Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3939 del 08/02/2022

Cassazione civile sez. II, 08/02/2022, (ud. 27/10/2021, dep. 08/02/2022), n.3939

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. 11531/2016 R.G. proposto da:

S.M., c.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in Roma,

alla via dei Gracchi, n. 20, presso lo studio dell’avvocato

Maddalena Ferraiuolo, che disgiuntamente e congiuntamente

all’avvocato Roberto Gatti, lo rappresenta e difende in virtù di

procura speciale in calce al ricorso.

– ricorrente –

contro

P.C., c.f. (OMISSIS), R.M., c.f. (OMISSIS),

rappresentate e difese in virtù di procura speciale su foglio

allegato in calce al controricorso dall’avvocato Giuliano Germano,

ed elettivamente domiciliate in Roma, alla via Monte Zebio, n. 30,

presso lo studio dell’avvocato Giammaria Camici.

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 321 – 2/22.3.2016 della Corte d’Appello di

Genova;

udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica del 27

ottobre 2021 dal consigliere Dott. Luigi Abete;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del sostituto

procuratore generale Dott. CERONI Francesca, che ha chiesto

accogliersi il terzo motivo di ricorso, con rigetto del primo e del

secondo motivo e con assorbimento del quarto e del quinto motivo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con atto in data 14/15.9.2005 S.M., proprietario di un immobile in Comune di (OMISSIS), citava a comparire dinanzi al Tribunale di Savona P.C. e R.M., proprietarie di un immobile confinante.

Chiedeva, tra l’altro, condannare le convenute all’arretramento, fino al rispetto della distanza di cui all’art. 873 c.c., del muro di contenimento del giardino di pertinenza del loro immobile, costruito in prossimità del muro perimetrale dell’immobile di sua proprietà; condannare le convenute alla rimozione della ringhiera posta, in violazione della distanza di cui all’art. 905 c.c., sul margine del muro di contenimento e costituente veduta sul fondo di sua proprietà; condannare le convenute al risarcimento del danno da liquidarsi in via equitativa.

2. Si costituivano P.C. e R.M..

Eccepivano l’intervenuto acquisto per destinazione del padre di famiglia della servitù di mantenere il muro di contenimento nella sua posizione.

Eccepivano segnatamente che la “Albamare” s.p.a., proprietaria in origine di ambedue i fondi limitrofi, aveva costruito il muro di contenimento in epoca antecedente al loro acquisto ed all’acquisto della dante causa dell’attore.

Instavano – per quel che qui rileva – per il rigetto dell’avversa domanda.

3. All’esito dell’istruzione probatoria, con sentenza n. 862 del 5.10.2012 l’adito tribunale – per quel che qui rileva – rigettava la domanda volta all’arretramento del muro di contenimento, accoglieva la domanda volta all’eliminazione della veduta, rigettava la domanda di risarcimento del danno.

4. Proponeva appello S.M..

Resistevano P.C. e R.M.; esperivano appello incidentale avverso la condanna all’eliminazione della veduta.

5. Con sentenza n. 321/2016 la Corte d’Appello di Genova – per quel che in questa sede rileva – rigettava sia l’appello principale sia l’appello incidentale e compensava integralmente le spese del grado.

Evidenziava la corte che nulla ostava a che alla distanza ex art. 873 c.c., di certo derogabile in virtù di apposita convenzione, si derogasse altresì in virtù di servitù acquistata per usucapione o per destinazione del padre di famiglia.

Evidenziava inoltre che unicamente in comparsa conclusionale di prime cure e dunque tardivamente l’attore – appellante – aveva allegato l’applicabilità nella specie del regolamento di igiene del Comune di Albissola, sicché il tribunale non era tenuto ad acquisire e ad applicare d’ufficio il regolamento, ancorché contenente norme giuridiche.

Evidenziava ancora che, per un verso, era da escludere che il danno invocato in dipendenza dell’illegittima imposizione della servitù di veduta fosse in re ipsa; che, per altro verso, l’attore-appellante non aveva fornito alcuna dimostrazione di aver subito una qualsivoglia apprezzabile menomazione patrimoniale in conseguenza dell’illegittima imposizione della veduta.

6. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso S.M.; ne ha chiesto sulla scorta di cinque motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione.

P.C. e R.M. hanno depositato controricorso; hanno chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi il ricorso con il favore delle spese.

7. Il Pubblico Ministero ha rassegnato conclusioni scritte. Il ricorrente ha depositato memoria.

Del pari hanno depositato memoria le controricorrenti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

8. Con il primo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 873 c.p.c..

Deduce che ha errato la corte d’appello a reputare le distanze ex art. 873 c.c., suscettibili di deroga in virtù, tra l’altro, dell’acquisizione di servitù per destinazione del padre di famiglia.

Deduce segnatamente che le distanze ex art. 873 c.c., sono dettate a presidio dei medesimi interessi generali e pubblici a salvaguardia dei quali operano le distanze, inderogabili, previste negli eventuali regolamenti locali.

Deduce che del resto l’inderogabilità delle distanze codicistiche rinviene riscontro nel divieto imposto agli enti di locali di stabilire distanze inferiori a quelle del codice civile.

9. Il primo motivo di ricorso va respinto.

10. L’insegnamento di questa Corte è nel senso che “in materia di violazione delle distanze legali tra proprietà confinanti, deve ritenersi ammissibile l’acquisto per usucapione di una servitù avente ad oggetto il mantenimento di una costruzione a distanza inferiore a quella fissata dalle norme del codice civile o da quelle dei regolamenti e degli strumenti urbanistici locali” (così in motivazione Cass. 22.2.2010, n. 4240. Cfr. altresì Cass. 12.12.2012, n. 22824; Cass. 18.2.2013, n. 3979; Cass. (ord.) 19.1.2017, n. 1395).

11. In questi termini inevitabili sono i rilievi che seguono.

Da un canto, l’insegnamento di questa Corte, ai fini della possibilità di acquisto per usucapione della servitù di mantenere una costruzione, ancorché abusivamente edificata, a distanza dal fondo limitrofo inferiore a quella prescritta, non distingue tra norme del codice civile e norme dei regolamenti e degli strumenti urbanistici locali.

Cosicché il ricorrente non ha motivo per prospettare ragioni di presunta contraddizione nell’elaborazione di questa Corte (cfr. ricorso, pag. 9).

D’altro canto, ai fini de quibus agitur, non vi è motivo alcuno per distinguere la servitù acquistata per usucapione dalla servitù acquistata per destinazione del padre di famiglia, quanto meno giacché e l’una e l’altra si acquistano a titolo originario e sono accomunate dall’esser circoscritte alle sole servitù apparenti.

12. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità dell’impugnata pronuncia in relazione agli artt. 112,183 e 345 c.p.c..

Deduce che ha errato la corte di merito a ritenere preclusa, siccome tardiva, l’allegazione del regolamento di igiene del Comune di Albissola, vigente all’epoca di costruzione del muro di contenimento e prefigurante la distanza di almeno un metro delle costruzioni da rilievi montuosi e terrapieni.

Deduce invero che si tratta di una fonte normativa che il giudice è tenuto a conoscere ex officio indipendentemente dall’allegazione delle parti.

Deduce altresì che si tratta di una disciplina per sua natura inderogabile, idonea in ogni caso ad impedire l’acquisto di una servitù per destinazione del padre di famiglia.

13. Il secondo motivo di ricorso del pari va respinto.

14. In sede di disamina del primo motivo si è dato conto dell’elaborazione di questo Giudice che reputa ammissibile l’acquisto per usucapione – e, si aggiunge, per destinazione del padre di famiglia – di una servitù avente ad oggetto il mantenimento di una costruzione a distanza inferiore sia rispetto a quella fissata dalle norme del codice civile sia rispetto a quelle fissate dei regolamenti e degli strumenti urbanistici locali.

In tal guisa il ricorrente non ha ragione di dolersi.

Invero, seppure avesse reputato rituale l’allegazione del regolamento d’igiene del Comune di Albissola vigente all’epoca della costruzione del muro di contenimento, la corte di seconde cure avrebbe dovuto comunque opinare per la legittimità della deroga pur con riferimento alla distanza prefigurata dal medesimo regolamento.

15. Negli esposti termini, per un verso, non può soccorrere l’insegnamento di questa Corte secondo cui le norme dei regolamenti comunali edilizi e i piani regolatori sono, per effetto del richiamo contenuto negli artt. 872 ed 873 c.c., integrative delle norme del codice civile in materia di distanze tra costruzioni, sicché il giudice deve applicare le richiamate norme locali indipendentemente da ogni attività assertiva o probatoria delle parti, acquisendone conoscenza attraverso la sua scienza personale, la collaborazione delle parti o la richiesta di informazioni ai comuni (cfr. Cass. 29.7.2009, n. 17692; Cass. 18.2.1987, n. 1755).

Negli esposti termini, per altro verso, va corretta, nelle forme suindicate, la motivazione in parte qua del secondo dictum (cfr. Cass. (ord.) 6.9.2017, n. 20806, secondo cui, affinché la Corte di cassazione possa procedere alla correzione della motivazione della sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c., è necessario che la sostituzione della motivazione sia solo in diritto e non comporti indagini o valutazioni di fatto, e che essa non importi violazione del principio dispositivo, ossia non pronunci su eccezioni non sollevate dalle parti e non rilevabili d’ufficio).

16. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 2043 c.c..

Deduce che ha errato la corte distrettuale a disconoscere la natura “in re ipsa” del danno invocato a causa dell’illegittima imposizione della servitù di veduta.

Deduce segnatamente che il danno sussiste per il solo fatto dell’asservimento ed è liquidabile in via equitativa.

17. Il terzo motivo di ricorso è fondato e meritevole di accoglimento.

18. E’ sufficiente il rinvio all’elaborazione di questa Corte a tenor della quale la lesione del diritto di proprietà, conseguente all’esercizio abusivo di una servitù di veduta, è di per sé produttiva di un danno, il cui accertamento non richiede, pertanto, una specifica attività probatoria e per il risarcimento del quale il giudice deve procedere ai sensi dell’art. 1226 c.c., adottando eventualmente, quale parametro di liquidazione equitativa, una percentuale del valore reddituale dell’immobile, la cui fruibilità sia stata temporaneamente ridotta (cfr. Cass. (ord.) 13.5.2019, n. 12630).

19. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità dell’impugnata sentenza ai sensi dell’art. 132 c.p.c., n. 4, per l’apparenza della motivazione.

Premette che aveva censurato il primo dictum, siccome il tribunale non aveva né tenuto conto della relazione – e del relativo supplemento – di c.t.u. svolta nel precedente giudizio, poi estintosi, intrapreso nei confronti delle medesime iniziali convenute né ritenuto di far luogo a c.t.u., quale unico mezzo idoneo ai fini della dimostrazione del pregiudizio arrecato al proprio immobile dall’umidità derivante dal muro di contenimento di proprietà delle iniziali convenute.

Indi deduce che la corte territoriale ha respinto il motivo di gravame senza una reale motivazione o, comunque, con una motivazione del tutto generica.

20. Con il quinto motivo il ricorrente denuncia in via gradata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità dell’impugnata sentenza in relazione all’art. 116 c.p.c., comma 1 e art. 61 c.p.c..

Deduce che ha errato la Corte ligure a non tener conto della relazione di c.t.u. e del supplemento alla relazione di c.t.u. svolta nel giudizio in precedenza instaurato nei confronti delle stesse controparti, relazione di c.t.u. e supplemento aventi dignità di vere e proprie prove ancorché liberamente valutabili, nonché a disattendere, senza motivazione alcuna, l’istanza di c.t.u. volta a dimostrare il pregiudizio e le cause del pregiudizio sofferto.

21. Il quarto motivo ed il quinto motivo di ricorso sono strettamente connessi; il che ne suggerisce la disamina contestuale; ambedue i motivi sono in ogni caso destituiti di fondamento e vanno respinti.

22. Con riferimento al quarto motivo è sufficiente evidenziare che il vizio di motivazione “apparente” si prospetta allorché il giudice di merito non procede ad una approfondita disamina logico – giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito (cfr. Cass. 21.7.2006, n. 16672).

Nel caso di specie, viceversa, la Corte di Genova ha compiutamente ed intellegibilmente esplicitato il proprio iter argomentativo.

Invero ha precisato, in parte qua, che l’attore-appellante non aveva dato prova né, si badi, della presenza di umidità nella sua abitazione né del nesso di causalità, ovvero della circostanza per cui l’asserito danno fosse stato cagionato dall’umidità proveniente dal muro delle vicine (cfr. sentenza d’appello, pag. 7).

23. Con riferimento al quinto motivo è sufficiente evidenziare quanto segue.

24. L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.Lgs. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. n. 134 del 2012, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); pertanto, l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, qualora (e’ il caso di cui al ricorso in esame) il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Cass. (ord.) 29.10.2018, n. 27415).

25. In tema di ricorso per cassazione, la violazione dell’art. 116 c.p.c., norma che sancisce il principio della libera valutazione delle prove, salva diversa previsione legale, è idonea ad integrare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, solo quando il giudice di merito disattenda tale principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta ad un diverso regime (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892).

26. La consulenza tecnica d’ufficio è mezzo istruttorio (e non una prova vera e propria) sottratto alla disponibilità delle parti ed affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito, rientrando nel suo potere discrezionale la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario giudiziario e la motivazione dell’eventuale diniego può anche essere implicitamente desumibile (e’ il caso di cui al ricorso in esame) dal contesto generale delle argomentazioni svolte e dalla valutazione del quadro probatorio unitariamente considerato effettuata dal medesimo giudice del merito (cfr. Cass. 5.7.2007, n. 15219; Cass. (ord.) 13.1.2020, n. 326).

27. In accoglimento, dunque, del terzo motivo di ricorso la sentenza n. 321 dei 2/22.3.2016 della Corte d’Appello di Genova va – in relazione al medesimo motivo – cassata con rinvio alla stessa corte d’appello in diversa composizione anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

28. In dipendenza specificamente dell’accoglimento del terzo motivo di ricorso a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), all’enunciazione, in ossequio alla previsione dell’art. 384 c.p.c., comma 1, del principio di diritto – al quale ci si dovrà uniformare in sede di rinvio – può farsi luogo per relationem, nei medesimi termini espressi dalla massima desunta dall’insegnamento di questa Corte n. 12630/2019 dapprima citato.

29. In dipendenza del (parziale) buon esito del ricorso non sussistono i presupposti perché, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, il ricorrente sia tenuto a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione a norma dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit..

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso; cassa in relazione e nei limiti del motivo accolto la sentenza n. 321 dei 2/22.3.2016 della Corte d’Appello di Genova e rinvia alla stessa corte d’appello in diversa composizione anche ai fini della regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità; rigetta il primo motivo, il secondo motivo, il quarto motivo ed il quinto motivo del ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 febbraio 2022

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