Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39339 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. II, 10/12/2021, (ud. 26/10/2021, dep. 10/12/2021), n.39339

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16066-2016 proposto da:

Q.E.I. QUATTROSTELLE ELETTRONICA INFORMATICA S.R.L., rappresentata e

difesa dall’Avvocato MARIO FIANDANASE, per procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

MOLISE DATI-SOCIETA’ INFORMATICA MOLISANA S.P.A., rappresentata e

difesa dall’Avvocato NICOLA CORBO, e dall’Avvocato STEFANO SCARANO,

per procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

nonché

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, e REGIONE MOLISE,

rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 285/2015 della CORTE D’APPELLO DI CAMPOBASSO,

depositata il 23/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/10/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto

Procuratore Generale della Repubblica Dott. DE RENZIS LUISA, la

quale ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.1. Il tribunale di Campobasso, con sentenza del 2/1/2014, pronunciando sulle domande proposte dalla Q.E.I. Quattrostelle Elettronica Informatica s.r.l. nei confronti della Molise Dati-Società Informatica s.p.a., con l’intervento in giudizio della Regione Molise e del Ministero dell’Economia e delle Finanze quali terzi chiamati in causa dalla società convenuta, ha dichiarato la risoluzione del contratto d’appalto stipulato il 29/12/2005 tra la stessa Q.E.I. e la Molise Dati ed ha, per quanto ancora rileva, condannato quest’ultima al risarcimento dei danni in favore della società attrice, liquidandoli nella somma complessiva di Euro 1.020.000,00.

1.2. La Q.E.I. Quattrostelle Elettronica Informatica s.r.l. ha proposto appello chiedendo, oltre alla conferma della risoluzione del contratto d’appalto, la condanna della Molise Dati, in solido con la Regione e il Ministero, al pagamento delle seguenti somme: Euro 2.938.000,00 (Euro. 113.000,00 x 26 mensilità), oltre IVA, per la mancata corresponsione dei canoni mensili contrattualmente previsti con decorrenza dal mese di settembre del 2009 fino alla data di risoluzione del contratto, avvenuta con la notifica dell’atto di citazione nel mese di ottobre del 2011; Euro 11.199,60, per il servizio di Contact Center relativo al mese di aprile 2011, quale residuo della fattura n. (OMISSIS), parzialmente corrisposta a seguito di pignoramento presso terzi; Euro 3.420.000,00, oltre IVA, per spese di approntamento dell’infrastruttura necessaria per la realizzazione del progetto ed improduttivamente sopportate dalla società attrice; Euro 4.282.280,00, per mancato utile che doveva essere generato dalla Performance Fee o la diversa somma da valutarsi in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c.; Euro 1.374.000,00, per perdita di chance o la diversa somma da valutarsi in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c.; il danno ex art. 1224 c.c., comma 2, da valutarsi in via equitativa a norma dell’art. 1226 c.c.; Euro 148.474,41, per danno per interessi passivi, calcolati nella misura dell’effettivo addebito alla società attrice o, in subordine, nella misura valutata in via equitativa ex art. 1226 c.c.; il tutto oltre rivalutazione monetaria e interessi moratori ex D.Lgs. n. 231 del 2002 o, in subordine, legali.

1.3. La Molise Dati, la Regione Molise e il Ministero hanno resistito al gravame. La Molise Dati ha proposto anche appello incidentale chiedendo di respingere, integralmente o nella misura ritenuta di giustizia, tutte le pretese avanzate dalla Q.E.I. nei suoi confronti.

1.4. La corte d’appello, con la sentenza in epigrafe, ha solo in parte accolto l’appello della Q.E.I. Quattrostelle Elettronica Informatica s.r.l., condannando la Regione Molise, in solido con la Molise Dati, al pagamento, in favore della società appellante, di tutte le somme liquidate nella sentenza del tribunale, ma rigettandolo per il resto.

1.5.1. La corte, in particolare, per ciò che riguarda le domanda di pagamento dei canoni maturati (“per l’utilizzo delle macchine validatrici”) alla data di risoluzione del contratto e del compenso spettante per l’attività di Contact Center svolta nel mese di aprile del 2011, ha, sul punto, ritenuto, innanzitutto, che la proposizione della domanda di risoluzione preclude al debitore l’adempimento della prestazione e comporta, in caso di scioglimento del contratto, solo obblighi di restituzione e di risarcimento del danno eventualmente sofferto dalla controparte, e che, a tal ultimo proposito, il tribunale, “lungi dall’omettere la decisione” (come adombra l’appellante) ovvero “a denegare la sussistenza dei mancati pagamenti riportati da fatture”, aveva, in realtà, provveduto a quantificare, “in via equitativa”, la somma dovuta alla società attrice “a titolo risarcitorio” tenendo “ragionevolmente” conto dei “canoni mensili” maturati così come determinati nell’accordo raggiunto dalle parti in data 28 febbraio 2011″, posto che “in quella sede le parti avevano in qualche modo novato la quantificazione degli importi dovuti per i canoni del contratto principale quantificandoli complessivamente in Euro 600.000 oltre IVA a tutto il mese di marzo 2011, e in Euro 300.000, comprensiva, fra l’altro, anche delle attività svolte… per il periodo successivo all’accordo e fino alla data della proposizione della domanda di risoluzione, cioè fino all’ottobre 2011”, tant’e’ che ha esplicitamente riconosciuto che tali attività di Contact Center in parte non erano state retribuite. In effetti, ha osservato la corte, “l’attività in considerazione”, e cioè quella di Contact Center, era stata “valutata dalle parti, nel momento in cui ne era stato quantificato il pagamento, in maniera omnicomprensiva”. Il tribunale, dunque, ha osservato la corte, lì dove ha liquidato equitativamente, “a titolo risarcitorio”, la somma di Euro 300.000, ha anche considerato “la residua attività di Contact center non retribuita”, non potendosi escludere che la dizione “fino ad aprile” voglia riferirsi appunto al limite costituito dalla data della fattura.

1.5.2. Ne’ è fondato, ha aggiunto la corte, il rilievo con il quale l’appellante ha affermato che, contrariamente a quanto ritenuto dal tribunale, la nota con cui la stessa, in data 27/7/2010, aveva rinunciato ai canoni maturati fino al mese di giugno del 2010, stante il mancato rispetto degli accordi raggiunti, era venuta meno, con il conseguente diritto ai canoni maturati dal mese di settembre del 2009 al mese di ottobre del 2011 e regolarmente fatturati. Ed infatti, ha osservato la corte, per quanto la rinuncia al pagamento dei canoni non era stata espressamente formulata, l’accordo con la società attrice prevede con chiarezza l’impegno delle parti ad accettare la somma di Euro 600.000,00 senza che, sul punto, la stessa abbia formulato, nell’accordo stesso, alcuna riserva: la Q.E.I., in sostanza, ha proseguito la corte, “ha consentito ad una diminuzione del quantum pattuito, almeno per quanto dovutole fino al marzo 2011” mentre, per il periodo successivo, il tribunale ha accresciuto tale somma di Euro 120.000: e tale decisione, ha osservato la corte, dev’essere confermata sul rilievo che “e’ pacifica la mancata realizzazione dell’appalto, sia pure per cause non imputabili alla QEI”, non potendosi riconoscere il canone pattuito “solo in base al trascorrere del tempo, ma in relazione all’oggettivo valore del servizio di cui all’appalto, essendo rimasto in qualche modo monco l’appalto stesso”.

1.5.3. E neppure può affermarsi, ha aggiunto la corte, che le somme accreditate dalla Regione a favore della Molise Dati, pari ad Euro 600.00, oltre IVA, per un totale di Euro 720.000, al fine di consentire il successivo pagamento dei canoni alla Q.E.I., costituiscano, come pretende l’appellante, un mero acconto sulle prestazioni già rese sul rilievo che, tra luglio 2010 e marzo 2011, i canoni dovuti ammontano, in realtà, ad Euro 904,000, oltre IVA: in effetti, ha osservato la corte, la Delib. con la quale il Direttore Generale della Sanità, in data 7/3/2011, ha indicato proprio nella somma di Euro 720.000 (Euro. 600.000 oltre IVA, per un totale di Euro 720.000) il relativo impegno di spesa, conferma, anziché smentirla, la decisione del tribunale “in quanto per il 2011 il pagamento del canone nella sua interezza sarebbe stato molto superiore alle 720.000 Euro ivi previste, stante l’elevato ammontare del canone”.

1.6. La corte, quindi, ha provveduto ad esaminare le censure con le quali l’appellante aveva lamentato che il tribunale, pur avendo riconosciuto che la stessa aveva adempiuto alle proprie obbligazioni contrattuali, eseguendo i suoi servizi fino al mese di ottobre del 2011, avrebbe, tra l’altro: – erroneamente rigettato la domanda di pagamento della somma di Euro 3.420.000,00, oltre IVA, quale rimborso delle spese di approntamento dell’infrastruttura necessaria per la realizzazione del progetto ed improduttivamente sopportate dalla stessa attrice; – erroneamente compreso il mancato utile che doveva essere generato dalla Performance Fee, pari ad Euro 4.283.280,00, nella somma di Euro 300.000,00 già riconosciuta a titolo di risarcimento; – erroneamente rigettato la domanda relativa alla perdita di chance e quelle al risarcimento del danno ex art. 1224 c.c., comma 2, e per interessi passivi.

1.7. La corte, al riguardo, ha ritenuto che la società appellante, intanto, “non considera, sul piano fattuale, di avere già ricevuto compensi per l’investimento delle apparecchiature, regolarmente remunerate”, ed, inoltre, che la stessa richiede la remunerazione come se l’obbligazione sorta a seguito dell’appalto avesse ad oggetto una prestazione periodica da parte sua laddove, sul piano giuridico, il contratto ha dato luogo ad una mera obbligazione di risultato, affermando, pertanto, che, a causa del “mancato conseguimento dell’obbiettivo contrattuale”, e cioè la realizzazione del progetto, “tutti i compensi che… l’appellante richiede, per quanto previsti dal contratto, non possono essere erogati”, per cui, anche considerando la “remunerazione già parzialmente ricevuta” dalla stessa, “l’istanza del risarcimento del danno, avanzata dall’appellante, non può essere valutata che nel modo reso dal tribunale”: “il corrispettivo contrattuale, insomma, sarebbe derivato dall’esecuzione dell’opera, che invece non è stata compiuta, anche se la colpa del mancato compimento, con la conseguenza della risoluzione del contratto, non è dell’appaltatore”.

1.8. La corte, poi, per ciò che riguarda “l’utile da performance”, ha evidenziato che il contratto prevedeva un compenso fisso, e cioè il canone, ed un mobile, pari ad una percentuale sul risparmio che sarebbe stato realizzato dalla Regione in esecuzione del progetto, e che, in realtà, l’effettiva possibilità che il progetto realizzasse tale scopo poteva essere solo verificata sul campo, “né di esso è possibile dare prova concreta”.

1.9. La corte, inoltre, relativamente alla “perdita di chance”, ha ritenuto che “la motivazione dell’appello manca proprio di quella concretezza richiesta dalla giurisprudenza di legittimità ai fini della possibilità di liquidazione del danno richiesto, atteso che l’appellante dà per scontato sia l’esito positivo dell’esperimento, sia la valutazione di eventuali ipotetiche frodi possibili senza l’applicazione del progetto, sia la riferibilità dell’accumulo di interessi passivi proprio alla mancata realizzazione del progetto in discorso, piuttosto che ad altre iniziative imprenditoriali realizzate dall’appellante”. D’altra parte, ha aggiunto la corte, la valutazione equitativa del danno è possibile, come argomentato dal tribunale, “solo in costanza di un principio di prova”.

1.10. Per ciò che riguarda, infine, la domanda di rivalutazione monetaria e gli interessi passivi, la corte ha osservato che, a fronte del mancato raggiungimento del risultato previsto dal contratto, il tribunale aveva correttamente liquidato il danno “in maniera complessiva e all’attualità”.

1.11. La corte, per il resto, ha rigettato l’appello incidentale della Molise Dati, ritenendo che il suo inadempimento alle obbligazioni contrattuali assunte giustificasse la condanna della stessa al risarcimento del danno, e, dopo aver escluso al riguardo la responsabilità del Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha affermato, invece, quella della Regione Molise, che ha, quindi, condannato, in solido con la Molise Dati, al pagamento, in favore della società appellante, di tutte le somme liquidate nella sentenza del tribunale.

2.1. La Q.E.I. Quattrostelle Elettronica Informatica s.r.l., con ricorso notificato il 21/6/2016, ha chiesto, per tre motivi, la cassazione della sentenza della corte d’appello, dichiaratamente non notificata.

2.2. La Molise Dati-Società Informatica s.p.a. ha resistito con controricorso notificato in data 17/8/2016.

Lo stesso hanno fatto, con controricorso notificato il 22/7/2016, la Regione Molise e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, i quali, tra l’altro, hanno eccepito la nullità della notifica del ricorso in quanto eseguita presso l’Avvocatura Distrettuale dello Stato.

2.3. Il Pubblico Ministero, con le conclusioni scritte depositate il 5/10/2021, ha chiesto il rigetto del ricorso.

2.4. Tutte le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

3. L’eccezione di nullità della notifica del ricorso è infondata. In tema di ricorso per cassazione proposto nei confronti della P.A., infatti, la nullità della notificazione eseguita presso l’Avvocatura distrettuale anziché presso l’Avvocatura generale dello Stato resta sanata, con effetto ex tunc, dalla costituzione in giudizio, anche dopo il decorso del termine dell’art. 370 c.p.c., dell’Amministrazione medesima rappresentata dall’Avvocatura generale (Cass. n. 9411 del 2011).

4.1. Con il primo motivo, la ricorrente, lamentando la violazione dell’art. 2909 c.c. e art. 342 c.p.c., la violazione o la falsa applicazione dell’art. 1655 c.c. e art. 1665 c.c., u.c., e la violazione degli artt. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., comma 1 costituenti attuazione del principio costituzionale di cui all’art. 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto che “tutti i compensi che… l’appellante richiede, per quanto previsti dal contratto, non possono essere erogati in conseguenza del mancato raggiungimento dell’obiettivo contrattuale” e che, pertanto, la domanda di risarcimento del danno, proposta dalla stessa, non poteva che essere valutata se non “nel modo reso dal Tribunale”.

4.2. Così facendo, tuttavia, ha osservato la ricorrente, la corte d’appello ha omesso di considerare che il tribunale, con statuizione sulla quale si era formato il giudicato interno in difetto di impugnazione del relativo capo della sentenza, aveva accertato e dichiarato che la società appaltatrice aveva adempiuto a tutte le obbligazioni rivenienti a suo carico dal contratto d’appalto, compresa l’esecuzione dei servizi ivi dedotti fino all’introduzione, nel mese di ottobre del 2011, della domanda di risoluzione.

4.3. La corte d’appello, infatti, ha ritenuto, così rivisitando in senso difforme l’accertamento operato dal tribunale, che la società appellante, in conseguenza del mancato conseguimento dell’obiettivo contrattuale e della qualificazione della sua obbligazione come di risultato, non avesse il diritto di percepire il pagamento dei corrispettivi per l’esecuzione delle prestazioni contrattualmente previste, ignorando completamente il giudicato che, al contrario, si era formato in ordine all’avvenuto accertamento da parte del tribunale dell’adempimento da parte della società istante delle proprie obbligazioni, “il che non può che significare che aveva realizzato l’oggetto del contratto di appalto”, e cioè “l’approntamento e l’installazione dell’infrastruttura tecnologica necessaria all’attuazione del Progetto MEF, nonché la gestione e la conduzione del sistema, incluso il roll-out delle Validatrici (dietro la corresponsione del canone mensile di Euro 113.000,00)”, rese dal mese di settembre del 2009 fino al mese di ottobre del 2011, e il servizio di Contact Center, relativo al mese di aprile del 2011, esclusa l’attivazione del progetto, che non poteva essere posto a suo carico.

4.4. La corte, pertanto, a fronte del giudicato interno formatosi sull’accertamento operato dal tribunale e del conseguente effetto preclusivo, avrebbe dovuto accogliere il gravame proposto dalla società appellante e, quindi, condannare i convenuti al pagamento dei canoni maturati, pari, come indicato nei punti 1 e 2 delle conclusioni precisate in primo grado e in appello, ad Euro 2.938.000,00 (Euro. 133.000,00 x 26 mensilità), oltre IVA, e ad Euro 11.199,60, per il servizio di Contact Center relativo al mese di aprile 2011 quale residuo della fattura n. (OMISSIS).

4.5. D’altra parte, ha aggiunto la ricorrente, la corte

d’appello, con una motivazione di pura adesione, non ha espresso, nemmeno in modo sintetico, in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., comma 1 costituenti attuazione del principio costituzionale di cui all’art. 111 Cost., le ragioni della conferma della sentenza del tribunale in relazione ai motivi d’impugnazione proposti, specie se si considera che essa, pur confermando la relativa pronuncia, al fine di rigettare i motivi d’impugnazione, ha mostrato di non aver valutato criticamente la pronuncia impugnata e le relative censure, attinenti, in realtà, all’omessa pronuncia sulla richiesta di pagamento dei canoni fondata sull’accertato adempimento da parte della società appaltatrice di tutte le obbligazioni a suo carico, e non, come invece affermato in sentenza, all’ulteriore richiesta di refusione dei danni subiti in conseguenza dell’inadempimento.

4.6. Peraltro, ha aggiunto la ricorrente, a conferma della censura espressa nell’atto d’appello, lì dove si era affermato che la somma di Euro 600.000,00, oltre IVA, per un totale di Euro 720.000,00, versata dalla Regione alla Molise Dati, era solo un acconto sulle prestazioni rese fino al 1 marzo 2011 e copriva solo una parte dei canoni scaduti e non quanto maturato dall’appaltatrice fino al mese di marzo del 2011, lo stesso tribunale, nell’ordinanza resa ai sensi dell’art. 186 bis e 186 ter c.p.c. nel corso del giudizio, pur rigettando la domanda, aveva testualmente affermato che l’importo di Euro 600.000,00 non poteva che riferirsi a crediti già maturati alla data del 28/2/2011, e cioè a prestazioni già eseguite dalla stessa, e non a crediti ulteriori e diversi rispetto ai compensi previsti dal contratto d’appalto, come si desume dal tenore dell’accordo, che in modo inequivocabile fa espresso riferimento ai compensi contrattuali ed in particolare ai canoni relativi ai mesi pregressi.

4.7. Non possono, dunque, esservi dubbi, ha concluso la ricorrente, in ordine alla debenza di tutti i canoni di gestione, maturati tra settembre 2009 e ottobre 2011, che la società appellante aveva richiesto.

5. Con il secondo motivo, la ricorrente, lamentando la violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha omesso di pronunciarsi sulle domande della società appellante, così come precisate nell’atto d’appello, e, precisamente, sulla domanda con la quale la stessa, in riforma della sentenza del tribunale, aveva chiesto che gli appellati fossero condannati, in solido, al pagamento della somma di Euro 3.420.000,00, oltre IVA, per “spese di approntamento dell’infrastruttura necessaria per la realizzazione del Progetto MEF ed improduttivamente sopportate” dalla appaltatrice, nonché sulla “domanda di pagamento degli interessi moratori” previsti dal D.Lgs. n. 231 del 2002 o, in subordine, legali, in ordine alla quale, peraltro, già il tribunale aveva omesso di pronunciarsi, tanto che l’appellante, in riforma della sentenza di primo grado, aveva reiterato la richiesta di riconoscimento degli interessi moratori, che non potevano essere, quindi, negati “quanto meno a decorrere dalla sentenza fino al soddisfo”.

6.1. Con il terzo motivo, la ricorrente, lamentando la violazione o la falsa applicazione degli artt. 1226,2056 c.c. e art. 1224 c.c., comma 2, e dell’art. 115 c.p.c., la violazione o la falsa applicazione del D.Lgs. n. 163 del 2006, art. 2, comma 1, in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE, la violazione della norma dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. (118) disp. att. c.p.c., comma 1 costituenti attuazione del principio costituzionale di cui all’art. 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha rigettato le domande che la società appaltatrice aveva formulato ai punti n. 4, 5, 6 e 7 delle precisate conclusioni – vale a dire le domande aventi ad oggetto il pagamento, rispettivamente, di Euro 4.283.280,00 per mancato utile che doveva essere generato dalla Performance Fee (incluso nell’omnicomprensivo risarcimento di Euro 300.000,00), di Euro 1.374.000,00 per perdita di chance in relazione all’estensione del progetto su scala nazionale, del maggior danno previsto dall’art. 1224 c.c., comma 2, ed, infine, del danno per gli interessi passivi corrisposti alle banche rispetto alle quali la società appellante aveva non solo indicato i relativi importi, con il dettaglio di conteggi supportati dai documenti prodotti in giudizio, ma aveva anche richiesto, in via alternativa e/o subordinata, la condanna al pagamento della diversa somma “che sarà valutata in via equitativa ex art. 1226 c.c.” per l’ipotesi in cui si fosse ritenuto che il danno subito, dimostrato nella sua esistenza, non era stato provato nel suo preciso ammontare.

6.2. La corte d’appello, invece, ha osservato la ricorrente, ha rigettato sia la domanda relativa all’utile da Performance Fee, che quella concernente la perdita chance ed il risarcimento dei danni per gli interessi passivi addebitati dalle banche, fornendo, tuttavia, una motivazione che, adottata in termini di mera adesione alla sentenza di primo grado ed alla difesa degli appellati ma senza dimostrare che a tale adesione sia pervenuta attraverso l’esame delle censure formulate nell’atto d’appello e la valutazione d’infondatezza delle stesse e, quindi, in definitiva, risulta, in definitiva, assolutamente carente.

6.3. Se, al contrario, avesse esaminato, con la dovuta diligenza, i motivi di gravame proposti e i documenti prodotti a loro sostegno, la corte d’appello, ha concluso la ricorrente, avrebbe dovuto riconoscere che, al fine di accogliere le domande di pagamento proposte, sussisteva ben altro che un principio di prova.

7.1. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati.

7.2. La sentenza impugnata, intanto, si è senz’altro attenuta ai principi stabiliti dall’art. 1453 c.c., secondo i quali: a) innanzitutto, la proposizione della domanda di risoluzione produce l’effetto di precludere al debitore di adempiere alla sua obbligazione (art. 1453 c.c., comma 3), sia nel senso che, una volta proposta la domanda di risoluzione, e fino a che non intervenga il giudicato, l’attore non può più chiedere l’adempimento delle prestazioni che il contratto poneva a carico del convenuto, sia nel senso che, a sua volta, il convenuto non può più adempiere tali obbligazioni (Cass. n. 5050 del 1986; Cass. n. 6121 del 1993; Cass. n. 10632 del 1996; Cass. n. 15125 del 2000); b) in secondo luogo, la risoluzione del contratto determina, tra l’altro, l’obbligo della parte inadempiente di risarcire il danno sofferto dall’altra (art. 1453 c.c., comma 1): a seguito della risoluzione del contratto, in particolare, la parte che ha subito l’inadempimento ha il diritto di ottenere dalla parte inadempiente, in sostituzione della prestazione contrattuale dovuta ma non eseguita da quest’ultima (Cass. n. 3940 del 2016; Cass. n. 6651 del 2003; Cass. n. 9043 del 1992), il risarcimento del danno conseguente alla lesione dell’interesse contrattuale positivo (o interesse all’adempimento), che corrisponde al ricavo netto che il contraente adempiente avrebbe conseguito se le obbligazioni dell’altra parte fossero state adempiute (cfr., in materia di locazione, Cass. n. 676 del 1980; Cass. n. 18510 del 2007; Cass. n. 2865 del 2015; Cass. n. 8482 del 2020). In effetti, “… l’art. 1453 c.c., facendo salvo, in ogni caso, il diritto della parte adempiente, che chiede la risoluzione del contratto per inadempimento della controparte, al risarcimento dei danni, ricomprende, tra i danni risarcibili, anche il mancato guadagno, se e in quanto esso costituisca conseguenza immediata e diretta, ex art. 1223 c.c., dell’evento risolutivo. Tale pregiudizio si può individuare nell’incremento patrimoniale netto che la parte non inadempiente avrebbe conseguito mediante la realizzazione del contratto e che non ha potuto conseguire per la inadempienza dell’altra parte” (Cass. n. 2865 del 2015, in motiv.; Cass. n. 8482 del 2020). La verifica dell’esistenza e dell’effettivo ammontare di tale danno costituisce, peraltro, indagine riservata al giudice di merito, da farsi caso per caso alla luce delle relative circostanze concrete, non sindacabile in sede di legittimità se non sotto il profilo del vizio di motivazione, così come previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. Cass. n. 2865 del 2015, in motiv.; Cass. n. 8482 del 2020), vale a dire per omesso esame di fatti decisivi emergenti dagli atti del giudizio ovvero per difetto o apparenza o contraddittorietà della motivazione resa.

7.3. Nel caso in esame, la corte d’appello, in perfetta coerenza con tali principi, ha, in sostanza, ritenuto: innanzitutto, che la proposizione della domanda di risoluzione del contratto d’appalto aveva precluso al debitore (e cioè alla Molise Dati) l’adempimento delle prestazioni dalla stessa dovute ed ha comportato, a fronte dello scioglimento del contratto provocato dalla risoluzione, solo l’obbligo del debitore inadempiente di risarcire il danno conseguentemente sofferto dalla società appaltatrice; – in secondo luogo, con statuizione in fatto rimasta del tutto incensurata, che il tribunale (“lungi dall’omettere la decisione” ovvero “a denegare la sussistenza dei mancati pagamenti riportati da fatture”) avesse condivisibilmente provveduto a quantificare la somma dovuta alla società attrice “a titolo risarcitorio”, “in via equitativa”, tenendo “ragionevolmente” conto (oltre che della “remunerazione già parzialmente ricevuta” e del “mancato conseguimento dell’obbiettivo contrattuale”, per la mancata realizzazione del progetto, per cui “tutti i compensi che… l’appellante richiede, per quanto previsti dal contratto, non possono essere erogati”) dei “canoni mensili” così come determinati nell’accordo raggiunto dalle parti in data 28 febbraio 2011″, posto che “in quella sede le parti avevano in qualche modo novato la quantificazione degli importi dovuti per i canoni del contratto principale quantificandoli complessivamente in Euro 600.000 oltre IVA a tutto il mese di marzo 2011, e in Euro 300.000, comprensiva, fra l’altro, anche delle attività svolte… per il periodo successivo all’accordo e fino alla data della proposizione della domanda di risoluzione, cioè fino all’ottobre 2011”, vale a dire l’attività di Contact Center svolta “fino ad aprile”, oltre che, come ammesso dalla stessa ricorrente (v. il ricorso, p. 31), dell’utile che in capo ad essa doveva essere generato dalla Performance Fee (cfr. la sentenza, p. 24).

7.4. La motivazione per relationem della sentenza pronunciata in sede di gravame e’, del resto, legittima tutte le volte in cui il giudice d’appello, facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, abbia, come nel caso in esame, espresso, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto: dovendo, piuttosto, essere cassata la sentenza d’appello allorquando la laconicità della motivazione adottata, formulata in termini di mera adesione, non consenta in alcun modo di ritenere che all’affermazione di condivisione del giudizio di primo grado il giudice di appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame (Cass. n. 20883 del 2019; Cass. n. 28139 del 2018; Cass. n. 14786 del 2016).

7.5. La sentenza impugnata, inoltre, ad onta di quanto ritenuto dalla società ricorrente non è incorsa in alcun vizio di omessa pronuncia. Intanto, la corte d’appello si è senz’altro pronunciata sulla domanda con la quale la società appellante aveva chiesto la condanna degli appellati al pagamento, in solido, della somma di Euro 3.420.000,00, oltre IVA, per spese di approntamento dell’infrastruttura necessaria per la realizzazione del progetto ed improduttivamente sopportate dalla società appaltatrice: lì dove, in particolare, ha ritenuto (a questo fine, non importa se a torto o a ragione) che la società appellante aveva omesso, in fatto, di considerare “di avere già ricevuto compensi per l’investimento delle apparecchiature, regolarmente remunerate”. Lo stesso è a dirsi per ciò che riguarda la domanda di pagamento degli interessi moratori (al tasso previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2002 o, in subordine, al tasso legale). La corte d’appello, invero, ha, sul punto, ritenuto (anche a questo fine non importa se a torto o a ragione) che il tribunale aveva correttamente liquidato il danno “in maniera complessiva e all’attualità”. In effetti, nell’azione risarcitoria del danno da inadempimento di un’obbligazione contrattuale, come quella proposta in caso di risoluzione ai sensi dell’art. 1453 c.c., la parte che agisce in giudizio fa valere una pretesa creditoria avente per oggetto, quale petitum, la prestazione risarcitoria come tale, in tutte le sue componenti (Cass. n. 20943 del 2009; Cass. n. 26374 del 2014), compreso quelle corrispondenti al tardivo conseguimento dell’equivalente monetario (Cass. n. 10263 del 2000; Cass. n. 25775 del 2013), sicché, una volta azionato il credito risarcitorio maturato in conseguenza di un determinato inadempimento, la condanna al relativo risarcimento in favore dell’attore costituisce ex se pronuncia su tutte le voci del relativo danno, senza che la parte, a fronte dell’omessa liquidazione degli interessi moratori, che costituisce solo una forma di liquidazione degli stessi, possa dolersi della violazione dell’art. 112 c.p.c., potendosi al più lamentare degli errori, in fatto o in diritto, in cui il giudice fosse caduto nel provvedere a tale liquidazione. Quanto, invece, alla mancata pronuncia sulla domanda di pagamento degli interessi moratori maturati sulle somme liquidate in sentenza dalla sua pronuncia fino al soddisfo, il motivo (in qualche modo) articolato sul punto (v. il ricorso, p. 30, primo e secondo rigo) difetta della necessaria specificità non avendo la società ricorrente dimostrato, con la riproduzione in ricorso del relativo atto processuale, l’effettiva proposizione di un motivo d’appello con il quale avesse effettivamente lamentato la mancata o errata liquidazione di tali interessi. Ed e’, invece, noto che non è ammissibile, per violazione del criterio della specificità del motivo, il ricorso per cassazione con il quale si lamenti la mancata pronuncia del giudice di appello su uno o più motivi di gravame se essi non siano stati compiutamente riportati in ricorso nella loro integralità (cfr. Cass. n. 17049 del 2015).

7.5. Quanto al resto, la ricorrente, a ben vedere, pur deducendo vizi di violazione di norme di legge sostanziale o processuale, ha finito, in sostanza, per lamentare l’erronea ricognizione dei fatti che, alla luce delle prove raccolte, hanno operato i giudici di merito, lì dove, in particolare, questi, ad onta delle asserite emergenze degli stessi, hanno escluso la risarcibilità dei danni lamentati dalla società appaltatrice per perdita chance, interessi passivi ad essa addebitati e svalutazione monetaria. La valutazione delle prove raccolte, però, anche se si tratta di presunzioni (Cass. n. 2431 del 2004; Cass. n. 12002 del 2017; Cass. n. 1234 del 2019), costituisce un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione se non per il vizio – nel caso in esame neppure invocato come tale – consistito, come stabilito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, nell’avere del tutto omesso, in sede di accertamento della fattispecie concreta, l’esame di uno o più fatti storici, principali o secondari, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbiano costituito oggetto di discussione tra le parti e abbiano carattere decisivo, vale a dire che, se esaminati, avrebbero determinato un esito diverso della controversia. Rimane, d’altra parte, estranea a tale vizio qualsiasi censura volta a criticare il “convincimento” che il giudice si è formato, a norma dell’art. 116 c.p.c., commi 1 e 2, in esito all’esame del materiale probatorio mediante la valutazione della maggiore o minore attendibilità delle fonti di prova. La valutazione degli elementi istruttori costituisce, infatti, un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.). Nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove (salvo che non abbiano natura di prova legale), del resto, il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti: il relativo apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, purché risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati. (Cass. n. 11176 del 2017). In effetti, il compito di questa Corte non è quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata né quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dai giudici di merito (Cass. n. 3267 del 2008), dovendo, invece, solo controllare se costoro abbiano dato effettivamente conto delle ragioni della loro decisione e se la motivazione così fornita sia solo apparente oppure perplessa o contraddittoria (ma non più se sia sufficiente: Cass. SU n. 8053 del 2014) e cioè, in definitiva, se il loro ragionamento probatorio, qual è reso manifesto nella motivazione del provvedimento impugnato, si sia mantenuto, com’e’ accaduto nel caso in esame, nei limiti del ragionevole e del plausibile (Cass. n. 11176 del 2017, in motiv.). La corte d’appello, invero, dopo aver valutato le prove raccolte in giudizio, ha ritenuto, con motivazione non apparente né contraddittoria, che la ricorrente non avesse dimostrato in giudizio la sussistenza dei danni da perdita chance, interessi passivi addebitati dalle banche e svalutazione monetaria che la stessa aveva lamentato. Ed una volta affermato – come la corte d’appello ha ritenuto senza che tale apprezzamento in fatto sia stato utilmente censurato (nell’unico modo possibile, e cioè, a norma dell’art. 360 c.p.c., n. 5) per omesso esame di una o più circostanze decisive risultanti dalla stessa sentenza o dagli atti di causa (e non, semplicemente, delle prove da cui le stesse emergerebbero se, come nella specie, il fatto determinante ai fini della decisione, e cioè la sussistenza o meno del danno lamentato, sia stato comunque preso in considerazione del giudice ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie: Cass. SU n. 8053 del 2014) – che l’attrice aveva dimostrato in giudizio la sussistenza dei predetti danni, non si presta, evidentemente, a censure la decisione che la stessa corte ha conseguentemente assunto, e cioè il rigetto delle domande proposte dall’attrice in quanto volte, appunto, a conseguire il relativo risarcimento. Del resto, l’esercizio del potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli artt. 1226 e 2056 c.c., espressione del più generale potere di cui all’art. 115 c.p.c., dà luogo non già ad un giudizio di equità, ma ad un giudizio di diritto caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva od integrativa, sicché, da un lato è subordinato alla condizione che per la parte interessata risulti obiettivamente impossibile, o particolarmente difficile, provare il danno nel suo ammontare, e, dall’altro, non ricomprende l’accertamento del pregiudizio della cui liquidazione si tratta, presupponendo già assolto (nella specie, invece, come detto, escluso in fatto) l’onere della parte di dimostrare la sussistenza e l’entità materiale del danno lamentato (Cass. n. 4310 del 2018; conf. Cass. n. 16344 del 2020).

8. Il ricorso dev’essere, quindi, respinto.

9. Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate in dispositivo.

10. La Corte dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

PQM

La Corte così provvede: rigetta il ricorso; condanna la ricorrente a rimborsare ai controricorrenti le spese di lite, che liquida, in valore di ciascuno di essi, in Euro 10.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali nella misura del 15%; dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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