Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3933 del 08/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 08/02/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 08/02/2022), n.3933

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

A.R., nato il (OMISSIS) in Sylhet (Bangladesh), elettivamente

domiciliato in Piacenza, viale Abbadia n. 8, presso lo studio

dell’avv. Anna Maria Galimberti (P.E.C.

galimberti.annamaria.ordineavvocatipc.it) che lo rappresenta e

difende per procura speciale in calce al ricorso per cassazione;

– ricorrente –

nei confronti di:

Ministero dell’interno;

– intimato –

avverso il decreto n. 7439/2020 del Tribunale di Bologna, depositato

in data 10 novembre 2020;

sentita la relazione in Camera di Consiglio del relatore cons.

Nazzicone Loredana.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008 ex art. 35-bis, A.R., nato il (OMISSIS) in Sylhet (Bangladesh), ha adito il Tribunale di Bologna impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello stato di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Il Tribunale ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria, con decreto impugnato dal richiedente per cassazione, con quattro motivi.

L’intimata Amministrazione dell’Interno ha depositato atto di costituzione al fine di poter eventualmente partecipare alla discussione orale.

Il ricorso è stato assegnato all’adunanza in Camera di Consiglio non partecipata, ritenuti sussistenti i presupposti ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.

Diritto

RITENUTO

che:

1. – Il ricorrente ha svolto i seguenti motivi:

1) “Violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 3, comma 5, (art. 360 c.p.c., comma 3)”: si lamenta la violazione dei criteri di valutazione della credibilità del richiedente, non avendo la Commissione ed il Tribunale approfondito aspetti del suo passato al fine del riconoscimento di una forma di protezione, errando nel considerare il racconto generico, senza che nel corso dell’udienza, in cui il ricorrente è comparso personalmente, gli siano state poste le domande necessarie a chiarire gli aspetti non comprensibili o contraddittori;

2) “Violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8, in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 7”: richiamata la disciplina sul riconoscimento degli atti persecutori, si deduce l’apoditticità della motivazione ai fini dell’esclusione del riconoscimento dello status di rifugiato;

3) “Violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. g), in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14”: il ricorrente si duole del mancato riconoscimento della protezione sussidiaria con riguardo alla situazione generale del Bangladesh;

4) “Falsa applicazione del T.U., art. 5, comma 6”: si contesta il mancato riconoscimento della protezione umanitaria, in considerazione del raggiungimento da parte del ricorrente di un adeguato livello di integrazione in Italia e della sua situazione nel Paese di origine.

2. – Nel richiedere il riconoscimento della protezione internazionale o ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, il ricorrente espose le seguenti ragioni: di essere musulmano; di essere orfano di entrambi i genitori; di non essere sposato e non avere figli; di avere tre sorelle e due fratelli, di cui uno disabile; di aver frequentato la scuola primaria e secondaria; di aver lavorato nell’agricoltura; che a seguito della morte di suo padre avvenuta il 5 maggio 2015 nasceva una disputa con lo zio, appartenente al partito Awami League, il quale si era impossessato dei terreni, della casa e del negozio di famiglia; di aver subito delle minacce e lesioni dallo zio, che avrebbe distrutto il negozio nel dicembre 2015 e di essere stato ingiustamente accusato dallo zio di aver bruciato una macchina durante una manifestazione; di aver riportato l’accaduto alla polizia, senza che venisse raccolta la sua denuncia, perché lo zio è molto potente; di aver lasciato il Paese il 28 febbraio 2016 in aereo, giungendo in Libia, dove ha subito maltrattamenti, e di essere arrivato in Italia il 30 agosto 2016.

Il Tribunale ha ritenuto il racconto del ricorrente non credibile, in quanto del tutto generico, contraddittorio ed incoerente.

Esclusa la ricorrenza dei presupposti per la protezione internazionale per la non credibilità del richiedente, ha anche escluso i requisiti per la protezione ex art. 14, lett. c), sulla base delle COI consultate e menzionate.

Infine, il Tribunale – in considerazione dell’inattendibilità del richiedente, della mancata allegazione di circostanze di particolare vulnerabilità, del mancato raggiungimento di un adeguato livello d’integrazione in Italia, del periodo trascorso in Libia e della situazione in Bangladesh anche dal punto di vista sanitario – ha escluso la ricorrenza dei requisiti per il rilascio del permesso di soggiorno ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6. In particolare, al riguardo ha accertato che il ricorrente non ha raggiunto una significativa integrazione in Italia, attesa la mancata conoscenza della lingua italiana e la brevità delle esperienze lavorative, né risultando avere instaurato legami personali nel Paese.

3. – Il ricorso è inammissibile.

4. – Anzitutto, radicalmente la corte del merito ha ritenuto il ricorrente non credibile, sulla base di ampie e circostanziate argomentazioni: al riguardo, questa Corte ha chiarito come “In tema di protezione internazionale, l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 3, comma 5, lett. a), essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati; la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate” (Cass. 30 ottobre 2018, n. 27503) e “In materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona; qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio o officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass. 27 giugno 2018, n. 16925; e v. Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340).

In particolare, il decreto impugnato è pienamente conforme ai principi espressi da questa Corte (da ultimo, Cass. 24 febbraio 2021, n. 5043), laddove, da un lato, rispetta i canoni legalmente predisposti di valutazione della credibilità del dichiarante D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 3, comma 5, e dall’altro lato, espone, all’esito di un esame completo dei fatti di rilievo, una motivazione congrua, effettiva e chiara sul punto, tanto da sottrarsi ad ogni critica, vuoi di violazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, vuoi di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Fermo restando che, in ogni caso, non è deducibile in sede di legittimità la eventuale mera insufficienza di motivazione o la prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (e multis, Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340, cit.).

5. – Per il resto, il giudice del merito ha ampiamente esaminato e citato le fonti a sostegno della decisione, né sussiste dunque alcuna motivazione apparente, al contrario esponendo il decreto argomenti diffusi e precisi.

Quanto alla protezione umanitaria, il Tribunale ha fatto corretta applicazione delle norme che la regolano, stigmatizzando la mancata allegazione e prova di circostanze concrete idonee a fondarla.

Ne’ il ricorso è specifico nella contestazione delle valutazioni del provvedimento impugnato circa la condizione del richiedente ed il suo difetto di integrazione lavorativa, senza tuttavia che il medesimo fornisca, al di là di generici richiami normativi, indicazioni specifiche che evidenzino una situazione particolare di vulnerabilità.

6. – In definitiva, il giudice del merito ha ritenuto il richiedente non credibile ed ha comunque proceduto ad approfondire la situazione del paese di origine sulla base di documentazione aggiornata, escludendo ogni pericolo per il medesimo, nonché ogni situazione di vulnerabilità anche astrattamente riconducibile nella fattispecie normativa.

Pertanto, da un lato il provvedimento impugnato ha compiutamente esaminato la situazione fattuale, dall’altro il ricorrente non fa che riproporre unicamente un giudizio sul fatto, onde il ricorso si palesa inammissibile, in quanto si chiede di ripetere attività preclusa in virtù della funzione di legittimità.

7. – Non occorre provvedere sulle spese di lite, non svolgendo difese l’intimato.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 febbraio 2022

 

 

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