Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39406 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. II, 10/12/2021, (ud. 22/11/2021, dep. 10/12/2021), n.39406

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3813-2017 proposto da:

C.G.D. e A.R., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA OSLAVIA n. 30, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO

GIZZI, rappresentati e difesi dagli avvocati CARLO ZAULI e MONICA

MASOTTI;

– ricorrenti –

contro

C.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DI VILLA

MASSIMO n. 36, presso lo studio dell’avvocato RENATO DELLA BELLA,

rappresentata e difesa dall’avvocato GIOVANNI BATTISTA GHINI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 475/2016 del TRIBUNALE di FORLI’ depositata il

26/04/2016; Data pubblicazione 10/12/2021;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/11/2021 dal Consigliere Dott. OLIVA STEFANO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso ex art. 703 c.p.c. C.M. evocava in giudizio C.G.D. e A.R., invocando la reintegrazione nel possesso di un diritto di passaggio sulla proprietà dei resistenti, per accedere ad un locale WC di proprietà comune. Nella resistenza dei convenuti il Tribunale di Forlì, dopo aver accolto l’interdetto ordinando il ripristino dello stato dei luoghi, accoglieva la domanda con sentenza n. 475/2016, ordinando al C. e alla A. l’eliminazione degli ostacoli frapposti al libero esercizio del diritto di accesso al WC comune da parte della ricorrente.

Interponevano appello avverso detta decisione i due soccombenti e si costituiva, per resistere al gravame, la C..

Con ordinanza del 6.12.2016 la Corte di Appello di Bologna dichiarava inammissibile il gravame, ai sensi dell’art. 348 bis c.p.c. e art. 348 ter c.p.c., condannando gli appellanti alle spese del grado.

Propongono ricorso per la cassazione della sentenza di primo grado C.G.D. ed A.R., affidandosi ad otto motivi.

Resiste con controricorso C.M..

In prossimità dell’adunanza camerale la parte controricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 1168 c.c. e art. 703 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché il Tribunale avrebbe erroneamente accolto la domanda proposta dall’odierna controricorrente, non considerando che quest’ultima non avrebbe allegato alcun titolo a sostegno del rivendicato diritto di possesso del WC, né avrebbe specificato quale contenuto avesse avuto il diritto di passaggio sulla proprietà dei ricorrenti del quale aveva rivendicato la tutela.

Con il secondo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione degli artt. 703 e 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché il Tribunale avrebbe valorizzato alcune fotografie, in sé non decisive poiché non riferibili con certezza al WC oggetto di causa, e dunque in assenza della prova circa l’esercizio del possesso rivendicato dalla C..

Con il terzo motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 1168 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché il Tribunale avrebbe dovuto considerare che le fotografie di cui al precedente motivo non provavano l’esercizio del possesso. Esse, infatti, avrebbero potuto essere state scattate solo in occasione di un accesso clandestino al locale WC di cui in contestazione. Anche sotto tale profilo, dunque, secondo i ricorrenti non sarebbe stata raggiunta la prova della situazione di fatto rivendicata dalla C..

Con il quarto motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 703 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché il Tribunale avrebbe dovuto considerare che la C. aveva utilizzato il WC sulla base di un atto di spoglio violento, come risulterebbe dal contenuto della querela sporta, in suo danno, da tale B.S. in data 5.7.2011.

Con il quinto motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione degli art. 1168 c.c. e art. 703 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché il Tribunale avrebbe dovuto considerare che -in concreto- non sarebbe stato dimostrato che i presunti spoliatori avessero agito con dolo o colpa.

Con il sesto motivo, i ricorrenti lamentano la violazione e tassa applicazione dell’art. 1168 c.c., in relazione all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, perché il Tribunale avrebbe dovuto considerare che la C. aveva proposto la domanda di reintegrazione tardivamente.

Con l’ottavo motivo, che per ragioni logiche va esaminato unitamente ai primi sei, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 1168 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché il Tribunale avrebbe erroneamente configurato lo spoglio, in assenza della prova del possesso rivendicato dalla C..

Le sette censure suindicate, suscettibili di esame congiunto, sono inammissibili. Esse, invero, attengono alla valutazione del fatto e delle prove condotta dal giudice di merito, e si risolvono nella richiesta di revisione della predetta valutazione e dell’apprezzamento delle risultanze istruttorie eseguiti dal giudice di merito, estranea alla natura ed alla finalità del giudizio di legittimità (Cass. Sez. U, Sentenza n. 24148 del 25/10/2013, Rv. 627790).

Il Tribunale, peraltro, ha ritenuto che oggetto della causa non fosse il diritto di servitù per accedere al locale WC, ma il possesso esercitato dalla C., con animo di comproprietaria, sul locale medesimo, ed ha considerate raggiunta la prova di detta situazione di fatto (cfr. pag. 6 della sentenza di prime cure). Altrettanto dicasi per quanto concerne la tempestività dell’azione, poiché il giudice di merito ha ritenuto che il primo atto con cui i ricorrenti avevano manifestato la loro volontà di non ritenere il WC di proprietà comune fosse una raccomandata del 21.7.2011, rispetto alla quale lo spoglio era necessariamente successivo, non avendo i ricorrenti provato di averlo realizzato in epoca anteriore. A tale data, quindi, il Tribunale ha fatto riferimento per valutare la tempestività dell’azione. Detti accertamenti di fatto, non sindacabili in questa sede, sono frutto di una interpretazione non implausibile, nel cui ambito il primo giudice ha anche valutato le considerazioni proposte dagli odierni ricorrenti, circa la non utilità, per la C., di rivendicare il diritto di compossesso di un WC, avendo già a sua disposizione un altro bagno, e la rilevanza delle sentenze penali prodotte in atti del giudizio di merito.

Con il settimo motivo, invece, i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione degli artt. 652 e 654 c.p.p., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto che la sentenza penale di assoluzione dei ricorrenti con la formula “perché il fatto non sussiste” non facesse stato nel processo civile di rivendicazione del possesso, sul presupposto che quest’ultimo non avesse ad oggetto né la restituzione, né il risarcimento del danno.

La censura è infondata.

Il Tribunale ha ritenuto che la formula assolutoria utilizzata dal giudice penale si riferisse non già all’insussistenza del fatto materiale oggetto di contestazione in quella sede, bensì alla sua idoneità ad arrecare lesione al bene tutelato dalla norma incriminatrice. Peraltro, il Tribunale ha anche osservato che l’azione civile era stata proposta dalla C. prima della sentenza penale di prime cure e non era stata trasferita in quella sede; di conseguenza, ha ritenuto che la decisione del giudice penale non fosse idonea a spiegare alcun effetto in sede civile. La statuizione è coerente con gli insegnamenti di questa Corte, secondo cui “L’esito assolutorio del giudizio penale, quand’anche definitivo, non ha alcuna influenza nel giudizio civile di danno se quest’ultimo sia iniziato anteriormente alla pronuncia della sentenza penale di primo grado e l’azione civile non sia stata trasferita nel giudizio penale, nell’esercizio di una libera facoltà del soggetto danneggiato” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 15112 del 17/06/2013, Rv. 626947: principio enunciato con riferimento ad un giudizio civile di risarcimento per danni da diffamazione a mezzo stampa, i cui autori erano stati assolti, in sede penale, dall’imputazione elevata a loro carico a virtù del riconoscimento dell’esimente del diritto di critica).

Infatti “Il rapporto tra giudizio civile e penale è ispirato al principio della separatezza dei due giudizi, prevedendo che il giudizio civile di danno debba essere sospeso soltanto allorché l’azione civile sia stata proposta dopo la costituzione di parte civile in sede penale o dopo la sentenza penale di primo grado (art. 75 c.p.p.), in quanto esclusivamente in tali casi si verifica una concreta interferenza del giudicato penale nel giudizio civile di danno, che pertanto non può pervenire anticipatamente ad un esito potenzialmente difforme da quello penale in ordine alla sussistenza di uno o più dei comuni presupposti di fatto” (Cass. Sez. 6 3, Ordinanza n. 22463 del 01/10/2013, Rv. 628156, con la quale, in applicazione del suindicato principio, la S.C. ha annullato l’ordinanza con la quale il tribunale adito con azione di risarcimento danni, rilevata la pendenza di un giudizio concernente la responsabilità penale dei convenuti per i medesimi fatti per i quali erano stati citati in sede civile, aveva sospeso il giudizio ai sensi dell’art. 295 c.p.c.; nello stesso senso, cfr. Cass. Sez. 6-3, Ordinanza n. 23516 del 17/11/2015, Rv. 637751, secondo la quale “Il rapporto tra il processo civile e quello penale è ispirato al principio della separatezza dei due giudizi, sicché il giudizio civile di danno deve essere sospeso soltanto quando l’azione civile sia stata proposta dopo la costituzione di parte civile in sede penale o dopo la sentenza penale di primo grado (art. 75 c.p.p.), atteso che esclusivamente in tali casi si verifica una concreta interferenza del giudicato penale nel giudizio civile, non potendosi pervenire anticipatamente ad un esito potenzialmente difforme da quello penale in ordine alla sussistenza di uno o più dei comuni presupposti di fatto”).

Di conseguenza, “In applicazione del principio di autonomia e separazione dei giudizi penale e civile, il giudice civile investito della domanda di risarcimento del danno da reato deve procedere ad un autonomo accertamento dei fatti e della responsabilità con pienezza di cognizione, non essendo vincolato alle soluzioni e alle qualificazioni del giudice penale. Nondimeno, il giudice civile può legittimamente utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale definito con sentenza passata in cosa giudicata e fondare la decisione su elementi e circostanze già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede, procedendo a tal fine a diretto esame del contenuto del materiale probatorio, ovvero ricavando tali elementi e circostanze dalla sentenza, o se necessario, dagli atti del relativo processo, in modo da accertare esattamente i fatti materiali sottoponendoli al proprio vaglio critico; tale possibilità non comporta però anche l’obbligo per il giudice civile – in presenza di un giudicato penale – di esaminare e valutare le prove e le risultanze acquisite nel processo penale” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 15112 del 17/06/2013, Rv. 626948, cit.; sulla libertà, e non obbligo, del Giudice civile di utilizzare, ai fini della prova nel processo civile, la decisione del Giudice penale e le risultanze degli atti di quel giudizio, cfr. anche Cass. Sez. L, Sentenza n. 287 del 12/01/2016, Rv. 638396 e Cass. Sez. 3, Sentenza n. 16893 del 25/06/2019, Rv. 654422).

Inoltre, va anche evidenziato che “In materia di rapporti tra giudizio penale e civile, l’assoluzione dell’imputato secondo la formula “perché il fatto non sussiste” non preclude la possibilità di pervenire, nel giudizio di risarcimento dei danni intentato a carico dello stesso, all’affermazione della sua responsabilità civile, considerato il diverso atteggiarsi, in tale ambito, sia dell’elemento della colpa che delle modalità di accertamento del nesso di causalità di materiale” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 8035 del 21/04/2016, Rv. 639501; in applicazione di tale principio, la S.C. ha annullato la decisione con cui il giudice di merito, sul presupposto dell’intervenuta assoluzione, in via definitiva, di due medici dal delitto di lesioni personali, ne aveva per ciò solo escluso -ai sensi dell’art. 652 c.p.p., – la responsabilità civile, omettendo di valutare l’incidenza del loro contegno rispetto sia alla lamentata lesione dell’autonomo dritto del paziente ad esprimere un consenso informato in ordine al trattamento terapeutico praticatogli, sia all’accertata mancata disinfezione della camera operatoria, all’origine della contaminazione ambientale individuata come causa del danno alla salute dal medesimo subito). Infatti “L’assoluzione dell’incolpato nel giudizio penale con la formula “il fatto non sussiste” non esonera il giudice civile, davanti al quale sia stata proposta l’azione per il risarcimento dei danni, dal riesame dei fatti emersi nel procedimento penale ai fini propri del giudizio civile, quando il titolo della responsabilità civile sia diverso da quello della responsabilità penale” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 9508 del 20/04/2007, Rv. 597536; nella specie, i convenuti, sottufficiali dell’Esercito, citati unitamente al Ministero della difesa nell’azione civile per danni, erano stati assolti dall’imputazione di lesioni personali gravissime riportate dall’attore, militare semplice, nel corso di un’esercitazione militare). Nello stesso senso, cfr. anche Cass. Sez. 3, Sentenza n. 1678 del 26/02/1999, Rv. 523680 -relativa ad una fattispecie in tema di azione civile diretta a far valere le obbligazioni nascenti da un rapporto giuridico rispetto al quale era stato escluso il reato di truffa- secondo la quale “L’assoluzione dell’incolpato nel giudizio penale con la formula “il fatto non sussiste” non esonera il giudice civile davanti al quale sia stata proposta l’azione per il risarcimento dei danni, dal riesame dei fatti emersi nel procedimento penale ai fini propri del giudizio civile, quando il titolo della responsabilità civile sia diverso da quello della responsabilità penale”.

La decisione del Tribunale in relazione alla portata da attribuire all’assoluzione dei ricorrenti in sede penale, dunque, appare del tutto coerente con i precedenti di questa Corte.

In definitiva, il ricorso va rigettato.

Le spese del presente giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.300, di cui Euro 200 per esborsi, oltre rimborso delle spese generali nella misura del 15%, iva, cassa avvocati ed accessori tutti come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della seconda Sezione civile, il 22 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA