Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39402 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. I, 10/12/2021, (ud. 01/12/2021, dep. 10/12/2021), n.39402

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L.C.G. – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22466/2020 proposto da:

K.S., domiciliato in Roma, piazza Cavour, presso la Cancelleria

civile della Corte di Cassazione e rappresentato e difeso

dall’avvocato Paolo Tacchi Venturi, in forza di procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in Roma Via dei Portoghesi 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato, che la rappresenta e difende ex lege;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di VENEZIA, depositato il 31.7.2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

1.12.2021 dal Consigliere SCOTTI UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 bis, S.K. alias S.K., cittadino del Bangladesh ha adito il Tribunale di Venezia – Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini UE impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Il ricorrente aveva riferito di essere nato in Bangladesh e di provenire dal villaggio di (OMISSIS), distretto di (OMISSIS), regione di Dacca; di essere di religione musulmana e di etnia bangla; di aver in patria la madre e due sorelle, sentite raramente; di aver avuto scontri con dei vicini, importanti membri del partito Awami con scontri verbali e fisici; che nel giugno del 2014 lui e la madre erano stati feriti con dei coltelli e ricoverati in ospedale; di essersi inutilmente rivolto alla polizia e agli anziani del villaggio, che non erano intervenuti, intimoriti dai potenti vicini; che costoro lo avevano denunciato per un reato a cui era estraneo; di aver lasciato pertanto il Paese per il timore di una ingiusta carcerazione.

Con decreto del 31.7.2020 il Tribunale ha respinto il ricorso, ritenendo che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento di ogni forma di protezione internazionale e umanitaria.

2. Avverso il predetto decreto ha proposto ricorso S.K., con atto notificato il 31.8.2020, svolgendo quattro motivi.

L’intimata Amministrazione dell’Interno si è costituita solo con memoria del 13.10.2020 al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, nella parte in cui prevede che “la procura alle liti per la proposizione del ricorso per cassazione deve essere conferita, a pena di inammissibilità del ricorso, in data successiva alla comunicazione del decreto impugnato; a tal fine il difensore certifica la data di rilascio in suo favore della procura medesima”, richiede, quale elemento di specialità rispetto alle ordinarie ipotesi di rilascio della procura speciale regolate dagli artt. 83 e 365 c.p.c., il requisito della posteriorità della data rispetto alla comunicazione del provvedimento impugnato, prevedendo una speciale ipotesi di inammissibilità del ricorso nel caso di mancata certificazione della data di rilascio della procura in suo favore da parte del difensore.

Nella procura predetta, pertanto, deve essere contenuta in modo esplicito – secondo la giurisprudenza di questa Corte (Sez. U., 15177/2021) – l’indicazione della data successiva alla comunicazione del provvedimento impugnato ed il difensore può certificare, anche solo con un’unica sottoscrizione, sia la data della procura successiva alla comunicazione che l’autenticità della firma del conferente.

La 3 sezione di questa Corte, con ordinanza n. 17970/2021, ha rimesso alla Corte Costituzionale la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 13, così interpretato, per contrarietà agli artt. 3,10,24 e 111 Cost. e per contrasto con l’art. 117 Cost. in relazione alla direttiva 2013/32/UE con riferimento agli artt. 28 e 46, p. 11, e con gli artt. 47 della Carta dei diritti UE, 18 e 19, p.2 della medesima Carta, 6, 7, 13 e 14 della CEDU.

Nel caso di specie la procura speciale conferita il 31.8.2020 al difensore su foglio allegato in calce al ricorso per cassazione non rispetta il citato del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis comma 13, così come interpretato dalle Sezioni Unite, perché totalmente priva della necessaria certificazione della data di rilascio successiva alla pronuncia del decreto impugnato.

2. La questione di legittimità costituzionale rimessa alla Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 17970/2021 non assume rilievo decisivo ai fini della definizione della lite, alla stregua del principio della ragion più liquida conforme al generale principio di economia processuale, desumibile dagli artt. 24 e 111 Cost.; in tal modo la causa può essere decisa sulla base della questione ritenuta di più agevole soluzione, anche se logicamente subordinata, senza che sia necessario esaminare previamente le altre, imponendosi, a tutela di esigenze di economia processuale e di celerità del giudizio, un approccio interpretativo che comporti la verifica delle soluzioni sul piano dell’impatto operativo piuttosto che su quello della coerenza logico sistematica.

Il ricorso in questione appare infatti inammissibile anche nel suo contenuto, con totale equivalenza dell’epilogo decisorio, della statuizione adottata e dei suoi effetti giuridici.

3. Con il primo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), per l’impiego di fonti informative non idonee.

Secondo il ricorrente il vizio scaturisce dal fatto che il Tribunale ha citato una sola fonte informativa non recente e aggiornata (World Report UNHCR del 2017): il ricorrente omette però di nutrire di interesse e specificità la sua censura, dando conto di un mutamento successivo della situazione rispetto a quella descritta nell’autorevole rapporto citato dal Tribunale, riferendo di fonti informative alternative e indicando se e quando le avesse sottoposte al giudice del merito.

4. Con il secondo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 4, il ricorrente denuncia nullità della sentenza per motivazione apparente/inesistente ex art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, D.P.R. n. 394 del 1999, artt. 11 e 29 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 2.

Il ricorrente critica la decisione sia perché il Tribunale ha ritenuto sufficiente al rigetto della protezione umanitaria l’inattendibilità del racconto circa la vicenda personale, sia perché non era stato adeguatamente valutato il suo percorso di integrazione sociale e culturale e lavorativa in Italia.

Quanto al primo profilo, se è pur vero che la valutazione in ordine alla sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria deve essere il frutto di autonoma considerazione delle condizioni di vulnerabilità che ne integrano i requisiti, tuttavia, la necessità dell’approfondimento da parte del giudice di merito non sussiste se, già esclusa la credibilità del richiedente, non siano state dedotte ragioni di vulnerabilità diverse da quelle dedotte per le protezioni maggiori (Sez. 1, n. 29624 del 24.12.2020, Rv. 660128 – 01); per altro verso, il presupposto della vulnerabilità deve essere necessariamente individualizzato e personalizzato e non ancorato alle condizioni sociopolitiche del Paese di origine (Sez. unite n. 29459 del 13.11.2019; Sez. unite n. 24413 del 9.9.2021).

Quanto al secondo profilo, il ricorrente si limita a generiche considerazioni critiche, riversate nel merito e non supportate a specifici riferimenti alle allegazioni e alle risultanze istruttorie, neppur focalizzate sugli specifici rilievi ostativi sollevati dal Tribunale (brevità ed esaurimento delle attività lavorative svolte).

5. Con il terzo motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione di legge in relazione all’art. 116 c.p.c. e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, criticando il giudizio di non credibilità del racconto personale emesso dal Tribunale.

La censura è del tutto generica e riversata nel merito in quanto volta a censurare l’accertamento dei fatti e la loro valutazione formulati dal giudice del merito, nel rispetto dei parametri normativi: il Tribunale ha evidenziato la mancata cooperazione del richiedente, che non aveva fornito elementi documentali che ben avrebbe potuto procurarsi, e ha sottolineato plurime e gravi contraddizioni, incongruenze e inverosimiglianze del racconto personale (decreto impugnato, pag.4).

6. Con il quarto motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 5, il ricorrente denuncia omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione fra le parti, con riferimento all’appartenenza politica dei vicini di casa

Il fatto storico asseritamente pretermesso è stato invece oggetto di puntuale valutazione da parte del Tribunale che, a pagina 3, l’ha considerato ininfluente poiché l’aggressore, pur appartenente alla Awami League avrebbe agito in un contesto di rapporti di vicinato.

7. Il ricorso deve quindi essere dichiarato inammissibile.

Nulla sulle spese in difetto di rituale costituzione dell’Amministrazione, tardivamente effettuata con un atto denominato “atto di costituzione”, non qualificabile come controricorso, in difetto di esposizione dei motivi di diritto su cui si fonda, costituendone requisito essenziale (cfr. Sez. 5, n. 17030 del 16.6.2021, Rv. 661609 – 01; Sez. 3, n. 10813 del 18.4.2019, Rv. 653584 – 01; Sez. U, n. 10019 del 10.4.2019, Rv. 653596 – 01; Sez. 6 – 3, n. 24835 del 20.10.2017, Rv. 645928 – 01Sez. 6 – 3, n. 16921 del 7.7.2017, Rv. 644947 – 01).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 11 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Prima Sezione civile, il 1 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

 

 

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