Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39413 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/12/2021, (ud. 06/10/2021, dep. 10/12/2021), n.39413

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9719-2019 proposto da:

D.S.M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

GIUSEPPE FERRARI n. 2, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO

ANTONINI, rappresentata e difesa dall’avvocato PIERGIOVANNI ALLEVA;

– ricorrente –

contro

FERROVIE DELLO STATO ITALIANE S.P.A.- Società con socio unico (già

Ferrovie dello Stato S.p.A.) e R.F.I. S.P.A. – RETE FERROVIARA

ITALIANA S.P.A. – Società con socio unico, soggetta all’attività

di direzione e coordinamento di Ferrovie dello Stato Italiane

S.p.A., elettivamente domiciliate in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 32,

presso lo studio dell’avvocato LUCIANO TAMBURRO, che le rappresenta

e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4404/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 17/12/2018 R.G.N. 4859/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/10/2021 dal Consigliere Dott. PONTERIO CARLA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. D.S.M.A. ha agito in giudizio allegando di essere stata assunta dalle Ferrovie dello Stato s.p.a. nel 1979 e di aver prestato la propria attività di legale; che a seguito della trasformazione dell’Ente in società per azioni, nel 1992, le difese in giudizio vennero affidate sia ad avvocati interni che a professionisti del libero Foro; che a partire dagli ultimi anni ‘90 e inizio 2000, in coincidenza con l’arrivo di un nuovo dirigente dell’ufficio legale, si creò un forte squilibrio a favore dei professionisti esterni a cui veniva affidata la massima parte delle difese in giudizio; che negli anni 2003-2004 la sua partecipazione ai giudizi in cassazione si era completamente azzerata e la partecipazione a giudizi di merito si era ridotta a poche cause minori; che aveva accettato di passare all’Ufficio esecuzioni e recuperi, a far data dal 2006, ma nel giro di poco tempo anche le procedure esecutive furono affidate ad avvocati esterni; che aveva subito una progressiva emarginazione e dequalificazione; chiedeva pertanto la condanna delle società convenute al risarcimento del danno alla professionalità e del danno biologico, esistenziale e morale.

2. Il Tribunale ha respinto il ricorso e la Corte d’appello di Roma, adita dalla lavoratrice, ha respinto l’appello.

3. La Corte territoriale, per quanto ancora rileva, ha ritenuto che l’appellante non avesse censurato in modo specifico il passaggio motivazionale della sentenza di primo grado “che riveste valenza decisoria autonoma”, secondo cui la stessa si era limitata a dichiarare di aver ricoperto la posizione di “quadro A Professional senjor” senza allegare le mansioni corrispondenti a tale posizione né le ragioni della mancata riconducibilità all’inquadramento rivestito delle mansioni successivamente svolte; che sulle censure relative all’affidamento delle pratiche ai legali esterni era improprio il richiamo al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 7, concernente il pubblico impiego contrattualizzato e non applicabile al rapporto di lavoro in esame; che, ai fini dell’art. 2103 c.c., non potessero ravvisarsi profili di demansionamento nella condotta del datore di lavoro che organizzi la difesa in giudizio con le modalità ritenute più opportune ed efficaci, scegliendo di ricorrere ad avvocati esterni o interni a seconda delle peculiarità del contenzioso, delle risorse disponibili all’interno e della specificità e difficoltà dell’attività defensionale richiesta; che neppure l’appellante aveva fornito elementi atti a consentire una qualche comparazione tra il contenuto del contenzioso curato prima e quello successivamente affidatole; che il trasferimento all’Ufficio esecuzioni e recuperi era avvenuto su richiesta della medesima lavoratrice e che i dati desumibili dai documenti prodotti dalla società dimostravano l’affidamento alla stessa di numerose posizioni di recupero stragiudiziale e di vertenze giudiziali, spesso in mandato congiunto con avvocati del libero Foro di tutta Italia e per somme di vario importo.

4. Avverso tale sentenza D.S.M.A. ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi. Ferrovie dello Stato Italiane s.p.a. – Società con socio unico (già Ferrovie dello Stato s.p.a.) e Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. – Società con socio unico, soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Ferrovie dello Stato Italiane s.p.a. hanno resistito con unico controricorso.

5. Entrambe le parti hanno depositato memorie, ai sensi dell’art. 380 c.p.c. bis 1.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

6. Con il primo motivo di ricorso è dedotta violazione dell’art. 2103 c.c. con riguardo alla privazione delle funzioni professionali degli avvocati interni, mediante loro trasferimento ad avvocati esterni libero professionisti.

7. Si sostiene che la scelta aziendale di una esternalizzazione comportante la sottrazione agli avvocati interni del nucleo essenziale della loro professionalità, costituita dalla preparazione e gestione dei processi, anche mediante redazione dei relativi atti, si porrebbe in contrasto con l’art. 2103 c.c., traducendosi nella lesione della professionalità dell’avvocato interno.

8. Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 7, sul rilievo che la disposizione citata debba trovare applicazione anche alle società commerciali partecipate da pubbliche amministrazioni.

9. La società controricorrente ha eccepito l’inammissibilità del ricorso per carenza di interesse, ai sensi dell’art. 100 c.p.c., in ragione del passaggio in giudicato della decisione di primo grado nella parte in cui ha negato l’allegazione dei fatti costitutivi della domanda, con assorbimento delle censure proposte. L’eccezione non può trovare accoglimento atteso che la sentenza d’appello, pur dando atto del difetto di allegazioni rilevato dal Tribunale, ha tuttavia aggiunto che “il primo giudice valutava come l’esame delle allegazioni contenute in ricorso sulla descrizione dei compiti espletati conducesse, in ogni caso, ad escludere il dedotto demansionamento”, così decidendo sul punto nel merito.

10. Il primo motivo di ricorso non può trovare accoglimento.

11. La Corte d’appello, ribadito, anche attraverso il richiamo alla sentenza di questa S.C. n. 15346 del 2004, il diritto della società datrice di lavoro di organizzare la difesa in giudizio nel modo più opportuno, e quindi ricorrendo anche ad avvocati esterni, ha rilevato che la deduzione della lavoratrice, secondo cui a partire dal 2004 le erano state affidate cause meno complesse e meno importanti rispetto a quelle prima trattate ed anche in numero inferiore, era generica in quanto priva di dati fattuali idonei a consentire una qualche forma di comparazione tra il contenzioso affidatole prima e dopo il 2004. I giudici di merito hanno inoltre accertato che presso l’Ufficio esecuzioni e recuperi, ove la dipendente era stata trasferita su sua domanda a partire dal 2006, le erano state affidate non meno di 535 posizioni di recupero stragiudiziale, nonché oltre 160 vertenze giudiziali (decreti ingiuntivi, opposizioni ad azioni di accertamento ed azioni esecutive), spesso in mandato congiunto con avvocati del libero Foro di tutta Italia e per somme di vario importo; che la documentazione in atti dimostrava come la predetta negli anni 2009 e 2010 avesse ricevuto l’incarico di trattare alcune cause e fosse stata autorizzata a recarsi in trasferta presso vari uffici giudiziari; che negli anni 2010 e 2012 aveva continuato a seguire in prevalenza il settore stragiudiziale, dovendosi escludere una qualsiasi forma di inattività o emarginazione della stessa.

12. A fronte di tale ricostruzione in fatto, l’odierna censura pretende di ritenere dimostrata la violazione dell’art. 2103 c.c., quale conseguenza automatica dell’affidamento a legali esterni del contenzioso poiché ciò avrebbe comportato la privazione, per gli avvocati interni, del “nucleo essenziale della loro professionalità, che è costituita dalla preparazione, redigendo i relativi atti, dei giudizi e della loro gestione procedimentale”.

13. Così formulata, la denuncia di violazione di legge si rivela non accoglibile in quanto articolata su una ricostruzione in fatto diversa da quella risultante dalla sentenza impugnata, nonché sull’assunto, genericamente formulato, dell’esser dequalificante, per un legale, occuparsi di procedimenti esecutivi o redigere ricorsi per decreto ingiuntivo anziché atti processuali per i giudizi di merito e di legittimità, ciò peraltro senza alcun riferimento al contenuto della declaratoria professionale della dipendente, rispetto alla quale deve necessariamente essere vagliata ogni deduzione di violazione del diritto all’esercizio della professionalità.

14. Il secondo motivo di ricorso è infondato dovendo escludersi, in conformità ai precedenti di questa Corte, che le società controricorrenti siano amministrazioni pubbliche o, comunque, soggetti rientranti nella previsione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 1, (v. Cass., S.U. n. 30978 del 2017; Cass. n. 17034 del 2020).

15. Per le ragioni esposte, il ricorso deve essere respinto.

16. Non si provvede sulle spese di lite in ragione della tardiva notifica del controricorso (la sentenza d’appello è stata notificata l’11.1.2019; il ricorso è stato notificato a mezzo pec il 12.3.2019 e il controricorso risulta notificato a mezzo pec in data 6.5.2019, dopo la scadenza del termine previsto dall’art. 370 c.p.c.).

17. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dell’art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 6 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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