Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39409 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. II, 10/12/2021, (ud. 22/11/2021, dep. 10/12/2021), n.39409

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7912-2017 proposto da:

D.M.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIUSEPPE

SIRTORI n. 69, presso lo studio dell’avvocato ELEONORA MARA’, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

D.L.T., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LEONARDO

GREPPI n. 77, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO RUGGERO

BIANCHI, rappresentato e difeso dall’avvocato PIETRO REFERZA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 89/2017 della CORTE D’APPELLO DI L’AQUILA,

depositata il 26/01/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/11/2021 dal Consigliere Dott. OLIVA STEFANO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso ex art. 447 c.p.c. D.L.T. evocava in giudizio D.M.M. innanzi il Tribunale di Teramo, sezione distaccata di Giulianova, invocando l’accertamento dell’esistenza di un contratto di locazione avente ad oggetto un immobile sito in territorio del Comune di Giulianova, dell’inadempimento del convenuto, conduttore, allo stesso, poiché non aveva provveduto al pagamento dei relativi canoni, nonché la declaratoria della risoluzione del predetto negozio. Si costituiva il D.M., resistendo alla domanda e spiegando domanda riconvenzionale di usucapione del bene oggetto di causa. A seguito del mutamento del rito, l’originaria ricorrente proponeva anche, nei termini di rito, la domanda di rilascio dell’immobile.

Con sentenza n. 32/2011 il Tribunale accoglieva la domanda principale, rigettando la riconvenzionale, e ordinava al convenuto il rilascio del cespite, compensando le spese del giudizio di primo grado.

Interponeva appello il D.M. e si costituiva l’appellata, resistendo al gravame e spiegando appello incidentale, lamentando che il Tribunale non avesse accertato l’esistenza del contratto di locazione né dichiarato la risoluzione dello stesso per inadempimento dell’appellante principale.

La Corte di Appello dell’Aquila, con la sentenza impugnata, n. 89/2017, rigettava l’impugnazione principale, accogliendo invece quella incidentale. Accertava quindi l’esistenza, inter partes, di un contratto di locazione, che dichiarava risolto per grave inadempimento del conduttore.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione D.M.M., affidandosi a cinque motivi.

Resiste con controricorso D.L.T..

In prossimità dell’adunanza camerale ambo le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta l’omesso esame di fatto decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, perché la Corte di Appello non avrebbe tenuto conto della circostanza, non controversa, che il contratto di locazione fosse inesistente, posto che i due documenti prodotti in atti di causa, risalenti il primo al 1959 ed il secondo al 1970, erano diversi tra loro ed erano stati disconosciuti dal D.M..

La censura è inammissibile. Il fatto indicato dal ricorrente, consistente nell’inesistenza della locazione, non era affatto incontroverso, poiché l’accertamento dell’esistenza di detto negozio e la declaratoria della sua risoluzione per grave inadempimento del conduttore erano oggetto dell’appello incidentale spiegato dalla D.L.. La Corte di Appello, decidendo sul gravame incidentale, lo ha accolto sulla base di una articolata motivazione, incentrata sulla valutazione delle risultanze istruttorie, documentali e derivanti dalla prova orale, che non è sindacabile in questa sede. In tale ricostruzione, peraltro, il giudice di seconde cure ha valorizzato il fatto che i genitori dell’odierno ricorrente avessero acquisito la disponibilità del cespite a titolo di locazione e che lo stesso D.M., in sede di interrogatorio, avesse dichiarato di aver convissuto con i propri genitori, nell’immobile oggetto di causa, sino al 1981, quando essi si erano trasferiti altrove, in tal modo confermando di essere entrato in relazione con il bene in base ad un titolo negoziale, rappresentato -appunto- dal contratto di locazione di cui è causa. La Corte abruzzese aggiunge, poi, che i testimoni avevano confermato l’esistenza della locazione sulla cui base il D.M. versava un canone, sia pure in modo discontinuo.

Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli art. 1158 e 1141 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché la Corte distrettuale avrebbe omesso di considerare che egli sarebbe entrato in relazione con il bene uti dominus.

La censura è inammissibile, in quanto si risolve in una ricostruzione del fatto difforme da quella operata dal giudice di merito, il quale, come già detto, ha accertato l’esistenza di un rapporto locativo tra la dante causa della D.L. ed i genitori del D.M., e che quest’ultimo era entrato in relazione con il bene poiché aveva convissuto con i genitori, prima che essi si trasferissero altrove. La Corte di Appello ha dunque ritenuto che la detenzione traesse origine da un titolo negoziale, e dunque non l’ha considerata idonea ai fini dell’invocata usucapione dell’immobile oggetto di causa.

Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697,1321 e 1325 c.c. e della L. n. 431 del 1998, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché la Corte di seconda istanza avrebbe dovuto considerare che: da un lato, il D.M. aveva dimostrato di aver usucapito il bene oggetto di causa; dall’altro lato, che la mancata rivendicazione della proprietà dell’appartamento da parte della D.L. ed il fatto che quest’ultima non si fosse opposta ai lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria realizzati al suo interno dal D.M. dimostrava che quest’ultimo si fosse comportato da proprietario del bene; infine, che era la D.L. ad essere onerata di fornire la prova contraria alla sussistenza di una situazione possessoria idonea ad usucapionem, prova che non era stata raggiunta.

La censura è inammissibile, in quanto essa si risolve in una richiesta di revisione della valutazione del fatto e delle risultanze istruttorie eseguita dal giudice di merito, estranea alla natura ed alla finalità del giudizio di legittimità (Cass. Sez. U, Sentenza n. 24148 del 25/10/2013, Rv. 627790). Come già detto in relazione ai precedenti motivi di ricorso, la Corte di Appello ha motivatamente escluso la sussistenza di una situazione di possesso utile ai fini dell’usucapione, in quanto ha individuato -sulla scorta delle stesse ammissioni del D.M.- un titolo negoziale alla base della relazione materiale con il bene rivendicata dall’odierno ricorrente.

Sul punto, va osservato che anche nel ricorso introduttivo del presente giudizio il D.M. afferma (cfr. pag. 11) che egli conviveva con la madre, D.M.A., nel momento in cui quest’ultima aveva sottoscritto il contratto di locazione datato 1.8.1959. La pretesa che detto negozio non sia opponibile all’odierno ricorrente, sol perché questi afferma di non averne conosciuta l’esistenza, è evidentemente priva di pregio, poiché quel che rileva, ai fini della verifica dell’origine del rapporto materiale tra detentore e bene, è l’esistenza di un titolo legittimante l’inizio della relazione. Per lo stesso motivo è infondata la successiva affermazione del ricorrente (cfr. pag. 12 del ricorso), secondo cui non gli sarebbe opponibile neppure il successivo contratto di locazione del 10.8.1970, perché firmato dalla madre quando egli viveva altrove con la moglie, posto che è pacifico il fatto che il D.M. pretenda di aver usucapito l’immobile oggetto di causa sulla base di una detenzione riconducibile al rapporto locative a suo tempo esistente tra sua madre, D.M.A., e l’odierna controricorrente.

Ne’, per concludere sul punto, appare rilevante la dedotta falsità (cfr. pag. 12 del ricorso) della circostanza che il garage e la cantina fossero stati locati dalla odierna controricorrente a D.M.V., sorella dell’odierno ricorrente. Da un lato, infatti, non vi è prova che tale falsità sia stata fatta valere nel corso del giudizio di merito, né il ricorrente indica in quale momento processuale la relativa eccezione sarebbe stata proposta; dall’altro ricorrente non chiarisce adeguatamente che la porzione asseritamente locata alla sorella coincida con quella oggetto della domanda di usucapione che egli aveva proposto, nel giudizio di merito, in via riconvenzionale; infine, non appare di certo decisiva, ai fini della prova della falsità tardivamente eccepita nel ricorso in Cassazione, il mero fatto che la sorella si fosse sposata il 12.9.1970 ed avesse trasferito la propria residenza a Roma.

Con il quarto motivo, il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, perché la Corte di Appello non avrebbe indicato gli elementi dai quali avrebbe tratto il proprio convincimento.

Con il quinto motivo, il ricorrente lamenta infine il travisamento della prova, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, perché il Giudice di appello avrebbe erroneamente valutato le prove acquisite agli atti del giudizio di merito, le quali -diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di Appello- avrebbero avuto esito contraddittorio.

Le due censure, suscettibili di esame congiunto, sono in parte inammissibili ed in parte infondate. Come già detto, la motivazione che ha condotto la Corte abruzzese all’accoglimento del gravame incidentale è più che chiara: il giudice di seconda istanza ha confermato l’origine negoziale del rapporto di detenzione tra il D.M. ed il bene immobile oggetto di causa, già affermata dal Tribunale, e -alla luce del ravvisato inadempimento del conduttore-ha dichiarato risolto il relativo titolo. Le stesse considerazioni implicano, evidentemente, il rigetto dell’appello principale, i cui motivi sono stati esaminati, dal giudice di secondo grado, congiuntamente a quelli proposti dall’appellante incidentale, e sono stati ritenuti infondati. L’unitario accertamento del fatto, che ha condotto la Corte a ritenere sussistente una locazione, e dunque ad escludere la sussistenza del possesso utile ad usucapionem vantato dal D.M., è dunque sorretto da una motivazione idonea coerente e chiara.

Con riferimento, infine, al dedotto vizio di travisamento della prova, va rilevata la genericità della censura, che non indica quale sarebbe l’elemento istruttorio travisato, né ne riporta il contenuto essenziale, in tal modo non consentendo alla Corte di esaminare la doglianza.

In definitiva, il ricorso va rigettato.

Le spese del presente giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto -ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater- della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.500, di cui Euro 200 per esborsi, oltre rimborso delle spese generali nella misura del 15%, iva, cassa avvocati ed accessori tutti come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della seconda Sezione civile, il 22 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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