Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 39333 del 10/12/2021

Cassazione civile sez. II, 10/12/2021, (ud. 13/04/2021, dep. 10/12/2021), n.39333

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORILIA Lorenzo – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 23788/2016 R.G. proposto da

G.R.I., B.I.M., e

W.M.E., rappresentate e difese dall’Avv. Pasquale Andrizzi, e

dall’Avv. Francesco Maccarone, con domicilio eletto in Roma, via

Tarvisio n. 1, presso lo studio dell’Avv. Francesco Barbieri;

– ricorrenti –

contro

AVV. GA.BR., e MI.MI., rappresentati e difesi dal

primo e dall’Avv. Mi.Mi., con domicilio eletto in Roma,

viale Flaminia n. 213, presso lo studio dell’Avv. Raffaele Bava;

– controricorrenti –

avverso la ordinanza del Tribunale di Vibo Valentia n. 1439

depositata il 19 marzo 2016 e non notificata;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 13 aprile

2021 dal Consigliere Dott. Milena Falaschi.

 

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

Ritenuto che:

– il Tribunale di Vibo Valentia rigettava l’opposizione proposta da G.R.I., B.I.M. e W.M.E. avverso il decreto ingiuntivo n. 510 del 21.12.2013 emesso dal medesimo ufficio e notificato in data 14.02.2014, con cui erano state condannate al pagamento della complessiva somma di Euro 31.317,00 in favore degli Avv. Ga.Br. e Mi.Mi. per competenze professionali svolte nell’interesse delle ingiunte nell’ambito di procedimento penale nel quale erano imputate, confermava il decreto ingiuntivo opposto, ritenendo previamente la tempestività dell’opposizione, e nel merito la genericità delle deduzioni quanto alla illiquidità del credito preteso, stante il parere reso dal consiglio dell’ordine, e la infondatezza dell’eccezione di prescrizione, interrotta dalla diffida del 30.09.2010;

– per la cassazione dell’ordinanza del Tribunale di Vibo Valentia ricorrono G., B. e W. sulla base di quattro motivi;

– resistono con controricorso gli intimati Ga. e Mi.;

– in prossimità dell’adunanza camerale entrambe le parti hanno depositato memorie illustrative.

Atteso che:

– preliminarmente va esaminata l’eccezione di inammissibilità del ricorso dedotta dai controricorrenti con riferimento al mezzo di impugnazione: ad avviso dei due professionisti vertendo la controversia sull’an debeatur e non già sulla semplice misura dei compensi professioni, non troverebbe applicazione nella specie il procedimento speciale di cui alla L. n. 794 del 1942, art. 28 come novellato dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14 con la conseguenza che il provvedimento di definizione del procedimento sarebbe stato suscettibile di appello e non già di ricorso straordinario in cassazione.

La deduzione appare ancorata alla lettura di un precedente di questa Corte (Cass. n. 19873/2015) che a detta dei controricorrenti riproporrebbe la necessità di dover distinguere tra decisione limitata al quantum dei compensi dovuti e decisione invece estesa anche all’an del diritto al compenso.

Trattasi però di orientamento, che sebbene sostenuto in passato, risulta ormai superato per effetto dei principi affermati dalle Sezioni Unite (Cass. S.U. n. 4485/2018), che oltre ad affermare l’obbligatorietà del procedimento di cui all’art. 14 citato, anche nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo, essendo esclusa la possibilità di introdurre l’azione sia con il rito ordinario di cognizione sia con quello del procedimento sommario ordinario codicistico disciplinato esclusivamente dagli artt. 702 bis c.p.c. e ss., hanno altresì affermato che, anche quando il cliente sollevi contestazioni relative all’esistenza del rapporto o, in genere, all'”an debeatur”, risulta applicabile la previsione di cui all’art. 14, con la conseguente inappellabilità della decisione, posto che soltanto qualora il convenuto ampli l’oggetto del giudizio con la proposizione di una domanda (riconvenzionale, di compensazione o di accertamento pregiudiziale) non esorbitante dalla competenza del giudice adito ai sensi dell’art. 14 D.Lgs. cit., la trattazione di quest’ultima dovrà avvenire, ove si presti ad un’istruttoria sommaria, con il rito sommario (congiuntamente a quella proposta ex art. 14 dal professionista) e, in caso contrario, con il rito ordinario a cognizione piena (ed eventualmente con un rito speciale a cognizione piena), previa separazione delle domande.

Ne consegue che, attesa l’applicabilità alla fattispecie, in ragione della data di introduzione della domanda, della novella di cui al D.Lgs. n. 150 del 2011, ed in assenza della proposizione di una domanda riconvenzionale, correttamente l’ordinanza emessa dal Tribunale è stata oggetto di ricorso per cassazione, essendo esclusa per legge la sua appellabilità.

Deve pertanto essere ribadito il principio secondo cui (Cass. n. 26347/2019) anche in seguito all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14 al fine di stabilire il regime di impugnazione del provvedimento con cui si liquidano gli onorari e le altre spettanze dovuti dal cliente al proprio difensore per prestazioni giudiziali, assume rilevanza la forma adottata dal giudice in base alla qualificazione che egli abbia dato, implicitamente o esplicitamente, all’azione esercitata in giudizio (conf. Cass. n. 24515/2018; Cass. n. 4904/2018);

passando all’esame del merito, con il primo motivo le ricorrenti lamentano la violazione e la falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. n. 150 del 2011, artt. 3, 4 e 14, artt. 50 bis e 702-ter s.p.c., L. n. 69 del 2009, art. 54, comma 4 lett. b), n. 2 per essere stata la causa trattata dal giudice designato e dal giudice istruttore e non dal tribunale in composizione collegiale, per non avere il Presidente del Collegio provveduto alla previa designazione del giudice relatore, effettuata la trattazione dal giudice monocratico.

La censura è priva di pregio.

Premesso che la decisione risulta correttamente assunta dal tribunale in composizione collegiale, conformemente al disposto dell’art. 14, comma 2, del decreto sulla semplificazione dei riti, è innegabile che il tribunale avrebbe dovuto con ordinanza far luogo, ai sensi del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 4, comma 1, al mutamento del rito, siccome l’opposizione all’ingiunzione non era stata proposta ai sensi del combinato disposto degli artt. 702 bis c.p.c. e ss. e del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 14.

E tuttavia questa Corte spiega che l’omesso mutamento del rito (da quello speciale del lavoro a quello ordinario e viceversa) non determina “ipso iure” l’inesistenza o la nullità della sentenza, ma assume rilevanza invalidante soltanto se la parte che se ne dolga in sede di impugnazione, indichi lo specifico pregiudizio processuale concretamente derivatole dalla mancata adozione del rito diverso, quali una precisa e apprezzabile lesione del diritto di difesa, del contraddittorio e, in generale, delle prerogative processuali protette della parte (cfr. Cass. 27 gennaio 2015 n. 1448; Cass. 18 luglio 2008 n. 19942).

Su tale scorta si rimarca che le ricorrenti non hanno propriamente prefigurato e dato conto della puntuale ed apprezzabile lesione del diritto di difesa, del contraddittorio e delle loro prerogative processuali scaturita dal rito ordinario concretamente seguito e quindi dall’inosservanza in prime cure del disposto del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 4, comma 1.

Con la conseguenza che non può farsi derivare l’improcedibilità dell’opposizione dal mancato mutamento del rito da parte del primo giudice;

– con il secondo motivo le ricorrenti denunciano la violazione e la falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, degli artt. 1218, 1453, 1460 e 2697 c.c. e dell’art. 115 c.p.c. per avere gravato le stesse di un onere probatorio non previsto dalla legge, spettando ai creditori opposti-attori in senso sostanziale l’onere di dimostrare l’esistenza del rapporto e di allegare l’inadempimento delle opponenti, pretese debitrici-convenute in senso sostanziale. Ad avviso delle ricorrenti il giudice di merito si sarebbe, invece, limitato a stature una generica contestazione del rapporto professionale da parte delle ricorrenti, senza tenere conto che le pretese debitrici nell’atto di opposizione per paralizzare la pretesa avevano allegato l’inadempimento, ovvero l’inesatto inadempimento, contestando l’attività professionale degli stessi.

La censura non può trovare accoglimento.

Va, infatti, rammentato che, in tema di liquidazione del compenso per l’esercizio della professione forense, è il cliente che deve fornire la prova che l’avvocato abbia svolto l’attività difensionale affidatagli con imperizia o comunque con impegno inferiore alla comune diligenza, altrimenti le singole voci ben possono essere liquidate al di sopra del minimo tariffario. Solo se chieda compensi al di sopra del massimo previsti, il professionista deve fornire, a norma dell’art. 2697 c.c., la prova degli elementi costitutivi del diritto fatto valere, cioè delle circostanze che nel caso concreto giustifichino detto maggiore compenso, restando in difetto applicabile la tariffa nell’ambito dei parametri previsti (Cass. 22 ottobre 2007 n. 22087; Cass. 12 maggio 2015 n. 9237).

Ebbene posto che il professionista, nella prestazione dell’attività professionale, sia questa configurabile come adempimento di un’obbligazione di risultato o di mezzi, è obbligato, a norma dell’art. 1176 c.c., ad usare la diligenza del buon padre di famiglia; la violazione di tale dovere comporta inadempimento contrattuale, del quale il medesimo è chiamato a rispondere anche per la colpa lieve (salvo che nel caso in cui, a norma dell’art. 2236 c.c., la prestazione dedotta in contratto implichi la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà), e, in applicazione del principio di cui all’art. 1460 c.c., la perdita del diritto al compenso (v. Cass. n. 5928 del 2002 e Cass. n. 499 del 2001), nel caso di specie le ricorrenti non aveva dimostrato quanto da loro prospettato, essendosi limitate a generiche doglianze di inesatto adempimento senza indicare in cosa sarebbe consistita la non adeguata difesa e in che modo aveva inciso sulle sorti del giudizio in cui erano imputate.

Su tali punti perciò l’ordinanza impugnata risulta motivata in modo adeguato, oltre che giuridicamente corretto;

– con il terzo motivo le ricorrenti lamentano la violazione e la falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, degli artt. 2233 e 2697 c.c., nonché degli artt. 115, 633 e 636 c.p.c. per non avere il giudice di merito osservato la gerarchia di carattere preferenziale delle fonti nel quantificare gli onorari dei professionisti, non potendo farsi ricorso alla determinazione del giudice quando manchi un accordo fra le parti, ma alle tariffe, sentito il parere dell’associazione professionale cui il professionista appartiene.

Anche siffatta censura non può trovare ingresso.

Il Tribunale ha liquidato il compenso tenendo conto della tariffa, in considerazione della complessità e della posizione processuale di ciascuna delle intimate. Ha, inoltre, chiarito che non vi era stata alcuna duplicazione dei compensi essendo diverse le ipotesi di reato contestate alle opponenti, come emergeva dalla documentazione allegata al monitorio (cfr doc. 50 e ss. depositati in data 27.04.2014), con diversità, quindi, delle rispettive posizioni processuali, ragione per la quale correttamente era stato richiesto un compenso per ciascuna delle parti difese.

Con la conseguenza che nel liquidare l’onorario in misura compresa nelle tariffe, il giudice non è affatto incorso nelle dedotte violazioni di legge, permanendo la genericità della critica che non si confronta con le argomentazioni esposte;

con il quarto motivo le ricorrenti denunciano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5, la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 per essere l’ordinanza impugnata corredata da motivazione solo apparente e per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in particolare per non avere tenuto conto dell’eccezione di inadempimento o inesatto adempimento formulato dalle stesse già con l’atto di opposizione a decreto ingiuntivo.

Il mezzo è inammissibile prima che infondato per le argomentazioni sopra esposte sia per quanto attiene alla critica di apparenza di motivazione sia quanto all’omesso esame delle circostanze dedotte fra le parti, dovendosi ribadire che ritenuta generica la denuncia di inadempimento dal giudice del merito, le ricorrenti in sede di legittimità non hanno chiarito e definito il confine della difesa negligente lamentata.

Conclusivamente, il ricorso va rigettato.

Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è stato rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione integralmente rigettata, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso;

condanna i ricorrenti in solido alla rifusione delle spese del giudizio di cassazione in favore dei controricorrenti che liquida in complessivi Euro 4.000,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile della Corte di Cassazione, il 13 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 dicembre 2021

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