Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3939 del 18/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 18/02/2020, (ud. 12/11/2019, dep. 18/02/2020), n.3939

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

Dott. CAPOZZI Raffaele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18984-2018 proposto da:

F.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VOLTERRA, 7,

presso lo studio dell’avvocato X.Y., che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7476/6/2017 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE del LAZIO, depositata il 15/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/11 /2019 dal Consigliere Relatore Dott. RAFFAELE

CAPOZZI.

Fatto

RILEVATO

che la contribuente F.C. propone ricorso per cassazione nei confronti di una sentenza della CTR del Lazio, che aveva accolto l’appello dell’Agenzia delle entrate avverso una sentenza della CTP di Roma, di accoglimento del ricorso da lei proposto avverso un avviso di accertamento IRPEF ed altro 2007.

Diritto

CONSIDERATO

che il ricorso è affidato a tre motivi;

che, con il primo motivo, la contribuente lamenta violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38 commi 4, 5 e 6, in quanto la presunzione di un maggior reddito complessivo netto a suo carico doveva essere fondata su di una serie di elementi e circostanze certe, costituenti indici di capacità contributiva; la sentenza impugnata non aveva al contrario valutato le prove contrarie da lei offerte in giudizio; invero le somme oggetto di accertamento provenivano da polizze assicurative del 24 gennaio 2007, da lei liquidate ed investite all’estero; ed in ordine alle medesime, d’importo pari ad Euro 541.322, si era avvalsa della possibilità di dichiarare in via riservata le attività emerse, onde farle rientrare dall’estero, pagando la relativa imposta straordinaria;

che, con il secondo motivo, la contribuente lamenta violazione e falsa applicazione del D.L. n. 78 del 2009, art. 13 bis, comma 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3., in quanto il c.d. scudo fiscale, da lei utilizzato per regolarizzare la sua posizione fiscale, per avere detenuto od investito somme all’estero, precludeva nei suoi confronti ogni accertamento tributario e contributivo per i periodi d’imposta, per i quali non era ancora decorso il termine per l’azione di accertamento; e se i maggiori suoi redditi imponibili, frutto di investimenti esteri, non dovevano essere da lei inseriti nella dichiarazione dei redditi 2007, neppure potevano formare oggetto di accertamento da parte dell’Agenzia delle entrate, ai sensi del D.L. n. 78 del 2009, citato art. 13 bis, comma 4;

che, con il terzo motivo, la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione del D.L. n. 350 del 2001, art. 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto le somme alle quali aveva fatto riferimento l’avviso di accertamento impugnato erano quelle stesse da lei investite all’estero e fatte rimpatriare, con conseguente applicabilità dell’effetto preclusivo, di cui al citato D.L. n. 350 del 2001, art. 14, concernente il c.d. scudo fiscale; e l’Agenzia delle entrate aveva più volte precisato che gli effetti di detto scudo si producevano automaticamente, tutte le volte in cui era possibile ricondurre gli imponibili accertati ad importi detenuti all’estero ed emersi; ed anche nella specie le somme da lei rimpatriate, che avevano formato oggetto di dichiarazione riservata, erano almeno astrattamente collegabili alle somme da lei investite all’estero e fatte rientrare in Italia a mezzo del c.d. scudo fiscale; che l’Agenzia delle entrate si è costituita con controricorso;

che tutti e tre i motivi di ricorso sopra illustrati sono inammissibili (cfr. Cass. n. 8867 del 2019; Cass. n. 24012 del 2016), atteso che, con essi, la contribuente, pur lamentando violazione di legge ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si duole in realtà di un’erronea valutazione del materiale probatorio fatta dalla CTR; e, nel dettaglio, si duole che gli importi ritenuti nella sua disponibilità per il 2007 e tali da giustificare l’avviso di accertamento impugnato provenissero in realtà da tre polizze assicurative, da lei liquidate nel 2007, il cui ricavato era stato da lei investito all’estero e poi fatto rientrare in Italia, utilizzando il c.d. scudo fiscale, si che detti importi non avrebbero potuto essere utilizzati dall’ufficio per la determinazione sintetica del maggior reddito imponibile, riferito all’anno in contestazione; che tuttavia i rilievi critici anzidetti superano il limite del vizio di violazione di legge, pure allegato dalla contribuente, essendo in realtà finalizzati a sollecitare a questa Corte, tenuta esclusivamente al controllo della legalità e logicità della decisione, un non consentito apprezzamento di profili fattuali, il cui insindacabile scrutinio è stato già effettuato dalla CTR, la quale ha messo in rilievo l’omessa dichiarazione dei redditi per il 2007 e la disponibilità di ingenti somme di danaro nel 2007 e nel 2008, in epoca quindi anteriore all’utilizzazione dello scudo fiscale da parte della ricorrente; l’acquisto di due autovetture nel 2008;

che, da quanto sopra, consegue l’inammissibilità del ricorso, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, liquidate come in dispositivo;

che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro 3.500,00 a titolo di compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis;

Così deciso in Roma, il 12 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 18 febbraio 2020

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