso tale da non potersi più riferire solo al rigetto dell’eccezione di prescrizione allora effettuato secondo quanto obiettato dal patrocinio oggi ricorrente.

E’ appena il caso di osservare che la questione della giurisdizione non incide affatto sulla consapevolezza della cristallizzazione della lesione e quindi sulla possibilità, per il danneggiato, di interrompere la sua inerzia e il decorso dell’estinzione prescrizionale che, come noto, non ha bisogno di iniziative giurisdizionali ma può ben essere stragiudiziale.

Per lo stesso motivo non ha alcun rilievo l’individuazione della natura dell’azione esperibile mentre la più ampia durata decennale della stessa, quale ricostruita, fa sì che la sua determinazione non abbia avuto alcun riflesso sulla maturazione della stessa.

Quanto alla legittimazione passiva – premesso che è dello Stato in persona della Presidenza del consiglio dei Ministri, mentre l’evocazione in giudizio di un diverso organo statuale, qui in ogni caso contestuale alla prima, non si traduce nella mancata instaurazione del rapporto processuale, costituendo una mera irregolarità, sanabile ai sensi della L. n. 260 del 1958, art. 4 (Cass., Sez. U., 27/11/2018, n. 30649), sicché solo se diretta nei confronti della sola Università l’interruzione della prescrizione risulta inidonea (Cass., 25/07/2019, n. 20099) – nella fattispecie non emerge, né è dedotta, un’eventuale attività interruttiva nei confronti dell’ente universitario o altri soggetti, fermo restando che dalla stessa normativa del 1999 doveva ragionevolmente desumersi che il destinatario del credito era individuabile nell’amministrazione statale e non nell’autonomia universitaria.

E’ opportuno ribadire, quanto alla remunerazione, che a seguito dell’intervento con il quale il legislatore – dettando della L. 19 ottobre 1999, n. 370, art. 11 – ha effettuato una aestimatio del danno, alla precedente obbligazione risarcitoria per mancata attuazione delle direttive si è sostituita un’obbligazione satisfattiva avente natura di debito di valuta, iscritta in una cornice di disciplina comunitaria nella quale non è rinvenibile una definizione di retribuzione adeguata, né sono posti i criteri per la determinazione della stessa, come ribadito ferma, pure in chiave CEDU, la non irrisorietà della quantificazione nazionale – anche dalla pronuncia, evocata in ricorso, della Corte di giustizia, 24 gennaio 2018, C-616/16 e C617-16 (Cass., 24/01/2020, n. 1641, cui si rimanda per una più ampia ricostruzione giurisprudenziale, che muove dalle ampie argomentazioni di Cass. n. 1917 del 2012, esplicative del criterio di determinazione del danno indicato dalle sentenze gemelle 10813, 10814, 10815 e 10816 del 2011 e dalle altre emesse a seguito della stessa Camera di consiglio).

Questa pronuncia – invocata pure nel primo ricorso – per un verso ribadisce che non vi è mai stata alcuna indicazione unionale sulla quantificazione della “adeguata remunerazione”, per altro verso non affronta il tema qui discusso della decorrenza prescrizionale.

Quanto sopra è in linea con ciò che si deve dire per la disciplina del trattamento economico dei medici specializzandi di cui del D.Lgs. n. 368 del 1999, art. 39, applicabile, per effetto di ripetuti differimenti, in favore dei medici iscritti alle scuole di specializzazione a decorrere dall’anno accademico 2006-2007 e non a quelli iscritti negli anni antecedenti, che, ove a regime secondo la normativa statale di recepimento, restano soggetti alla disciplina di cui al D.Lgs. n. 257 del 1991, sia sotto il profilo ordinamentale che economico, giacché, in particolare, la direttiva n. 93/16, rispetto alla quale quella n. 2005/36 nulla sposta, non ha introdotto alcun nuovo e ulteriore obbligo con riguardo alla misura della borsa di studio (Cass., 14/03/2018, n. 6355, e le moltissime successive conformi, quale, solo a titolo esemplificativo, Cass., 24/05/2019, n. 14168).

Ciò per dire che non è individuabile alcun momento in cui si è stabilita una remunerazione adeguata da valutarsi come la sola recettiva della disciplina unionale, tale da poter concludere, anche in tesi, che esclusivamente a far data da allora avrebbe potuto decorrere la prescrizione.

Non vi è alcuna violazione della normativa sovranazionale, e alcuna irragionevolezza o disparità di trattamento posto che l’incremento previsto nell’esercizio della discrezionalità legislativa per i corsi di specializzazione collocati in tempi successivi, non escludendo l’adeguatezza della remunerazione precedente, è stato espressione di una scelta che rientra nelle opzioni legislative di regolare diversamente situazioni successive nel tempo (cfr., anche, di recente, Cass., 19/02/2019, n. 4809; 18/02/2021, n. 4307).

12.3. Come desumibile dai rilievi appena fatti, non vi è alcuna incertezza, sulla questione qui in scrutinio, che imponga il rinvio pregiudiziale che il patrocinio dei ricorrenti sollecita, anche nella memoria.

Al riguardo va rilevato che, nella illustrazione del primo motivo del secondo ricorso, i medici specializzati difesi dall’Avv. Tortorella hanno chiesto che sia sottoposta alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la seguente questione pregiudiziale: “se alla stregua del diritto dell’unione, un rimedio giurisdizionale possa considerarsi effettivo prima che sia definita la natura giuridica dell’azione spendibile, con le conseguenti ricadute sui termini di prescrizione, prima che sia identificato il soggetto legittimato passivamente e prima che sia individuata la giurisdizione interna competente a conoscere la domanda”.

Si tratta di una istanza, al di là dei termini generici in cui è formulata, manifestamente infondata.

Per quanto già detto, infatti, non solo a partire dal 27 ottobre 1999 nessuna norma dell’ordinamento interno impediva agli odierni ricorrenti di promuovere un giudizio per domandare il risarcimento del danno da tardiva attuazione delle direttive comunitarie; deve ora aggiungersi che nessun dubbio poteva sussistere su quale fosse il soggetto tenuto a rispondere di tale danno (lo Stato), e che qualsiasi eventuale incertezza circa l’individuazione del giudice munito di giurisdizione a conoscere della relativa domanda non poteva impedire il decorso della prescrizione, dal momento che qualsiasi eventuale errore poteva essere rimediato mediante lo strumento del regolamento di giurisdizione.

12.4. Palesemente incongruo ed eccentrico è poi ipotizzare – con il terzo motivo del ricorso F. e G. – la violazione dell’art. 101 Cost., per il solo fatto di avere, il giudice a quo, deciso conformemente alla giurisprudenza della S.C.: uniformandosi al consolidato orientamento della giurisprudenza la corte d’appello ha, infatti, per ciò stesso reso una pronuncia conforme alla legge, quale costantemente interpretata dalla S.C.. La decisione richiama evidentemente i precedenti non in termini di stare decisis ma quale cornice nomofilattica all’ermeneutica legale positiva.

13. Tra i ricorrenti non vi è nessuno per i quali la domanda risarcitoria non sia stata rigettata per prescrizione.

Ne discende che le considerazioni sopra svolte assorbono e rendono ultroneo l’esame del primo motivo del primo ricorso ( F. e G.) in punto di legittimazione passiva.

Varrà al riguardo comunque rammentare che, come sopra s’e’ già ricordato, la giurisprudenza di questa corte ha più volte chiarito (Cass. Sez. U. 27/11/2018, n. 30649; Cass. n. 1059 del 2019, cit.) che, in tema di responsabilità dello Stato da mancata attuazione di direttive comunitarie, unica legittimata resta la Presidenza, anche quando evocata unitamente ai Ministeri, salvo che non siano evocati i soli Ministeri e la difesa erariale non si avvalga per tempo della facoltà della L. n. 260 del 1958, ex art. 4.

14. Sono inammissibili, per aspecificità, i motivi dal secondo al quarto del secondo ricorso ( D.S. e altri).

I ricorrenti non si confrontano con l’esplicita affermazione, contenuta in sentenza (pag. 6, terzo e quarto rigo), che attribuisce alla statuizione in punto di prescrizione carattere “assorbente”, tale da esimere il collegio “dall’esaminare nel merito tutti gli altri motivi di impugnazione dedotti dagli appellanti”.

Tale affermazione di per sé configura pur sempre una pertinente risposta a quei motivi di gravame ed esclude pertanto possa ravvisarsi il vizio di omessa pronuncia.

Deve in tal senso darsi continuità all’indirizzo già affermatosi nella giurisprudenza di questa Corte secondo cui, in tema di provvedimenti del giudice, l’assorbimento in senso improprio – configurabile quando la decisione di una questione esclude la necessità o la possibilità di provvedere sulle altre – impedisce di ritenere sussistente il vizio di omessa pronuncia, il quale è ravvisabile solo quando una questione non sia stata, espressamente o implicitamente, ritenuta assorbita da altre statuizioni della sentenza (v. ex aliis Cass. 03/02/2020, n. 2334; 12/11/2018, n. 28995).

Ciò implica che perché la statuizione risulti viziata sotto il profilo motivazionale si deve mettere in discussione la correttezza della valutazione di assorbimento (così, in motivazione, Cass. 16/12/2020, n. 28864).

Con tale valutazione però i ricorrenti omettono del tutto di confrontarsi, limitandosi ad affermazioni non pertinenti, per lo più incentrate sulla asserita fondatezza dei crediti vantati in relazione ai profili ivi considerati.

15. Venendo quindi all’esame dei restanti motivi in punto di spese (quinto motivo del primo ricorso e quinto motivo del secondo), va anzitutto rilevata l’inammissibilità del primo di essi (quinto motivo del ricorso F. e G.).

Costituisce, invero, jus receptum nella giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui esula dal sindacato di legittimità e rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito la valutazione della opportunità della compensazione, totale o parziale, delle spese processuali, essendo la statuizione sulle spese adottata dal giudice di merito sindacabile in sede di legittimità nei soli casi di violazione del divieto, posto dall’art. 91 c.p.c., di porre anche parzialmente le spese a carico della parte vittoriosa – ipotesi nella specie non ricorrente – o nel caso di compensazione delle spese stesse fra le parti adottata con motivazione illogica o erronea (Cass. Sez. U. n. 14989 del 15/07/2005; Cass. n. 3272 del 07/03/2001 e successive numerose conformi).

16. E’ altresì inammissibile ed è comunque infondato il quinto motivo del secondo ricorso.

16.1. Occorre al riguardo anzitutto rammentare che in tema di liquidazione delle spese processuali successiva al D.M. n. 55 del 2014, non trova fondamento normativo un vincolo alla determinazione secondo i valori medi ivi indicati, dovendo il giudice solo quantificare il compenso tra il minimo ed il massimo delle tariffe, a loro volta derogabili con apposita motivazione, la quale è doverosa allorquando si decida di aumentare o diminuire ulteriormente gli importi affinché siano controllabili le ragioni che giustificano lo scostamento e la misura di questo (v. ex multis, da ultimo, Cass. 07/01/2021, n. 89), essendo stato altresì precisato che – costituendo i parametri criteri di orientamento e individuando essi la misura economica “standard” del valore della prestazione professionale – pertanto, il giudice è tenuto a specificare i criteri di liquidazione del compenso solo in caso di “scostamento apprezzabile” dai parametri medi (Cass. 01/06/2020, n. 10343).

Ne deriva che intanto è denunciabile per error in iudicando la liquidazione delle spese – nel caso in esame perché eccedente, in ipotesi, oltre misura e immotivatamente il limite massimo tariffario – in quanto si precisi quale fosse nella specie il limite cui aver riferimento e in base a quale conteggio tale limite doveva determinarsi.

Tali precisazioni sono lungi dall’essere offerte dai ricorrenti.

16.2. Mette conto comunque rilevare che la liquidazione delle spese è stata nella specie del tutto legittimamente operata dal giudice a quo a carico di ciascuno dei soccombenti e non in via unitaria e solidale, nell’esercizio della facoltà che in tal senso gli è attribuita dall’art. 97 c.p.c., comma 1, primo periodo, a mente del quale “Se le parti soccombenti sono più, il giudice condanna ciascuna di esse alle spese e ai danni in proporzione del rispettivo interesse nella causa”.

Quanto poi al valore in base al quale parametrare gli importi questa Corte ha precisato (in un caso analogo) che “non ricorrendo l’identità di posizione processuale dei… soggetti assistiti dal medesimo avvocato, non trova applicazione il D.M. n. 55 del 2014, art. 4, comma 2” (Cass. n. 6110 del 04/03/2021).

Il valore della causa, ai fini della liquidazione del compenso, è pertanto di Euro 900.000,00 (Euro 25.000,00 per 36).

Tenuto conto della trattazione in appello ai sensi dell’art. 350 c.p.c., il compenso è dovuto anche per la fase istruttoria e/o di trattazione (D.M. n. 55 del 2014, art. 4, comma 5, lett. c)).

Considerato il limite dell’aumento pari all’80% previsto dal D.M. n. 55, art. 4, ed il necessario aumento del 30% ai sensi dell’art. 6 del medesimo D.M., l’importo liquidato non oltrepassa il massimo di Euro 44.834,40 (Euro 19.160,00 aumentato dell’80% e poi del 30%).

Salvo il rispetto dei parametri minimi e massimi, la determinazione in concreto del compenso per le prestazioni professionali di avvocato è rimessa esclusivamente al prudente apprezzamento del giudice di merito (fra le tante da ultimo, Cass. n. 4782 del 2020). Non ricorre pertanto la denunciata violazione di diritto.

17. Entrambi i ricorsi devono dunque essere dichiarati inammissibili.

Non avendo le amministrazioni intimate svolto difese nella presente sede, non v’e’ luogo a provvedere sul regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

dichiara inammissibili i ricorsi.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti tutti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 14 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2021

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