Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39381 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. II, 10/12/2021, (ud. 21/10/2021, dep. 10/12/2021), n.39381

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6919-2017 proposto da:

M.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE BRUNO

BUOZZI 99, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO POLI, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

P.V., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA GONDAR

14 SC B INT. 2, presso lo studio dell’avvocato PAOLO PAPA,

rappresentato e difeso dall’avvocato SERGIO MESSORE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5573/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 23/09/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/10/2021 dal Consigliere Dott. VARRONE LUCA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. P.V., premesso che con scrittura privata del 23 agosto 2005 aveva acquistato da M.R. un appartamento sito in (OMISSIS), piano secondo, per il prezzo complessivo di Euro 97.500, comprensivo di spese notarili e che, all’atto della sottoscrizione della scrittura, aveva provveduto a versare a quest’ultimo l’intero prezzo stabilito per l’acquisto dell’immobile, con la pattuizione che il rogito definitivo sarebbe stato stipulato entro e non oltre il 6 ottobre 2005, conveniva in giudizio il promittente venditore affinché venisse dichiarata l’autenticità e l’efficacia della scrittura privata e conseguentemente il proprio esclusivo diritto di proprietà sull’immobile in oggetto.

2. Il convenuto si costituiva in giudizio e chiedeva in via preliminare di essere autorizzato a chiamare in causa P.M., coniuge dell’attrice, con il quale sarebbero state condotte le trattative relative alla vendita dell’immobile. Nel merito contestava la fondatezza delle doglianze avversarie, ritenendo di non aver mai venduto, né tantomeno promesso di vendere all’attrice l’appartamento in oggetto, né sottoscritto con essa alcun contratto, ma di aver ricevuto unicamente in forza di un accordo, successivamente sfumato, la somma di Euro 40001di cui 2500 in contanti e il resto in assegni. Pertanto, contestava integralmente quanto richiesto dall’attrice in ordine alla domanda di trasferimento dell’immobile ex art. 2932 c.c., non risultando in alcun modo provato il pagamento della somma di Euro 97.500. Nelle successive udienze il convenuto, riservandosi il disconoscimento della scrittura, chiedeva di essere autorizzato a citare in giudizio il curatore fallimentare, essendo nel frattempo intervenuto il fallimento di P.M., adempimento tuttavia non espletato, e, successivamente, chiedeva la sospensione del procedimento per la pendenza di un procedimento penale tra le medesime parti, relativa a fatti e circostanze connesse al procedimento civile.

3. Il Tribunale di Cassino accoglieva la domanda attrice, riconoscendo alla sentenza la produzione degli effetti del mancato contratto definitivo in conformità alla scrittura privata del 23 agosto 2005, disponendo, quindi, il trasferimento della proprietà dell’appartamento sito in (OMISSIS), frazione di Sant’Angelo Iodice, ordinando la trascrizione della sentenza presso la conservatoria dei registri immobiliari. Il Tribunale evidenziava che la scrittura privata era stata prodotta in originale e recava le sottoscrizioni di entrambe le parti. Il convenuto non aveva disconosciuto la propria sottoscrizione sul documento, sottoscrizione la cui autenticità era già stata accertata attraverso la consulenza grafica svolta nell’ambito del procedimento penale. Egli, inoltre, aveva fornito diverse versioni sulla firma, mentre non poteva accogliersi la richiesta di sospensione del procedimento civile in attesa della conclusione di quello penale, trattandosi di fatti non coincidenti.

4. M.R. proponeva appello avverso la suddetta sentenza.

5. La Corte d’Appello di Roma rigettava l’impugnazione. Secondo il giudice del gravame; dall’esame complessivo della sentenza impugnata doveva ritenersi che il Tribunale avesse valutato correttamente tutte le circostanze del caso, non essendosi limitato solo a valutare il mancato disconoscimento della scrittura privata del 23 agosto 2005 ma aveva fondato il proprio convincimento anche sul comportamento assunto dal M. sia nel giudizio civile che in quello penale, oltre che sulle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio di tipo grafico svolta nell’ambito del procedimento penale, ove era stata definitivamente accertata l’autenticità della sottoscrizione del M.. Pertanto, doveva ritenersi, sulla base di una presunzione iuris tantum, che la somma di Euro 97.500 indicata nella scrittura fosse stata effettivamente versata. Con riferimento a quanto emerso nel giudizio penale la Corte d’Appello dichiarava l’inammissibilità della documentazione depositata dall’appellante perché i verbali di udienza del procedimento penale si erano formati nel corso del giudizio di primo grado e, dunque, ben prima del deposito della sentenza impugnata. Di conseguenza era onere dell’appellante depositarli tempestivamente, incontrando altrimenti nel giudizio di appello. 4 il divieto di cui all’art. 345 c.p.c.. In ogni caso la documentazione non era rilevante ai fini della decisione del caso concreto, posto che anche la diversa valutazione dei fatti emersi in sede penale, e precisamente il fatto che i testimoni sentiti non avevano prestato all’attrice e al di lei marito le somme oggi contestate, non erano circostanze idonee ad escludere che il M. potesse aver ricevuto il medesimo importo in altro modo, il che poteva anche accadere, tenuto conto del fatto che egli era un mero prestanome. Tale circostanza sarebbe avvalorata ulteriormente dalla quietanza di pagamento rilasciata dal M. all’interno di un documento risultato autentico con la sua sottoscrizione oltre che per il suo comportamento contraddittorio.

6. M.R. ha proposto ricorso per cassazione avverso la suddetta sentenza.

7. P.V. ha resistito con controricorso.

8. Entrambe le parti con memoria depositata in prossimità dell’udienza hanno insistito nelle rispettive richieste.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo di ricorso è così rubricato: violazione dell’art. 345 c.p.c. applicabile ratione temporis per avere la Corte d’Appello di Roma erroneamente dichiarato l’inammissibilità della prova documentale costituita dalla sentenza di assoluzione numero 228 del 2011 del Tribunale di Cassino, sezione penale, intervenuta durante il giudizio di secondo grado.

Secondo il ricorrente la sentenza citata costituirebbe giudicato nella parte in cui ha affermato che risultava provato che la somma di Euro 97.500 non era stata versata ai controricorrenti. La Corte d’Appello ha dichiarato l’inammissibilità della documentazione costituita dai verbali formatisi nel giudizio penale perché potevano essere prodotti nel corso del giudizio di primo grado.

L’art. 345 c.p.c., comma 3, tuttavia prevede che il divieto di produrre nuovi documenti in appello non operi quando la mancata produzione nel corso del giudizio di primo grado derivi da una causa non imputabile alla parte.

Inoltre, l’art. 345 c.p.c. nella sua formulazione applicabile ratione temporis ammetteva una seconda deroga consistente nell’indispensabilità della nuova produzione documentale depositata in appello. Ciò premesso la Corte d’Appello non avrebbe tenuto conto del fatto che la nuova documentazione costituita dalla sentenza penale di assoluzione si era formata durante il giudizio di appello. Tale prova documentale, dunque, doveva essere ammessa.

Il deposito in appello della suddetta sentenza era stato effettuato alla prima udienza disponibile, ovvero all’udienza del 9 gennaio 2014 dove si legge nel verbale che è presente il procuratore della parte appellante, il quale deposita la sentenza numero 228 del 2011 del tribunale penale di Cassino e chiede rinvio essendo stata impugnata ai fini civili la sentenza prodotta. L’appellante chiedeva nella comparsa conclusionale del 18 aprile 2016 espressamente l’ammissione della nuova prova documentale, in particolare l’acquisizione agli atti della sentenza resa dal Tribunale di Cassino e dei relativi verbali. Dunque, a prescindere dall’indispensabilità della nuova produzione documentale, la Corte di appello avrebbe dovuto rilevare l’indubbia ammissibilità della sopravvenuta prova costituita dalla suddetta sentenza di assoluzione.

In ogni caso la suddetta sentenza costituirebbe prova indispensabile ai fini della decisione e, dunque, sarebbe ulteriormente ammissibile. In tale sentenza, infatti, si è accertato il mancato versamento del prezzo da parte dell’acquirente o presunta tale. Risulterebbe, dunque, documentata la non veridicità delle circostanze riportate all’interno della scrittura privata del 23 agosto 2005. Sul punto il ricorrente, ai fini della specificità del motivo, riporta il passo della sentenza penale del Tribunale di Cassino.

La sentenza, inoltre, evidenzierebbe che non vi era alcuna contraddittorietà nel comportamento del ricorrente e che, nel corso del giudizio, egli aveva sempre coerentemente sostenuto di non aver ricevuto il saldo di Euro 97.500 al momento della sottoscrizione della scrittura privata del 23 agosto 2005.

Una seconda censura attiene alla violazione dell’art. 345 c.p.c., vigente ratione temporis per avere la Corte d’Appello di Roma dichiarato l’inammissibilità, tra le altre, delle prove documentali costituite dal verbale del 5 marzo 2009 e del 14 aprile 2010. I verbali erano stati formati nel processo penale in un momento successivo rispetto alla scadenza del termine ultimo per allegarli ritualmente nel corso del primo grado del giudizio civile. I suddetti verbali erano indispensabili ai fini della decisione e si erano formati quando oramai le preclusioni si erano già definite. Infatti, la causa era stata rimessa in decisione il 3 dicembre 2008, mentre il verbale si era formato all’udienza del 5 aprile 2009. Il verbale invece del 14 aprile 2010 era successivo addirittura rispetto al deposito della sentenza.

I suddetti verbali erano indispensabili ai fini della decisione in quanto dimostravano il mancato pagamento del prezzo.

Una terza censura attiene alla violazione dell’art. 345 c.p.c., vigente ratione temporis per avere la Corte d’Appello dichiarato erroneamente e comunque senza motivazione, l’inammissibilità della nuova documentazione depositata dal ricorrente in appello, con specifico riferimento ai verbali del processo penale formatisi durante la pendenza del primo grado.

Il ricorrente evidenzia che la giurisprudenza di legittimità nell’interpretazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3, nella formulazione vigente ratione temporis ha evidenziato l’alternatività tra documenti nuovi o decisivi.

2. Il motivo di ricorso, articolato in tre diverse censure, è fondato.

La Corte d’Appello ha applicato erroneamente l’art. 345 c.p.c. nella versione precedente l’ultima modifica intervenuta ad opera del D.L. n. 83 del 2012 fiche ratione temporis regola la fattispecie.

Deve premettersi, infatti, che la nuova formulazione dell’art. 345 c.p.c., comma 3, introdotta dal D.L. n. 83 del 2012, conv. con modif. dalla L. n. 134 del 2012, che prevede il divieto di ammissione, in appello, di nuovi mezzi di prova e documenti, salvo che la parte dimostri di non avere potuto proporli o produrre per causa non imputabile, trova applicazione, in difetto di un’espressa disciplina transitoria ed in base al generale principio processuale tempus regit actum, quando la sentenza conclusiva del giudizio di primo grado sia stata pubblicata dopo l’11 settembre 2012. (Sez. 2, Ord. n. 21606 del 2021).

Nella specie, la sentenza di primo grado risulta depositata il 22 aprile 2009, sicché deve farsi applicazione dell’art. 345 c.p.c., nella versione antecedente. Con riferimento a tale ultima disposizione le Sezioni Unite di questa Corte hanno così statuito: “Nel giudizio di appello, costituisce prova nuova indispensabile, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., comma 3, nel testo previgente rispetto alla novella di cui al D.L. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, quella di per sé idonea ad eliminare ogni possibile incertezza circa la ricostruzione fattuale accolta dalla pronuncia gravata, smentendola o confermandola senza lasciare margini di dubbio oppure provando quel che era rimasto indimostrato o non sufficientemente provato, a prescindere dal rilievo che la parte interessata sia incorsa, per propria negligenza o per altra causa, nelle preclusioni istruttorie del primo grado” (Sez. U, Sent. n. 10790 del 2017).

Dunque, la regola di cui all’art. 345 c.p.c., comma 3, (prima della modifica apportata dalla L. n. 134 del 2012) consente l’ingresso in appello di un nuovo mezzo di prova indispensabile anche nell’ipotesi in cui si siano determinate preclusioni istruttorie. Risulta erronea, pertanto, l’affermazione della Corte d’Appello che ha ritenuto preclusa la valutazione circa l’indispensabilità della documentazione prodotta dal ricorrente nel giudizio di appello, perché formatasi quando il giudizio di primo grado era ancora pendente.

Nella specie, peraltro, con riferimento ai verbali testimoniali, il ricorrente nel giudizio di primo grado non era incorso in alcuna decadenza o preclusione, essendosi gli stessi formati successivamente alla udienza di precisazione delle conclusioni. Dunque, oltre al profilo dell’indispensabilità della documentazione prodotta, profilo già di per sé dirimente ai fini dell’accoglimento del motivo di ricorso, ricorreva anche il profilo della novità della suddetta produzione documentale, essendosi la stessa formata nella fase terminale del processo di primo grado.

Infine, non può sottacersi che la Corte d’Appello non si è pronunciata in alcun modo sulla produzione documentale relativa alla sentenza penale di assoluzione del ricorrente dal delitto di calunnia. Tale sentenza non è stata neanche considerata ai fini della sua ammissibilità.

Il collegio intende dare continuità al seguente principio di diritto: Quando venga dedotta, in sede di legittimità – in relazione ad un giudizio regolato dall’art. 345 c.p.c., comma 3, nel testo vigente anteriormente alla modifica recata dal D.L. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 – l’erroneità dell’ammissione o della dichiarazione di inammissibilità di una prova documentale in appello, in ragione della sua indispensabilità, la Cassazione, chiamata ad accertare un error in procedendo, è giudice anche del fatto ed e’, quindi, tenuta a stabilire se si trattasse di prova indispensabile; tale apprezzamento deve essere svolto dalla Corte di cassazione in astratto, ossia al solo fine di stabilire l’idoneità teorica della prova ad eliminare ogni possibile incertezza circa la ricostruzione dei fatti di causa, spettando pur sempre al giudice di merito, in sede di eventuale rinvio, l’apprezzamento in concreto delle inferenze desumibili dalla prova ai fini della ricostruzione dei fatti di causa (Sez. 2, Sent. n. 20525 del 2020).

La sentenza penale di assoluzione del ricorrente dal delitto di calunnia risulta astrattamente indispensabile ai fini della prova del mancato pagamento del prezzo dell’appartamento promesso in vendita. In tale sentenza, infatti, si affermaiicon la certezza derivante dalla prova acquisita durante un dibattimento penale, che il prezzo dell’appartamento non era stato effettivamente versato e viene smentita anche la modalità di pagamento indicata dagli acquirenti (odierni controricorrenti) a conferma del fatto che il pagamento non era mai stato effettuato.

Di conseguenza viene a cadere anche l’affermazione della Corte d’Appello secondo cui i verbali testimoniali volti a provare il mancato pagamento del prezzo non potevano ritenersi indispensabili perché il ricorrente poteva aver ricevuto il denaro in altro modo. Nella citata sentenza di assoluzione, infatti, si esclude in radice il pagamento e si evidenzia che le modalità di pagamento dedotte dalla controricorrente risultano totalmente smentite;a conferma del fatto che il pagamento non è mai stato effettuato.

3. In conclusione,la Corte accoglie l’unico motivo di ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione che deciderà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione che provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 2 Sezione civile, il 21 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

 

 

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