Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39360 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/12/2021, (ud. 26/11/2021, dep. 10/12/2021), n.39360

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3263-2021 proposto da:

P.G., rappresentato e difeso dall’avvocato MARIO

INTILISANO;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO, elettivamente domiciliato in

BARCELLONA POZZO DI GOTTO, VIA PAPA GIOVANNI XXIII 13-B, presso lo

studio dell’avvocato CHIARA MOSTACCIO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza n. 11465/2020 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

depositata il 15/06/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/11/2021 dal Consigliere Dott. SCARPA ANTONIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

1. P.G. ha proposto ricorso articolato in unico motivo per la revocazione della ordinanza n. 11465/2020 della Corte di Cassazione, del 15 giugno 2020.

2.L’intimato Comune di Barcellona Pozzo di Gotto resiste con controricorso.

3.Su proposta del relatore, ai sensi dell’art. 391-bis c.p.c., comma 4, e art. 380-bis c.p.c., commi 1 e 2, che ravvisava l’inammissibilità del ricorso, il presidente fissava con decreto l’adunanza della Corte perché la controversia venisse trattata in camera di consiglio nell’osservanza delle citate disposizioni.

Il ricorrente ha presentato memoria.

4.Questa Corte, con l’ordinanza n. 11465/2020 del 15 giugno 2020 accolse il ricorso proposto dal Comune di Barcellona Pozzo di Gotto avverso la sentenza non definitiva n. 401/2005, depositata il 4 agosto 2005, e la sentenza definitiva n. 307/2014, depositata il 29 aprile 2014, della Corte d’appello di Messina. La Corte d’appello di Messina, in riforma della sentenza n. 402/2002 del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, aveva accolto l’impugnazione proposta dall’Architetto P.G., dapprima revocando – con la sentenza non definitiva n. 401/2005 – il decreto ingiuntivo emesso dal Presidente del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto il 17 giugno 1997 e condannando in seguito – con la sentenza definitiva n. 307/2014 – il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto al pagamento in favore dell’Architetto P. dell’importo di Euro 42.648,67, a titolo di compensi professionali, oltre interessi legali dal 17 febbraio 1995, nonché dell’ulteriore somma di Euro 770,32 a titolo di spese per rilascio parere con interessi legali dal 17 dicembre 1995. La Corte d’appello di Messina ritenne che si fosse formato il giudicato interno sulla validità del contratto di prestazione d’opera intercorso tra il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto e l’Architetto P. (non essendo stato proposto dal Comune appellato appello incidentale avverso la pronuncia di rigetto dell’eccezione di nullità del contratto), ma valutò tuttavia nulla la clausola (contenuta nella Delib. n. 578 del 1983, art. 5) che subordinava il compenso del P. alla percezione del finanziamento del progetto da parte dell’Assessorato Regionale (non percepito), attesa la natura onerosa del rapporto professionale intercorso tra l’architetto ed il Comune, che non tollerava – secondo la Corte di Messina – una clausola potenzialmente idonea a rendere gratuita la prestazione del professionista. In seguito, la Corte di cassazione, accogliendo il secondo ed il terzo motivo del ricorso proposto dal Comune di Barcellona Pozzo di Gotto (entrambi per violazione dell’art. 1421 c.c. e degli artt. 99 e 112 c.p.c.), ha affermato che:

“Il contratto d’opera professionale con la P.A., ancorché quest’ultima agisca iure privatorum, deve rivestire la forma scritta ad substantiam. L’osservanza della forma scritta richiede la redazione di un atto recante la sottoscrizione del professionista e dell’organo dell’ente legittimato ad esprimerne la volontà all’esterno, nonché l’indicazione dell’oggetto della prestazione e l’entità del compenso, dovendo escludersi che, ai fini della validità del contratto, la sua sussistenza possa ricavarsi da altri atti (quali, ad esempio, come nella specie, la delibera dell’organo collegiale dell’ente che abbia autorizzato il conferimento dell’incarico) ai quali sia eventualmente seguita la comunicazione per iscritto dell’accettazione da parte del medesimo professionista (Cass. n. 24679 del 2013; cfr. anche Cass. n. 21477 del 2013). Ne’ è sufficiente che il professionista accetti, espressamente o tacitamente, la delibera a contrarre, poiché questa, anche se sottoscritta dall’organo rappresentativo medesimo, resta un atto interno, che l’ente può revocare ad nutum (Cass. n. 1167 del 2013).

Il contratto mancante del succitato requisito è nullo e non è suscettibile di alcuna forma di sanatoria, sotto nessun profilo, poiché gli atti negoziali della P.A. constano di manifestazioni formali di volontà, non surrogabili con comportamenti concludenti (Cass. n. 22501 del 2006; nello stesso senso, Cass. n. 15488 del 2001).

Nel caso di specie, con l’atto di opposizione a decreto ingiuntivo e con la comparsa di costituzione nel giudizio di appello, il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto aveva chiesto la dichiarazione di nullità del contratto concluso con il professionista per assenza della forma scritta ad substantiam.

La Corte d’appello non si è pronunciata sulla nullità del contratto ma di una clausola della Delib. Giunta Municipale n. 578 del 1983, contenente il disciplinare di incarico, che, all’art. 5, prevedeva che l’onorario fosse subordinato all’approvazione ed al finanziamento del progetto.

Tale clausola aveva efficacia interna all’ente e lo autorizzava al conferimento dell’incarico al professionista, che avrebbe dovuto perfezionarsi con un atto sottoscritto dalle parti, non essendo ipotizzabile la conclusione del contratto attraverso il consenso o in forma tacita.

Ha errato, pertanto, la Corte d’appello nel dichiarare la nullità di un atto privo di rilevanza esterna, come la delibera della Giunta Municipale. Tale profilo di nullità non era stato dedotto nei giudizi di merito – avendo il Comune contestato la validità del contratto per assenza di forma scritta ad substantiam – né poteva essere rilevato d’ufficio perché la clausola del disciplinare di incarico, prevista nella delibera della Giunta Municipale, non aveva rilevanza esterna.”.

Il ricorso per revocazione deduce l’errore di fatto ex art. 395 c.p.c., n. 4 addebitato all’ordinanza n. 11465/2020 per avere la Corte di Cassazione ritenuto che la Corte d’appello non si fosse pronunziata sulla nullità del contratto, quanto di una clausola della delibera della Giunta Municipale, fatto la cui verità era incontrastabilmente esclusa, in quanto la stessa Corte di Messina aveva rilevato l’avvenuta formazione del giudicato interno sulla validità del

contratto di prestazione d’opera (non avendo il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto proposto appello incidentale avverso la pronuncia di rigetto dell’eccezione di nullità). Aggiunge il ricorrente che l’impianto dell’ordinanza impugnata rivela la propria erroneità anche in relazione al fatto che la Corte d’appello di Messina, in sede di rinvio, non potrà fare altro che confermare l’esistenza di un giudicato sulla validità del contratto e reiterare la propria decisione. Il motivo di ricorso è palesemente estraneo al parametro dell’errore revocatorio di fatto, rilevante ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c..

Per consolidata interpretazione, invero, in materia di revocazione delle decisioni della Corte di cassazione, l’errore di fatto di cui all’art. 395 c.p.c., n. 4, postula un contrasto fra due diverse rappresentazioni dello stesso fatto, delle quali una emerge dalla sentenza, l’altra dagli atti e documenti processuali, sempreché la realtà desumibile dalla pronuncia sia frutto di supposizione e non di giudizio, formatosi sulla base di una valutazione. Deve, dunque, trattarsi di un errore meramente percettivo, tale da aver indotto la Corte a fondare la propria decisione sulla supposta inesistenza (od esistenza) di un fatto, positivamente acquisito (od escluso) nella realtà del processo. L’errore di fatto che può legittimare la revocazione di una decisione della Corte di cassazione deve, quindi, pur sempre riguardare gli atti interni al giudizio di legittimità, ossia quelli che la Corte esamina direttamente nell’ambito dei motivi di ricorso e delle questioni rilevabili di ufficio, e deve avere, quindi, carattere autonomo, nel senso di incidere direttamente ed esclusivamente sulla decisione medesima (Cass. Sez. U, 27/11/2019, n. 31032; Cass. Sez. U, 28/05/2013, n. 13181).

Il prospettato errore revocatorio rivela, piuttosto, che il ricorrente per revocazione non ha compreso la ratio decidendi dell’ordinanza n. 11465/2020, come conferma la memoria presentata ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 2. La ratio decidendi dell’ordinanza revocanda si sostanzia nella distinzione fra il contratto di opera professionale intercorso tra il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto e l’Architetto P., la cui validità si dice coperta dal giudicato interno formatosi ai sensi dell’art. 329, comma 2, c.p.c., e la delibera municipale contenente la clausola di condizionamento del compenso del professionista all’approvazione del finanziamento, la cui nullità non poteva dichiarata (come invece erroneamente fatto dalla Corte d’appello), in quanto, secondo quanto si afferma costantemente in giurisprudenza, la delibera di Giunta di un comune proviene da un organo interno della stessa P.A. ed ha funzione meramente autorizzatoria, sicché, seppur manifesti la volontà della amministrazione di contrarre, non costituisce elemento di un accordo contrattuale fra le parti ex art. 1325 c.c..

Alla stregua dell’orientamento sancito da Cass. Sez. 6, 17/05/2018, n. 12046, il ricorso per revocazione delle pronunce di cassazione con rinvio (quale quella oggetto dell’impugnazione in esame) è ammissibile soltanto se la pronuncia di accoglimento sia fondata su di un vizio processuale dovuto ad un errore di fatto o se il fatto di cui si denuncia l’errore percettivo sia assunto come decisivo nell’enunciazione del principio di diritto, o, nell’economia della sentenza, sia stato determinante per condurre all’annullamento per vizio di motivazione. Il ricorso per revocazione delle pronunce di cassazione con rinvio e’, invece, inammissibile se l’errore revocatorio enunciato abbia portato all’omesso esame di eccezioni, questioni o tesi difensive che possano costituire oggetto di una nuova, libera ed autonoma valutazione da parte del giudice del rinvio.

Nella specie, in conseguenza dell’ordinanza revocanda, resta appunto rimesso al giudice del rinvio di operare il coordinamento tra il ravvisato giudicato in ordine alla validità del contratto inter partes e gli effetti che su tale contratto poteva svolgere la deliberazione di giunta, ove si fissavano limiti e condizioni per l’impegno contrattuale dell’ente.

Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile e, in ragione della soccombenza, il ricorrente va condannato a rimborsare al controricorrente le spese del giudizio di revocazione, liquidate in dispositivo.

Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione dichiarata inammissibile.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare le spese sostenute nel giudizio di revocazione dal controricorrente, che liquida in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 26 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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