Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39394 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/12/2021, (ud. 02/12/2021, dep. 10/12/2021), n.39394

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8535-2017 proposto da:

N.L., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO VITTORIO

EMANUELE II 209, presso lo studio dell’avvocato LUCA SILVESTRI,

rappresentato e difeso dall’avvocato ERNESTO MARIA CIRILLO;

– ricorrente –

contro

TELECOM ITALIA S.P.A., anche in qualità di società incorporante la

società EMSA SERVIZI in liquidazione, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

LUIGI GIUSEPPE FARAVELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO

MARESCA, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati

FRANCO RAIMONDO BOCCIA, ROBERTO ROMEI, ENZO MORRICO;

– controricorrente –

nonché contro

H2H FACILITY SOLUTIONS S.P.A. (già MP Facility S.p.A);

– intimata –

avverso la sentenza n. 4294/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/09/2016 R.G.N. 1210/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

05/10/2021 dal Consigliere Dott. PONTERIO CARLA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. Il Tribunale di Roma ha respinto la domanda proposta da N.L., volta alla declaratoria di illegittimità del contratto di cessione di ramo d’azienda tra Telecom Italia Mobile s.p.a. e Emsa Servizi s.p.a. e successiva cessione a MP Facility s.p.a., sul rilievo che il ricorrente avesse prestato acquiescenza alla cessione del contratto di lavoro.

2. La Corte d’appello di Roma, adita dal lavoratore, ha respinto l’appello ma con diversa motivazione. Ha escluso l’avvenuta acquiescenza alla cessione del contratto di lavoro per mutuo consenso; ha interpretato l’art. 2112 c.c., come modificato dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32, ritenendo non più necessari, ai fini della legittima cessione di ramo di azienda, il requisito della preesistenza della articolazione funzionalmente autonoma e la necessità che il ramo ceduto conservasse, a seguito del trasferimento, la propria identità; ha affermato che fosse onere del lavoratore provare l’illegittimità della cessione e che il predetto non avesse allegato e provato tale elemento costitutivo del diritto azionato.

3. Avverso tale sentenza N.L. ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo. La Telecom Italia s.p.a. ha resistito con controricorso. Le società Emsa Servizi s.p.a. in liquidazione e H2H Facility Solutions s.p.a (già MP Facility s.p.a.) non hanno svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

4. Con l’unico motivo di ricorso è dedotta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione degli artt. 2112,1406 e 2697 c.c..

5. Si sostiene, richiamando anche precedenti di legittimità, che l’art. 2112 c.c., costituisca eccezione alla regola generale, di cui all’art. 1406 c.c., che richiede il consenso del lavoratore ai fini della cessione del contratto e che sia pertanto onere di chi intende avvalersi degli effetti previsti dall’art. 2112 c.c. dimostrare la sussistenza dei presupposti della legittima cessione di azienda o di ramo d’azienda.

6. Si assume che nel ricorso introduttivo di primo grado e nel ricorso in appello il N. aveva allegato di essere passato alle dipendenze della cessionaria senza l’assegnazione di mansioni e che presso quest’ultima non vi erano sistemi operativi funzionanti, linee telefoniche e un ufficio personale; aveva inoltre eccepito l’assenza dei requisiti di cui all’art. 2112 c.c. ed articolato istanze istruttorie.

7. Il ricorso è fondato e deve trovare accoglimento.

8. Occorre anzitutto richiamare l’orientamento assolutamente univoco di questa S.C. (v. per tutte, Cass. n. 22249 del 2021) secondo cui “Ai fini del trasferimento di ramo d’azienda previsto dall’art. 2112 c.c., anche nel testo modificato dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 32, costituisce elemento costitutivo della cessione l’autonomia funzionale del ramo ceduto, ovvero la sua capacità, già al momento dello scorporo, di provvedere ad uno scopo produttivo con i propri mezzi funzionali ed organizzativi e quindi di svolgere – autonomamente dal cedente e senza integrazioni di rilievo da parte del cessionario – il servizio o la funzione cui risultava finalizzato nell’ambito dell’impresa cedente al momento della cessione. L’elemento costitutivo dell’autonomia funzionale va quindi letto in reciproca integrazione con il requisito della preesistenza, e ciò anche in armonia con la giurisprudenza della Corte di Giustizia secondo la quale l’impiego del termine “conservi” nell’art. 6, par. 1, commi 1 e 4 della direttiva 2001/23/CE, “implica che l’autonomia dell’entità ceduta deve, in ogni caso, preesistere al trasferimento” (Corte di Giustizia, 6 marzo 2014, C-458/12; Corte di Giustizia, 13 giugno 2019, C664/2017).

9. Risulta quindi errata in diritto l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata (pag. 20) secondo cui “l’intervento riformatore da un lato ha eliminato la necessità di autonomia funzionale -preesistente come tale al trasferimento-; dall’altro, ha escluso che il ramo d’azienda debba conservare, a seguito del trasferimento medesimo, la propria identità”.

10. Con specifico riferimento al motivo di ricorso, deve ribadirsi l’orientamento consolidato di questa Corte secondo cui incombe su chi intende avvalersi degli effetti previsti dall’art. 2112 c.c., che costituiscono eccezione al principio del necessario consenso del contraente ceduto stabilito dall’art. 1406 c.c., fornire la prova dell’esistenza di tutti i requisiti che ne condizionano l’operatività; grava, cioè, sulla società cedente l’onere di allegare e provare l’insieme dei fatti concretanti un trasferimento di ramo d’azienda (v. Cass. n. 11247 del 2016; n. 4500 del 2016; n. 206 del 2004).

11. La Corte di merito non si è attenuta a questi principi in quanto ha considerato il lavoratore onerato delle allegazioni e della “prova della illegittimità/nullità del trasferimento impugnato, trattandosi del fatto costitutivo del diritto fatto valere in giudizio” (pag. 23 della sentenza impugnata), in tal modo invertendo gli oneri probatori ai fini della fattispecie di cessione di ramo d’azienda, in violazione dell’art. 2697 c.c..

12. Per le ragioni esposte, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla medesima Corte d’appello, in diversa composizione, che procederà ad un nuovo esame conformandosi ai principi di diritto sopra richiamati, oltre che alla regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nelle adunanze camerali, il 2 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

 

 

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