Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39363 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/12/2021, (ud. 26/11/2021, dep. 10/12/2021), n.39363

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24572-2020 proposto da:

N.F., rappresentato e difeso dall’Avvocato MASSIMO LOVATI;

– ricorrente –

contro

SACE S.R.L., rappresentata e difesa dall’Avvocato FABIO EUGENIO

SANTOPIETRO;

– controricorrente –

e contro

O.L.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1463/2020 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 15/06/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

26/11/2021 dal Consigliere SCARPA ANTONIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Data pubblicazione 10/12/2021

N.F. ha proposto ricorso articolato in un unico motivo avverso la sentenza della Corte d’Appello di Milano n. 1463/2020, del 15 giugno 2020.

Resiste con controricorso SA.CE s.r.l., in persona del rappresentante pro tempore.

O.L. è stata intimata e non ha svolto difese.

La Corte d’appello di Milano ha rigettato l’impugnazione avverso la sentenza n. 1962/2018 emessa dal Tribunale di Pavia in data 5 settembre 2018, con cui era stata respinta la domanda di usucapione dell’immobile sito in (OMISSIS), proposta dall’odierno ricorrente. Tale fabbricato ad uso di abitazione era stato oggetto di un’esecuzione immobiliare intrapresa nel 2011, all’esito della quale la SA.CE s.r.l. era risultata aggiudicataria del bene con decreto di trasferimento del 2 marzo 2017. Il giudice del gravame ha ritenuto corretto il ragionamento del Tribunale secondo cui non erano integrati i presupposti del possesso (vantato dal 1987) utile all’usucapione, rilevando come l’intestazione dell’immobile alla moglie del N., O.L. (citata in giudizio a seguito di ordine di integrazione del contraddittorio e rimasta contumace) aveva impedito all’attore di manifestare all’esterno tale possesso. Secondo la Corte d’appello, pur non essendo la formale intestazione di un bene a terza persona di per sé incompatibile col possesso utile ad usucapire, di questo non era stata comunque fornita la prova. A dire della Corte di Milano, l’appellante non aveva superato la ratio decidendi della sentenza di primo grado “laddove ha ritenuto che il godimento dell’immobile da parte del N., da qualificarsi in termini eventualmente di compossesso, si giustifica in considerazione del rapporto di coniugio e ciò sia per il primo periodo fino al 1997 che per quello successivo”. In particolare, non valevano per la sentenza impugnata a dimostrare il possesso la documentazione attestante lavori di manutenzione, la consegna di beni relativi all’attività commerciale, né alcune missive nelle quali il N. veniva indicato come unico proprietario, in quanto non solo tali documenti non dimostravano il possesso per il periodo successivo al 1997 (anno del “trasferimento della moglie con la figlia”), ma anzi vi erano precisi indizi di segno contrario (incuria dell’immobile, mancato pagamento di utenze, omessa manutenzione).

L’unico motivo di ricorso di N.F. deduce la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 116 c.p.c. Secondo il ricorrente il giudice avrebbe valutato gli “indizi” alla stregua di prove legali e non come prove libere, attribuendo erroneamente valore di scrittura privata alle missive e alle fotografie e valore confessorio alle bollette non pagate ed alla mancata dimostrazione del pagamento delle imposte (pag. 5 ricorso).

Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere dichiarato inammissibile, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 1), il Presidente ha fissato l’adunanza della Camera di Consiglio.

Il ricorso è inammissibile. L’unico motivo non si confronta con la ratio decidendi della sentenza impugnata e si risolve in una critica generica della stessa, formulata sotto una molteplicità di profili di fatto, auspicando dalla Corte di cassazione un diverso apprezzamento degli elementi istruttori valutati dalla Corte d’appello.

La violazione dell’art. 116 c.p.c. (norma che sancisce il principio della libera valutazione delle prove, salva diversa previsione legale) è idonea ad integrare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, solo quando il giudice di merito disattenda tale principio in assenza di una deroga normativamente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta ad un diverso regime (Cass. Sez. 3, 10/06/2016, n. 11892).

Proprio in base al medesimo art. 116 c.p.c., rientra invece nel potere discrezionale del giudice di merito individuare le fonti del proprio convincimento, apprezzare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. Tale operazione, che suppone un accesso diretto agli atti e una loro delibazione, non è consentita nel giudizio di legittimità. Nonostante la rubrica del motivo di ricorso denunci un vizio di violazione di legge con riferimento all’art. 116 c.p.c., il suo contenuto espositivo non prospetta un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata dalle richiamate norme di diritto, ma allega un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, soltanto sotto il profilo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Spetta a chi agisce in giudizio per essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e, quindi, non solo del corpus, ma anche dell’animus; quest’ultimo elemento può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo soltanto se vi è stato svolgimento di attività corrispondenti all’esercizio del diritto di proprietà, ovvero di un’attività materiale incompatibile con l’altrui diritto, al qual fine non rilevano mere dichiarazioni di scienza.

L’accertamento della sussistenza in concreto dei requisiti della usucapione è devoluto al giudice del merito ed è incensurabile in sede di legittimità se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La censura lamenta che il giudice, nel valutare le risultanze probatorie, non abbia operato secondo il suo prudente apprezzamento, pretendendo piuttosto di considerare prove legali elementi privi di tale valore. Dalla sentenza impugnata, tuttavia, non emerge che la Corte d’appello abbia accordato un valore di prove legali a tali risultanze istruttorie, essendosi essa limitata ad attribuire prevalenza, secondo prudente apprezzamento, ad elementi quali lo stato di incuria dell’immobile, l’omessa manutenzione attestata anche da alcune missive, il mancato pagamento delle utenze e la mancata dimostrazione del pagamento dei tributi. Questi elementi hanno indotti i giudici del merito, in base ad apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimità se non nei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, hanno indotto a ritenere che il N. non solo non avesse posseduto per il periodo successivo al 1997, ma avesse perduto qualsiasi relazione di fatto con la res.

Il giudici del merito hanno decisivamente negato in fatto che Filippo N. avesse mai instaurato una autonoma relazione possessoria con l’immobile, anche ai fini della presunzione di possesso utile “ad usucapionem” ex art. 1141 c.c., giustificandosi la iniziale disponibilità dello stesso in base alla convivenza coniugale con la proprietaria O.L. e mancando prova di un successivo atto di interversione (Cass. Sez. 2, 14/06/2001, n. 8047; Cass. Sez. 2, 07/02/2002, n. 1745; Cass. Sez. 2, 18/10/2016, n. 21023; Cass. Sez. 2, 25/10/2019, n. 27411).

Il ricorso va perciò dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente a rimborsare alla controricorrente le spese del giudizio di cassazione nell’importo liquidato in dispositivo, non dovendosi provvedere al riguardo dell’intimata O.L. che non ha svolto attività difensive.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare alla controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 26 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

 

 

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